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San Vincenzo, il sestiere e l’antico borgo

Il sestiere di San Vincenzo, oggi cuore del centro città, prende il nome dall'antico omonimo borgo di cui resta solo un piccolo gruppo di case lungo via San Vincenzo

San Vincenzo rappresenta uno dei sei rioni antichi di Genova, e se si guarda ai suoi antichi confini storici si nota che era il più esteso insieme all’altro grande sestiere di ponente, S.Teodoro. Essendo più esterni rispetto al nucleo cittadino centrale, entrambi rimasero a lungo fuori le mura e vennero incorporati nel tessuto urbano con l’erezione dell’ultima grande cinta fortificata seicentesca. Per capire i confini originari del sestiere di S.Vincenzo bisogna tenere presente che Castelletto inteso come quartiere non esisteva, e la zona era suddivisa tra S.Vincenzo e S.Teodoro, che confinavano sulle colline. A partire dalla fine dell’Ottocento l’espansione urbana, le progressive annessioni di comuni limitrofi, i grandi interventi urbanistici mutarono profondamente la situazione preesistente ridefinendo mano a mano i confini e le pertinenze delle varie zone; con gli adeguamenti moderni nell’organizzazione amministrativa cittadina si giunse negli anni sessanta del Novecento ad avere nella zona collinare suddetta una circoscrizione comprendente le unità urbanistiche di Castelletto, Manin e S.Nicola, mentre Lagaccio e Oregina (dapprima sul confine S.Vincenzo-S.Teodoro) costituivano circoscrizione a sé e S.Vincenzo diveniva unità urbanistica della circoscrizione di Portoria, insieme a Carignano. Alla fine degli anni novanta sono stati operati nuovi accorpamenti per snellire l’apparato amministrativo e S.Vincenzo è stata fatta rientrare nella grande circoscrizione Centro Est: di fatto, oggi il rione non esiste più dal punto di vista amministrativo.

L’ANTICO SESTIERE DI SAN VINCENZO

Anticamente l’area pianeggiante del sestiere confinava con Portoria e comprendeva quindi gli abitati a nord e a sud di via della Consolazione (oggi parte bassa di via XX Settembre) cioè l’area individuabile nel tratto tra il Ponte Monumentale, dove un tempo era la Porta dell’Arco appartenente alle mura cinquecentesche, e Porta Pila, che si apriva invece verso levante lungo la cinta seicentesca, in corrispondenza dell’odierno incrocio di via XX Settembre su via Brigata Liguria-via Fiume. Spostandosi verso i rilievi collinari i limiti del sestiere coincidevano ad est con le mura seicentesche nel tratto di Montesano e dello Zerbino, sul lato opposto invece i confini con la città vecchia erano rappresentati dal tracciato delle mura cinquecentesche: S.Vincenzo si trovava dunque a confinare con i sestieri della Maddalena e di Pré a sud, e a ovest, come già detto, con S.Teodoro.

Prima dell’inclusione nell’ultima cerchia di mura la zona della Consolazione (che prese nome dall’omonima chiesa seicentesca officiata dagli Agostiniani) era aperta campagna fatta di prati e campi coltivati ad orti, frutteti e vigneti; non vi erano qui strade importanti eccetto la direttrice che da ponente, attraversata la città, portava verso levante passando dal borgo di S.Vincenzo (via S.Vincenzo è un tratto di tale direttrice) e uscendo da Porta Romana. Il tessuto urbano del borgo si era sviluppato linearmente sulla direttrice viaria che poi proseguiva verso il Bisagno, e sostanzialmente non presentava interruzioni nell’abitato fino al ponte di S.Agata (Borgo Incrociati)[1]. Quella che sarebbe diventata via Giulia-via della Consolazione (oggi XX Settembre) era un percorso di scarso rilievo e non aveva nemmeno un nome proprio. Nel Seicento invalse l’uso di chiamare la zona “dinta e porte” cioè dentro le porte, per via del suo essere inserita tra i due circuiti murari e attraversata dalla nuova strada (aperta nel 1628 su iniziativa del patrizio Giulio Della Torre) che si snodava – all’epoca seguendo la morfologia del terreno – attraverso le due porte già citate[2]. Ancora meno urbanizzata si presentava la zona collinare, caratterizzata esclusivamente dalla presenza di ville patrizie e monasteri solitamente circondati da ampi terreni delimitati da muri di recinzione.

L’area che si estende tra Brignole, piazza della Vittoria, mura di S.Chiara e Ponte Monumentale fu interessata dai grandi interventi urbanistici otto e novecenteschi, ciò significa che abbandonò completamente l’aspetto originario in favore di un disegno edilizio moderno, con edifici di grandi dimensioni e linee viarie tracciate secondo reticoli ortogonali. Il risultato più evidente di tale ammodernamento è il rinnovamento di via Giulia e via della Consolazione, che nel 1897, per volere del sindaco Andrea Podestà, vennero unite nella più ampia e dritta via XX Settembre, atta a sopportare il crescente traffico urbano e costeggiata su entrambi i lati da nuovi e magnificenti palazzi pensati per svolgere al meglio il ruolo rappresentativo tipico di una strada centrale, vicina ai poli direzionali e via principale del nuovo centro cittadino (rimandiamo al testo sul sestiere di Portoria). Nella trasformazione andarono perse antiche vie di cui rimane oggi soltanto il ricordo.

Del nucleo originario del sestiere, cioè del borgo di S.Vincenzo, resta un piccolo gruppo di case antiche lungo la via omonima oggi pedonalizzata. Qui bisogna cercare le radici prime dell’insediamento il cui nome è legato all’antica cappella eretta in loco nel X secolo (era questa zona di proprietà del vescovo di Genova) e dedicata al santo martire. Le prime testimonianze scritte riguardanti la chiesa di S.Vincenzo sono datate 1059; nel XII secolo l’arcivescovo Siro II fece costruire in luogo della cappella un oratorio, a sua volta soppiantato da una chiesa più ampia nel Seicento; divenuta troppo piccola per accogliere tutti i fedeli del borgo che andava sempre più ingrandendosi, perse il titolo parrocchiale in favore della vicina e più grande chiesa di N.S. della Consolazione; fu infine soppressa nel 1825 in concomitanza con gli interventi urbanistici. La sua proprietà fu trasferita al demanio e i suoi interni completamente riprogettati dall’architetto G.B.Resasco, successore del Barabino, per la nuova destinazione d’uso (caserma del Genio militare dal 1830 e poi sede del Tribunale Militare). Oggi l’edificio ospita il Circolo Unificato dell’Esercito. La vicina chiesa della Consolazione invece vide l’inizio dei lavori per la sua erezione nel 1681 quando i padri Agostiniani ottennero dalla Repubblica la concessione dell’area dopo che il loro monastero originario in zona Zerbino era stato demolito per esigenze di strategia difensiva; quando nel 1813 ottenne il titolo parrocchiale prese anche l’intitolazione della vecchia chiesa di S.Vincenzo Martire, intitolazione che infatti conserva ancora adesso. È qui inoltre particolarmente venerata S.Rita da Cascia, al punto che la chiesa è volgarmente conosciuta anche con tale nome. In via della Consolazione, prima che divenisse via XX Settembre, ebbe il suo studio Edoardo Maragliano (1849-1940), medico inventore del primo vaccino contro la tubercolosi.

Altra chiesa sconsacrata è quella di S.Spirito, al civico 53 di via S.Vincenzo: documentata dal XII secolo, fu colpita dalle soppressioni napoleoniche e i suoi spazi destinati prima a sede scolastica e poi ad attività commerciali. È ancora possibile riconoscere, stretto tra i palazzi circostanti, l’impianto dell’edificio religioso, con tanto di abside e campanile mozzato.

In via XX Settembre, adiacente la chiesa della Consolazione, merita una menzione il cosiddetto Mercato Orientale, tuttora mercato cittadino per antonomasia: con una pianta di 6000 mq a cerchi concentrici, dotato di magazzini sotterranei, esso fu eretto a fine Ottocento sul chiostro del convento degli Agostiniani e porta ancora l’impronta dello stile liberty di moda all’epoca. Quasi di fronte ad esso si trovava, inaugurato nel 1855, il Teatro Andrea Doria, poi divenuto Politeama Regina Margherita: attivissimo fino alla seconda guerra, presso il teatro si esibirono Eleonora Duse in drammi di Gabriele D’Annunzio e altri celebri attori e direttori d’orchestra; distrutto dai bombardamenti fu ricostruito e rimase in attività fino al 1993, quando fu chiuso e nei suoi locali si stabilì il punto vendita, presente tuttora, di una nota catena di grandi magazzini. Un altro teatro rinomato nella zona era l’Eden di via Frugoni, poi scomparso.

A breve distanza dalla chiesa della Consolazione è il Ponte Monumentale sorto in luogo della Porta dell’Arco (rimandiamo al testo sul sestiere di Portoria): via degli Archi e via a Porta degli Archi portano nel nome il ricordo dell’architettura preesistente e del fatto che originariamente conducevano a tale porta nelle mura. Sono scomparse invece diverse vie e piazze legate alla presenza delle altre due porte, Pila e Romana: via e piazza di Porta Pila, via e piazzetta di Porta Romana. Da via S.Vincenzo prendeva le mosse via dell’Edera, lunga strada oggi sopravvissuta soltanto in parte nella moderna via Fiume (continuava dove è piazza Verdi, davanti alla stazione Brignole): dove ora si trova il Palazzo degli Uffici Finanziari, costruzione risalente agli interventi urbanistici operati durante il regime (1931), era un tempo il mattatoio pubblico. La via originaria si snodava tra case alte e strette da un lato e le mura dall’altro, su cui abbondava il rampicante da cui prendeva il nome. Essa scomparve contestualmente alla demolizione – sul finire dell’Ottocento – delle colossali Fronti Basse sul Bisagno, che costituivano il tratto di mura in cui si apriva Porta Pila. Era questo un tratto particolarmente importante, estremamente fortificato poiché doveva proteggere la città da eventuali attacchi da levante, dove la spianata del Bisagno non offriva protezioni naturali. Le fronti avevano uno spessore notevole e occupavano tutta l’odierna area da piazza della Vittoria a piazza Verdi, avevano due grandi bastioni fortificati e diversi fossati oltre quello di cinta; si congiungevano a sud alle mura del Prato, a nord alle mura dello Zerbino. Quando venne meno la funzione difensiva delle mura cominciarono le varie demolizioni: le Fronti furono abbattute a fine Ottocento e lasciarono il posto alla modernizzazione urbana che portò progressivamente all’impianto visibile oggi.

Nell’area adiacente le sopravvissute mura di Santa Chiara, lungo l’ultimo tratto di via Banderali è piazza del Cavalletto: fino a metà ‘800 la zona era tutta uliveti e vigneti ed era attraversata dalle mura, che qui prendevano la forma detta in gergo militare “cavalletto”, da cui il toponimo.

Poco distante è la breve via della Pace: il toponimo si riferisce in questo caso a una chiesa non più esistente, sorta nel XIII secolo e intitolata a S.Martino. Ristrutturata e ampliata nel ‘500, fu dedicata a S.Maria della Pace, e diede il nome alla stretta creuza che conduceva sotto le mura di S.Chiara, poi sostituita dalla moderna e più larga via Maragliano, mentre contemporaneamente la chiesa e il convento pertinente venivano demoliti con l’apertura di Via XX Settembre. La strada che oggi porta il nome della Pace non è quella originaria, ma un tratto di collegamento tra via Maragliano e via Frugoni, cui fu imposta tale intitolazione in ricordo dell’antico edificio di culto che doveva trovarsi proprio in tale punto.

Nella zona dell’attuale via Cesarea era il manicomio cittadino: il complesso – realizzato a partire dal 1834 su progetto dell’architetto civico Carlo Barabino e degli architetti Domenico Cervetto e Celestino Foppiani che portò a compimento i lavori dopo l’abbandono dei primi due – fu il primo ospedale psichiatrico della città (fino ad allora infatti i malati di mente venivano ricoverati al Pammatone nel reparto degli Incurabili) e cominciò ad operare nel 1841[3]; una cinquantina d’anni più tardi, trovandosi nel mezzo dell’area destinata all’espansione residenziale, veniva già sostituito dal manicomio di Quarto e nel 1914 si procedette alla sua demolizione, mentre l’area oggi chiamata “quadrilatero”, compresa tra le mura di S.Chiara, via XX Settembre, via Brigata Liguria, si trasformava definitivamente in zona commerciale e residenziale di lusso, con edifici analoghi a quelli di via XX e vie ampie ed eleganti. Qui si trovano il civico Museo di Storia Naturale G.Doria, realizzato nel 1912, e il Teatro della Gioventù (via Cesarea) realizzato in pieno regime fascista e nato come sede genovese dell’Opera Nazionale Balilla; utilizzato come teatro fino agli anni settanta e poi progressivamente abbandonato, è stato recuperato nel 2004 dalla Regione Liguria.

Sempre in zona quadrilatero via Brera ricorda le origini campestri del luogo: brera, braida, brea sono forme diverse dello stesso vocabolo medievale che significa campo, terreno incolto, qual era tale località fino alla sua inclusione all’interno delle mura, che determinò l’inizio dell’urbanizzazione e della coltivazione ad orti.

Sul lato opposto al “quadrilatero”, attraversata via XX Settembre, si trovano via S.Vincenzo e altre due strade ancora risalenti all’impianto originario: salita della Misericordia e salita della Tosse, che sono rimaste com’erano anticamente, ripide creuze col fondo stradale fatto di pietre e mattoni e i lati percorsi da alti muri. Come si può facilmente constatare nelle cartine e nelle immagini d’epoca, fino agli interventi ottocenteschi la zona aveva mantenuto una grande quantità di campi coltivati. Salita della Misericordia – l’antico percorso si immette in via Carcassi costeggiando i muraglioni dell’Acquasola e sbocca in via SS.Giacomo e Filippo – porta nel nome il ricordo dell’ospedale di Pammatone cui si giungeva attraverso di essa, e più precisamente dell’edicola votiva con la Madonna della Misericordia posta all’incrocio con via S.Vincenzo, la quale rimandava alla Compagnia della Misericordia che assisteva i condannati a morte, che con alterne vicende svolse il suo compito fino all’ultima condanna capitale pronunciata a Genova, nel 1855[4]. Salita della Tosse invece deve il nome a un antico Oratorio scomparso intitolato alla Madonna della Tosse, alla quale i genitori raccomandavano i bambini affetti da malattie respiratorie. La salita fu anche prima sede del Teatro della Tosse, teatro genovese fondato nel 1975[5].

Aspetto di campagna avevano anche i terreni ove il restyling ottocentesco diede vita all’esedra di piazza Colombo contornata da quattro grandi nuovi edifici simmetrici tra loro. Nell’area della piazza si tenevano anticamente le esercitazioni dei balestrieri e altri soldati della Repubblica; fu nel Cinquecento che il luogo cominciò ad assumere carattere residenziale, essendo scelto da diverse famiglie nobili per costruirvi le loro residenze di villeggiatura: Pinelli, Grimaldi, Sauli. Si deve immaginare che all’epoca il sito era appena fuori le mura, ideale per l’otium, con la sua campagna silenziosa, gli alberi secolari e il panorama aperto sulla piana del Bisagno, le colline di Albaro e il mare a poca distanza. Se nei progetti del Barabino la zona di piazza Colombo e adiacenze doveva avere destinazione residenziale popolare, esattamente come il “quadrilatero”, nei fatti si verificò proprio l’opposto, e sotto la guida del Resasco anche quest’area prese i connotati di quartiere residenziale di lusso, subito occupato dalla borghesia mercantile e commerciale. La fontana che orna il centro della piazza proveniva dal Ponte Reale ed era in origine prospiciente palazzo S.Giorgio, fonte d’acqua per le attività del molo: venuta meno la sua funzione con lo sviluppo dei servizi idrici del porto, si decise di destinarla a piazza Colombo, dove prese a funzionare nel dicembre 1861 arricchita delle vasche ai quattro lati. Fu ancora utile per molto tempo, visto che veniva usata per l’abbeveraggio delle bestie da soma utilizzatissime fino a tutti gli anni venti del Novecento: nella piazza sostavano infatti i carri dei besagnini, che rifornivano dei loro prodotti il vicino Mercato Orientale, e le carrozze delle linee di tramvai a cavallo che collegavano il centro con la Val Bisagno, Albaro, Bogliasco, Sori.

Con accesso sia da via Colombo sia da via S.Vincenzo esiste ancora la splendida villa dei Sauli[6], ricchissima famiglia nobile che qui aveva fatto erigere una propria dimora nel Cinquecento su progetto dell’architetto Galeazzo Alessi: intorno ad essa era un ampio parco di pertinenza, delimitato da recinzioni, conosciuto come Orti Sauli. La villa era conosciuta anche come “la Vigna” per la facciata decorata a tralcio di vite; nell’Ottocento perse i giardini e si trovò nel mezzo delle trasformazioni dovute all’esecuzione del piano urbanistico e all’apertura delle nuove strade, perdendo molto del suo splendore originario, e finendo prima ridotta a magazzino, poi divisa in appartamenti privati: divenuta di proprietà del Comune a fine ‘800  venne recuperata. Oggi la si vede svettare purtroppo sacrificata tra i nuovi palazzi, e ad essa è riferita la toponomastica di viale Sauli, da cui si accedeva al parco della villa e dove hanno ora sede due noti licei cittadini[7].

La direttrice viaria che costeggia il borgo di S.Vincenzo a nord è quella che collega Corvetto e Brignole tramite le vie SS.Giacomo e Filippo – Serra – De Amicis. La prima di queste deve il nome alla chiesa duecentesca dedicata a tali santi, poi divenuta sede della Corte d’Assise di Genova e infine distrutta dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Via Serra fu realizzata dal Resasco nel 1838, finanziata dalla famiglia nobile omonima[8] che diede quindi il nome alla strada. Fino ad allora al suo posto vi era una creuza stretta e tortuosa in luogo della quale il marchese Gian Carlo Serra fece aprire l’ampia arteria che è ancora adesso, facendo demolire vecchi edifici e disboscando: nelle intenzioni del benefattore dovevano sorgere qui case popolari, al contrario di ciò che poi avvenne. La stradina precedente conduceva anch’essa verso piazza Brignole (già piazza di N.S. del Rifugio), dove si trovava lo scomparso Conservatorio o Convento delle Brignole: quest’opera assistenziale era nata dall’iniziativa della benefattrice nobildonna Virginia Centurione Bracelli, che accoglieva nella propria dimora giovani povere senza casa. Poiché il loro numero andava aumentando sempre più, prese in affitto diversi edifici tra cui un convento per ricoverarle; nel 1641 le ospiti erano ben 400 e fu allora che Virginia chiese al Senato della Repubblica la nomina di tre protettori tra cui fu scelto Emanuele Brignole. Con il loro aiuto acquistò in piazza di N.S. del Rifugio una struttura con giardini – cui fu affiancata una chiesa intitolata a N.S. del Rifugio, da cui il primo nome della piazza – che divenne la casa delle ormai oltre 500 ragazze salvate dalla strada, la cui maggioranza aveva preso i voti e si dedicava all’assistenza dei malati negli ospedali, nel lazzaretto e all’Albergo dei Poveri. La generosità con cui il Brignole si dedicò alla causa originò il nome delle suore: figlie del Brignole, Brignoline, o semplicemente le Brignole. Nel 1868 il Conservatorio fu demolito per la costruzione della primitiva stazione ferroviaria di levante, che ne prese il nome[9], e le suore trasferite a Marassi, nel convento di Viale Virginia Centurione Bracelli.

Esiste ancora oggi invece, tra via Serra e via Peschiera, il Collegio S.G.Battista, nato come orfanotrofio nel 1538, oggi centro di servizi sociali e residenza studentesca.

Quasi al termine di via S.Vincenzo, angolo via Fiume, si trova il moderno grattacielo S.Vincenzo, progettato in stile razionalista negli anni sessanta dall’architetto Piero Gambacciani: coi suoi 105 metri d’altezza è il terzo grattacielo della città dopo il Matitone e il grattacielo di piazza Dante di Piacentini.

Per l’area del sestiere di S.Vincenzo che con i rinnovamenti urbanistici e amministrativi è finita per dare vita al quartiere di Castelletto si rimanda al testo relativo a tale quartiere.

Claudia Baghino


[1] La continuità si creò nel tempo con l’unione di tre borghi che si erano sviluppati lungo la direttrice ovest-est intorno ad altrettante chiese: S.Vincenzo, S.Spirito e chiesa dei Crociferi.

[2] Le due porte furono rimosse a fine ‘800 per la realizzazione di via XX Settembre e ricollocate altrove: porta dell’Arco sulle mura del Prato, in via Banderali, porta Pila in via Montesano.

[3] L’ospedale era costituito da una struttura circolare centrale da cui si dipartivano radialmente sei corpi di fabbrica per altrettanti reparti, e rappresentava quanto di più evoluto si potesse concepire all’epoca per una struttura ospedaliera, con soluzioni ottimali per funzionalità e criteri igienico-sanitari.

[4] La compagnia prendeva in consegna il condannato il giorno prima dell’esecuzione e in una struttura chiamata confortatorio lo preparava spiritualmente, lo accompagnava poi al patibolo e curava la sepoltura dopo l’esecuzione.

[5] Oggi collocato nel centro storico in zona Sant’Agostino.

[6] L’architetto francese M.P.Gauthier (1790-1855) in viaggio a Genova ebbe modo di vedere la villa ancora nel suo aspetto originario e la descrisse come uno degli edifici più belli d’Italia, per la qualità delle decorazioni e la magnificenza delle architetture. La parte più curiosa e sontuosa era il bagno, in cui era stata realizzata una vasca-laghetto che poteva ospitare una decina di persone e l’acqua sgorgava da sculture a forma di rana e animali fantastici.

[7] La famiglia Sauli aveva proprietà anche nel sestiere del Molo dove si trovava la Loggia dei Sauli; aveva dato vita ad un Albergo di Origine Popolare, contava tra i suoi esponenti moltissimi uomini illustri e aveva finanziato la costruzione del celebre Ponte di Carignano.

[8] Originaria di Serra Riccò, Valpolcevera, la famiglia Serra compare fin dall’XI secolo e ha dunque origini antichissime. Un ramo di essa era trapiantato in Sardegna.

[9] In tale occasione andarono perse anche molte delle opere d’arte con cui il Brignole aveva arricchito il luogo.

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