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Il sestiere di San Teodoro: Fassolo, Di Negro e le mura degli Angeli

Il sestiere di S.Teodoro è uno dei sei antichi quartieri in cui era divisa la città di Genova. Era il sestiere più occidentale ed era anche quello che occupava la maggiore superficie, sebbene fosse il meno popoloso: ma la bassa densità abitativa si spiega facilmente con la sua posizione esterna rispetto al centro cittadino, come accadeva allo stesso modo per la zona collinare di Castelletto. Poiché anticamente il quartiere di Castelletto non esisteva, e le colline di Castelletto – Lagaccio[1] – Oregina erano divise tra il sestiere di S.Vincenzo e quello di S.Teodoro, quest’ultimo confinava a est con Pré e S.Vincenzo, a ovest con S.Pier d’Arena, a nord-ovest con Rivarolo, mentre a sud si affacciava sul bacino portuale.

Come già S.Vincenzo, S.Teodoro rimase per lungo tempo esterno alla città, venendo inglobato nel tessuto urbano soltanto con l’erezione della cinta muraria seicentesca. I suoi confini occidentali coincidevano quindi con il tracciato delle mura che dal forte Sperone scendeva lungo il crinale del Promontorio fino alla Lanterna, includendo Granarolo e Lagaccio, mentre quelli orientali scendevano – sempre seguendo le mura – dallo Sperone verso Porta delle Chiappe e il Castellaccio, comprendendo Oregina e giungendo a Principe tramite via S.Ugo.

L’attuale quartiere di S.Teodoro ha invece un’estensione molto più limitata di quello antico a causa delle riforme amministrative che hanno portato modifiche progressive ai confini, dapprima con la creazione della circoscrizione indipendente di Oregina – Lagaccio negli anni sessanta, sottraendo quindi due zone all’antico sestiere, e poi dal 1997 mediante la nascita delle grandi circoscrizioni, quando Oregina e Lagaccio sono finite nella circoscrizione di Centro Est (insieme a Castelletto, Pré, Molo, Maddalena, Portoria) mentre il resto del sestiere è entrato a far parte della circoscrizione di Centro Ovest insieme a Sampierdarena.

Il toponimo è legato alla chiesa di S.Teodoro: singolare è il fatto che l’edificio originario che diede nome all’intero sestiere (fatto indicativo della sua importanza) oggi non esiste più, distrutto nell’ambito dei grandi interventi urbanistici iniziati nell’Ottocento e protrattisi fino agli anni trenta del Novecento, che con la realizzazione delle grandi infrastrutture e il profondo rinnovamento degli spazi urbani conferirono a Genova un aspetto moderno e un ruolo fondamentale nel panorama economico nazionale. Si dà il caso che buona parte di questi interventi andasse a stravolgere completamente l’assetto originario del ponente, a partire proprio dalla zona di S.Teodoro.

La chiesa primitiva risaliva sicuramente a prima del 1100, forse addirittura al 900 d.C.. Si trovava a pochi passi dal mare, sulla scogliera, all’altezza dell’attuale via Buozzi, e come tutti gli edifici di culto antichi aveva l’ingresso a ovest e il coro rivolto a levante[2]. Con la consacrazione, avvenuta proprio nel 1100, si procedette alla modifica della struttura, ampliata a tre navate e rimaneggiata in stile romanico; com’era consuetudine consolidata diverse famiglie nobili genovesi (tra cui soprattutto i Lomellini) contribuirono alla decorazione degli interni e delle varie cappelle. Affidata ai Canonici Regolari di Mortara (Agostiniani) fu da questi officiata fino al Quattrocento, poi passò ai Canonici Lateranensi che vi rimasero fino all’Ottocento quando la sua esistenza ebbe termine. Nel 1481 una bolla papale le conferì il titolo di Abbazia, cosicché vari conventi della zona finirono sotto la sua giurisdizione. Nel 1797 subì, insieme a moltissime altre chiese, le soppressioni napoleoniche: venne chiusa e i suoi beni artistici trafugati in Francia. Furono restituiti solo molti anni più tardi, e tra questi vi è un dipinto (Martirio di S.Sebastiano di Filippino Lippi) oggi conservato presso la galleria di Palazzo Bianco. Se con l’erezione della cinta muraria seicentesca la chiesa era già finita nascosta dai bastioni, nel primo decennio dell’Ottocento la sua posizione fu resa anche peggiore poiché finì soffocata dalla costruzione della strada per Sampierdarena, infossata al punto che solo il tetto emergeva dalla strada: per entrare in chiesa era necessario ormai percorrere una discesa. Venne definitivamente chiusa nel 1870 e contestualmente demolita facendola saltare in aria con le mine per fare spazio ai costruendi Magazzini Generali. Insieme ad essa furono abbattute tutte le strutture atte alla difesa costiera, ormai del tutto inutili, e si diede il via alla costruzione di nuovi moli ove collocare le nuove batterie da costa. Nel 1876 venne inaugurata la nuova chiesa di S.Teodoro, progettata e realizzata in stile neogotico, che è poi l’edificio che si vede ancora oggi affacciato su piazza Di Negro.

L’ANTICO SESTIERE DI SAN TEODORO

Il nucleo originario del sestiere è individuabile nella zona di Fassolo[3], poco fuori le mura cinquecentesche, dove si era formato un paese di via – abitato da famiglie di pescatori e lavandaie – lungo la direttrice che uscendo dalla città menava a ponente, direttrice delimitata a mare dalla scogliera e dalla spiaggia e a monte dalle colline solcate da diversi rivi. Da qui partivano inoltre diverse mulattiere verso l’entroterra, e la funzione di assistenza ai viandanti tipica dei borghi come questo è testimoniata anche dalla presenza di strutture come l’Abbazia di S.Benigno (sul Promontorio di Capo di Faro a breve distanza dal paese) o il Convento di S.Maria degli Angeli, entrambi con annesso ospitale. Il percorso ovest-est andava lungo le attuali via di Fassolo e via S.Benedetto, passando dietro i terreni poi scelti dall’ammiraglio Andrea Doria nel Cinquecento per la sua residenza, e giungendo nell’attuale piazza Principe, alla porta di S.Tomaso, da dove proseguiva verso il centro urbano[4].

In direzione opposta lungo la via si apriva piazza Di Negro, che delimitava a occidente l’antico borgo: oltre tale slargo era il fossato di S.Lazzaro e la strada virava verso nord con salita degli Angeli per andare verso Sampierdarena e Rivarolo, passando inoltre per Certosa, Fegino, Sestri. Fino all’Ottocento, quando cominciarono i riempimenti per l’ampliamento delle strutture portuali, la piazza – come l’intero borgo del resto – aveva il mare a pochi metri di distanza. Era luogo di incontro degli abitanti del borgo, che qui si ritrovavano per ballare e giocare a pallamaglio o alle bocce, ma era anche il punto in cui fin dal Duecento si eseguivano le impiccagioni, sulle numerose forche poste lungo il ciglio del fossato di S.Teodoro. Il nome della piazza deriva dall’omonima famiglia patrizia che qui, come molte altre, fece edificare la dimora di villeggiatura ancora oggi esistente: villa Di Negro, poi Durazzo, poi Rosazza, eretta nel XVI secolo e dotata di un ampio giardino che giungeva fino alla riva, scomparso con la costruzione delle strade nell’Ottocento, e di un parco, estremamente scenografico perché adagiato sulla collina retrostante, ancora presente.

Genova da via MelegariOltre ai Di Negro, avevano le loro residenze a Fassolo i Fregoso, i Doria, i Lomellini. I palazzi dei Fregoso e dei Lomellini furono demoliti con l’erezione della cinta muraria cinquecentesca (poi demolita a sua volta quando fu costruita la stazione ferroviaria a metà ‘800). Villa Lomellini si trovava invece più a nord, a Granarolo, zona collinare equiparabile ad Albaro per il levante; realizzata anch’essa nel Cinquecento su modelli alessiani, divenne proprietà del Comune a fine Ottocento e fu destinata a edificio scolastico; villa Cambiaso, fatta costruire dai Colonna nella parte sommitale di salita Granarolo e poi passata alla famiglia da cui prende nome, godeva della migliore posizione possibile con un’apertura eccezionale sul panorama marino. Oltre che luogo d’elezione per la villeggiatura aristocratica, Granarolo era anche e prima di tutto antico borgo contadino lungo la via che portava in Val Polcevera. Trovandosi in posizione particolarmente elevata si è in parte salvato dall’edilizia speculativa del dopoguerra, conservando un po’ dell’aspetto antico[5].

Il sestiere ospita inoltre il complesso monumentale – originariamente esteso dal mare fino alla sommità della collina di Granarolo – di Palazzo del Principe, che è l’edificio cinquecentesco più importante della città, su imitazione del quale vennero poi edificate tutte le residenze cittadine e non delle famiglie nobili genovesi: sorto a inizio XVI secolo poco distante dalla porta di S.Tomaso, in un contesto naturale di eccezionale bellezza, fu voluto da Andrea Doria che lo elesse a sua stabile dimora, scegliendolo come abitazione permanente e non come semplice residenza di villeggiatura. Costruita nel periodo più florido della storia genovese dal personaggio più potente della Repubblica e protagonista della politica europea, la villa era concepita a tutti gli effetti come simbolo tangibile della grandezza e della magnificenza del suo signore, che chiamò i migliori artisti dell’epoca per arredarne e decorarne gli interni; lo stesso fece il suo erede Gio.Andrea che ampliò il palazzo con nuovi corpi di  fabbrica, e gli artisti migliori si avvicendarono nella villa nei secoli successivi[6]. Per comprendere la sontuosità del luogo basti sapere che qui Andrea Doria ospitò diverse volte l’imperatore Carlo V, del cui passaggio sono testimoni tra l’altro due enormi arazzi da lui donati all’ammiraglio. La villa ospitò molti altri personaggi illustri, tra cui, in tempi più recenti, Napoleone e Giuseppe Verdi, che vi soggiornò per lunghi periodi dell’anno dal 1874 fino alla morte (1901). Intorno all’edificio vero e proprio, un vasto giardino che si estendeva davanti verso il mare e dietro sulla collina di Granarolo, sfruttandone la pendenza con una serie di terrazze di grande effetto scenico che arrivavano quasi sulla cima del colle. Il complesso subì molte menomazioni a partire da metà ‘800, prima con la costruzione della ferrovia, poi con la realizzazione di via Adua e della stazione marittima che ne interruppe per sempre il rapporto diretto col mare, così come l’urbanizzazione della collina retrostante, insieme alla realizzazione dell’Hotel Miramare, distrusse il secolare giardino; l’edificio subì inoltre gravi danneggiamenti durante i bombardamenti della Seconda Guerra. Operatone il pieno recupero, il palazzo è stato aperto al pubblico negli anni novanta e si configura tutt’oggi come un museo-dimora, è cioè ancora abitato occasionalmente dalla famiglia Doria Pamphilj che ha mantenuto alcune stanze ad uso esclusivamente privato.

Merita di essere ricordata anche Villa Giuseppina, così chiamata poiché ospitò Giuseppe Mazzini nel 1871, quando si recava segretamente a Genova, ricercato dalla polizia, per stringere alleanze; dopo la sua morte la villa diventò sede dei mazziniani fino al primo decennio del ‘900 quando fu acquistata dal Comune che vi allestì il Museo Mazziniano poi trasferito nella casa natale del patriota (in via Lomellini, nel sestiere della Maddalena).

Con le mura seicentesche e la creazione del nuovo sestiere si vennero a creare tre nuovi accessi alla città: le porte di Granarolo, degli Angeli e della Lanterna, che entrò finalmente a far parte del sistema difensivo urbano cessando di essere avamposto fortificato isolato[7]. Del tracciato murario collinare, lungo cui si stagliavano i forti Sperone a nord, Begato a ovest, Castellaccio a est, si è già detto precedentemente: oltre ad esso venne realizzata inoltre una cinta costiera che dal Faro correva lungo il bacino portuale fino a Carignano, proteggendo da possibili attacchi dal mare. La zona non fu successivamente interessata da particolari interventi fino all’Ottocento, quando cominciarono le inesorabili trasformazioni che l’avrebbero mutata per sempre, cancellandone le caratteristiche di luogo di pesca, coltivazione e villeggiatura, e facendola diventare parte integrante della realtà cittadina moderna.

Nel primo decennio dell’Ottocento fu aperta via Milano, fino al 1880 chiamata Strada della Lanterna, che sostituì la stretta via di Fassolo, insufficiente a sostenere la crescente mole di traffico; la nuova via era corredata dalle cosiddette Terrazze, una lunga ed elegante passeggiata molto frequentata, eseguita nel 1836 su progetto dell’architetto Gardella e successivamente demolita negli anni trenta del ‘900 per guadagnare spazio alla viabilità[8].

Nel 1849 il generale Lamarmora soffocò la rivolta genovese contro lo Stato Sabaudo bombardando la città dal Promontorio: trovando tale sito ideale da un punto di vista strategico, ordinò la costruzione di due grandi caserme[9], dette appunto di S.Benigno, che vi rimasero fino allo sbancamento della collina nel secolo successivo. Prima di esse, e demolita per far loro posto, vi era la gotica Abbazia di S.Benigno, eretta dai monaci Cistercensi nel XII secolo e considerata fin dagli albori una delle più importanti della penisola: ricca di opere d’arte e abbellita tramite le donazioni delle famiglie nobili, decaduta nel ‘400 e rifiorita nel secolo seguente grazie all’arrivo dei Benedettini che nutrirono la biblioteca di preziosi scritti letterari e scientifici facendone un polo culturale di primo piano, l’Abbazia fu soppressa nel 1797 per ordine napoleonico, il suo campanile riattato a torre per il telegrafo e i suoi spazi adibiti a magazzino per l’artiglieria, prima di essere distrutta dal Lamarmora, al quale non si perdonò d’aver gettato in mare le spoglie tumulate nella chiesa, comprese quelle di alcuni Dogi della Repubblica.

Verso la metà del secolo si concluse la linea ferroviaria Genova-Torino, forse uno degli interventi più invasivi poiché il tracciato tagliò a metà il borgo di Fassolo con pesanti ripercussioni sull’abitato (a partire dalla stessa Villa del Principe che perse il contatto col giardino nord); per costruirla si demolì tra l’altro l’antica chiesa di S.Lazzaro, risalente al 1150, con l’ospitale di pertinenza e il lazzaretto per il ricovero dei lebbrosi. Nel 1870 furono realizzati i Magazzini Generali, voluti dal sindaco Andrea Podestà come infrastruttura portuale e poi adibiti a scalo merci ferroviario. Nel 1881 venne realizzata la galleria ferroviaria per treni merci che passava sotto via Milano collegando lo scalo di S.Limbania con Sampierdarena.

Negli anni settanta dell’Ottocento furono inoltre realizzate, per iniziativa del marchese Raffaele De Ferrari[10], le abitazioni popolari dell’Opera Pia De Ferrari Galliera, collocate in via Venezia (altre furono costruite in altre zone della città) e destinate ad ospitare famiglie indigenti. Per quanto l’impianto di tali abitazioni – esistenti ancora oggi e individuabili tra i civici 40 e 50 – fosse semplice e privo di decorazioni, nel progettarle[11] fu sempre tenuto presente quel principio di dignità dell’abitare che poi venne meno durante la seconda ondata edilizia, quella degli anni cinquanta del ‘900. A inizio Novecento inoltre funzionava, in piazza Sopranis, poco sopra piazza Di Negro, una fabbrica del ghiaccio che riforniva principalmente le navi in porto. Venne dismessa nel secondo dopoguerra con l’avvento dei frigoriferi.

Tra le due guerre il governo fascista provvide a notevoli interventi nella zona di S.Teodoro: favorì lo sviluppo edilizio lungo le vie Venezia e Bologna (anticamente, quando l’abitato si limitava al litorale di Fassolo, queste erano zone malsicure frequentate da briganti) e una serie di grandi opere sicuramente necessarie allo sviluppo della città ma anche molto utili al ritorno d’immagine del regime; tra di esse sono al primo posto le immani opere stradali: nel 1920 si procedette allo sbancamento totale del colle di S.Benigno o Promontorio di Capo di Faro[12], annullando la naturale separazione tra Genova e Sampierdarena e destinando lo spazio così ottenuto al porto e a snodi viari come l’elicoidale da cui si dipartiva la “strada camionale” inaugurata nel 1935, che portava da Sampierdarena a Serravalle (attuale autostrada A7), infrastruttura indispensabile per il traffico legato alle attività portuali; venne aperta via di Francia, che collegava via Milano al ponente, e nel ’33 via Adua, che immetteva la stessa via Milano in via Carlo Alberto (oggi Gramsci).

Nel ’30 venne inaugurata la Stazione Marittima di Ponte dei Mille, da cui partirono i più grandi transatlantici dell’epoca, per la gran parte usciti dai cantieri navali di Sestri Ponente, che caricavano migliaia di emigranti alla volta delle Americhe; nel ’32 quella di Ponte Andrea Doria. Molte delle opere compiute durante questo periodo subirono gravi danni nel corso del secondo conflitto, in particolar modo il porto, in quanto obiettivo sensibile, ne uscì completamente distrutto e inservibile (miracolosamente rimase illesa la Lanterna, nonostante Genova fosse stata la città più bombardata d’Italia dal giorno seguente l’entrata in guerra, nel 1940, fino al termine delle ostilità). Nel 1944 il Promontorio, o meglio quanto ne restava dopo lo sbancamento, fu teatro di un’immane tragedia: le gallerie ferroviarie che vi passavano sotto, utilizzate contemporaneamente come depositi per le munizioni e come rifugio antiaereo, crollarono a causa di un’esplosione, facendo più di un migliaio di morti.

Nel secondo dopoguerra S.Teodoro conobbe trasformazioni altrettanto radicali: si diede il via alla ricostruzione che rimise in funzione il porto ampliandone le strutture, e si procedette alla realizzazione di una nuova importante opera stradale inaugurata nel 1965, la Sopraelevata, così chiamata per via della sua caratteristica principale, la sopraelevazione rispetto al normale piano stradale; strada a scorrimento veloce pensata per ovviare all’insufficienza del tracciato viario ordinario rispetto alle quantità di traffico moderne, tanto utile quanto contestata poiché ha alterato profondamente l’aspetto del fronte mare cittadino, unisce Sampierdarena direttamente con il quartiere della Foce.

A partire dagli anni cinquanta prese il via, attraverso il piano INA-Casa[13], un’intensa urbanizzazione delle colline fino ad allora quasi spopolate di Lagaccio, Oregina, Granarolo (il “casermone” di Mura degli Angeli fu realizzato proprio nell’ambito del progetto INA-Casa dall’architetto Luigi Carlo Daneri, autore anche degli edifici popolari di Quezzi e di Bernabò Brea), che si trasformò ben presto in una speculazione edilizia senza freni, con grave pregiudizio alla qualità della vita degli abitanti di questi nuovi quartieri-dormitorio ad altissima densità abitativa, non supportati da un’adeguata viabilità e privi di spazi di aggregazione sociale. Nel 1968 una delle zone interessate da tale espansione, via Digione, fu luogo di un terribile incidente: uno dei piloni di uno dei tanti muraglioni di contenimento eretti per costruire in collina cedette, facendo franare la parete rocciosa sui caseggiati sottostanti e provocando la morte di 19 persone.

Tra le realizzazioni più recenti in zona S.Teodoro vi sono il Terminal Traghetti e il grattacielo detto Matitone, entrambi costruiti negli anni novanta; il secondo, che ospita gli uffici amministrativi del Comune di Genova, prende nome dalla sua peculiare forma a matita ed è l’edificio più alto della città (109 metri).

Per quanto riguarda gli edifici religiosi vale la pena infine menzionare, oltre a quelle già citate, alcune altre chiese del sestiere. La chiesa di S.Francesco da Paola, eretta a fine ‘400 sul boscoso colle del Caldeto (dietro Fassolo), è intitolata al santo protettore dei naviganti che, passando da Genova nel suo viaggio per andare a curare re Luigi XII, fu ospite di Andrea Doria. Fu elevata a basilica nel 1930 da papa Pio XI. La chiesa di S.Benedetto al Porto, adiacente Palazzo del Principe, è molto più antica, essendo stata fondata nel 1129: caduta in rovina, fu recuperata dai Doria che ne finanziarono la ricostruzione, facendola diventare propria chiesa gentilizia. Il convento ad essa annesso fu demolito con gli interventi viari d’epoca moderna, e la chiesa subì gravi danni a causa dei bombardamenti del 1944. Successivamente restaurata, dagli anni settanta ospita nella canonica la Comunità di S.Benedetto al Porto, fondata da Don Andrea Gallo e specializzata nell’accoglienza di persone disagiate, soprattutto tossicodipendenti.

Nel quartiere esistono anche due chiese di architettura contemporanea: la chiesa di S.Marcellino e dell’Addolorata, costruita nel 1936 su progetto dell’architetto Daneri, e la chiesa di S.Maria della Vittoria (progetto degli architetti Fera e Grossi Bianchi), fortemente voluta dal cardinale Siri per il nuovo quartiere residenziale di Mura degli Angeli e inaugurata nel 1965.

 

Claudia Baghino 


 

[1] La zona del Lagaccio prende nome dal lago artificiale che ivi si trovava, la cui origine risaliva al Cinquecento, quando Andrea Doria lo fece costruire come serbatoio d’acqua alimentato dalle acque piovane e dei rivi del monte, e che alimentava a sua volta la Fontana del Nettuno, nel giardino del suo palazzo di Fassolo. Oltre ad essa, il lago alimentava un lavatoio a uso pubblico anch’esso fatto realizzare dal Doria.

[2] Quando la chiesa rispetta tale posizionamento si dice che è orientata: è rivolta cioè a oriente, dove nasce il sole, simbolo di resurrezione. Il coro diretto a est fa sì che la preghiera avvenga in questa direzione.

[3] Il toponimo Fassolo, anticamente Fascolus, Fasciolo, viene spiegato col significato di “regione piana” o “luogo riparato”.

[4] La zona, scelta da molte famiglie nobili per le loro dimore estive per via della sua grande bellezza, fu soprannominata “Paradiso”.

[5] Il paese è collegato a Principe da una linea ferroviaria a cremagliera realizzata a cavallo tra XIX e XX secolo che, sebbene sia stata di recente interamente ristrutturata (e riaperta al pubblico nel novembre 2012), ha conservato le caratteristiche carrozze originali, pur adeguatamente restaurate.

[6] Perin del Vaga (allievo di Raffaello) giunse a Genova chiamato da Andrea per sovrintendere alla realizzazione dell’intero ciclo decorativo ad affresco nel periodo 1528-1533 e fu il primo di una serie di eccellenti artisti impegnati ad abbellire la residenza: Montorsoli (allievo di Michelangelo) Taddeo Carlone, Marcello Sparzo, Filippo Parodi, Bronzino, Domenico Piola sono i nomi più celebri.

[7] Per la storia e le vicende riguardanti la Lanterna, compresa l’erezione e la distruzione della cosiddetta “Briglia” durante la dominazione francese cinquecentesca, si rimanda al testo specifico.

[8] La pavimentazione delle Terrazze, diecimila mq di pregiate “piastrelle di Luserna”, fu asportata e riutilizzata in piazza della Vittoria.

[9] Realizzate su progetto dell’architetto Domenico Chiodo, generale del Genio militare.

[10] Il marchese (1803-1876), imprenditore, uomo politico, mecenate, negli ultimi anni della sua vita svolse un’importante attività di benefattore nella sua città, e fu autore di una donazione strabiliante che permise l’aggiornamento delle infrastrutture del porto; la moglie era la Duchessa di Galliera, fondatrice dell’ospedale cittadino che ancora oggi porta il suo nome. A lui invece è dedicata la principale piazza genovese.

[11] Autore del progetto Cesare Parodi.

[12] Se ne possono vedere alcuni resti nei pressi dell’elicoidale, a breve distanza dalla Lanterna.

[13] Il piano INA Casa, durato dal 1949 al 1963, fu elaborato dallo Stato appositamente per la ricostruzione postbellica e prevedeva la realizzazione di alloggi popolari su tutto il territorio nazionale tramite l’utilizzo di fondi gestiti dall’Istituto Nazionale Assicurazioni.

Via Pré: il sestiere, la Commenda e via Balbi


(Genova Centro Storico: “Un Quartiere Genovese“, documentario del 1948)

 

Il sestiere di Pré, parte integrante del centro storico genovese, confina a est col sestiere della Maddalena, a nord con Castelletto, a ovest con il sestiere di S.Teodoro, mentre a sud si affaccia sul bacino del porto vecchio. Sulle origini del toponimo esistono diverse interpretazioni: secondo una di queste Pré deriva da “prati”, che in dialetto si dice proei, in dipendenza del fatto che anticamente la zona, non ancora edificata, era tutta prati e orti; secondo un’altra interpretazione il termine deriva dall’abbreviazione del sostantivo “prede”, poiché qui sbarcavano le navi da guerra col bottino; una terza lettura rimanda a certe carte del XII secolo dove la zona è indicata come ad praedia, cioè verso i poderi, con riferimento ancora una volta ai terreni coltivati.

Oggi l’area del sestiere che mantiene il suo aspetto storico, con gli edifici accorpati e compatti, si trova circondata da direttrici viarie di grande importanza per la città, che supportano notevoli quantità di traffico: via Gramsci (già Carlo Alberto), aperta durante gli interventi urbanistici ottocenteschi come infrastruttura a servizio del porto, oggi trafficata arteria di collegamento col ponente; la sopraelevata, parallela a Gramsci, realizzata negli anni ’60 a potenziamento della viabilità; lo snodo di piazza Principe, rotatoria da cui si dipartono più vie tra cui via Andrea Doria che conduce alla vicina stazione ferroviaria di Principe.

Per buona parte del Medioevo la zona restò al di fuori delle mura: fuori da quelle del 935, che escludevano anche la Maddalena terminando con la porta di S.Pietro in Banchi; parzialmente fuori dalla cinta del Barbarossa del 1155, che comprendeva soltanto il tratto di via del Campo e si concludeva con Porta dei Vacca. Il borgo venne compreso integralmente con l’ampliamento delle mura operato tra il 1346 e il 1358, che incluse anche S.Agnese e il Carmine, nuclei abitati a breve distanza da Pré, adiacenti l’uno all’altro, oggi inseriti nel tessuto urbano. Il tracciato murario scendeva dal Castelletto a S.Agnese, risaliva la zona di Carbonara (attuale viale Brignole Sale) dove si apriva la porta omonima, toccava Pietraminuta (attuale zona di Castello D’Albertis) e proseguiva fino alla porta di S.Tomaso in zona Principe, lasciando fuori il borgo di Fassolo. Questi vennero dunque ad essere i nuovi confini del sestiere, che coincidevano all’epoca con quelli cittadini. Si noti che i nomi dei borghi minori e delle località toccate dalle mura si conservano in vie e salite omonime che ancora oggi ne denunciano l’antica esistenza: via e vico di S.Agnese, piazza del Carmine.

Via di Pré era la denominazione di un tratto della strada che da ponente conduceva alle porte cittadine, dunque arteria di primaria importanza, intensamente trafficata in entrambi i sensi e cuore pulsante del borgo che andava sviluppandosi intorno ad essa (come molte altre zone cittadine anche Pré dunque nasce come “paese di via”, strettamente legato cioè alla viabilità e alla fornitura di servizi specifici ai viaggiatori). A un passo dalla ripa, gli abitanti del borgo dovevano essere anche strettamente legati alle attività marinare, tanto che sui muri degli edifici si trovano ancora sostegni in ferro che servivano per appoggiare i remi. Dell’antichità della via e delle sue costruzioni sono testimoni le porzioni di paramenti murari in pietra e laterizi che affiorano dagli intonaci dei vari edifici, lasciate volutamente a vista in occasione dei restauri. In epoca recente, a partire dagli anni cinquanta del ‘900, la strada fu luogo di insediamento dei migranti meridionali, (che si sono via via mescolati alle famiglie di lavoratori portuali ivi residenti), e successivamente degli immigrati provenienti da paesi extraeuropei. Via Pré parte da piazza della Commenda e termina in corrispondenza di Porta Sottana, dopodiché la direttrice prende il nome di via del Campo, la quale giunge a Fossatello, dove il sestiere confina con la Maddalena lungo la perpendicolare via Lomellini-via al Ponte Calvi.

Via del Campo si trova già nominata in documenti risalenti ai primi del Mille: ben prima che la zona venisse edificata e finisse inclusa nel circuito delle mura, qui si trovava un campo e in tale area si tenevano probabilmente le esercitazioni militari. In questa contrada ebbe le proprie abitazioni la nobile famiglia Vachero, come ricorda piazza Vachero, che si apre a metà di via del Campo: qui venne eretta nel XVII secolo una colonna infame atta a ricordare la scellerata impresa di Giulio Cesare Vachero, che ordì una congiura ai danni della Repubblica e fu condannato a morte per decapitazione, alla confisca dei beni, alla demolizione della dimora e al bando dei figli dalla città. Successivamente la famiglia fece costruire la fontana ancora oggi esistente per nascondere alla vista la colonna con affissa la lapide che ricordava i fatti.

Con riferimento agli orti e ai campi che caratterizzavano in principio l’area di Pré, si ricordino i numerosi rivi che scendevano dalle colline retrostanti per gettarsi in mare: il Carbonara, che sboccava a Fossatello, quando in tempi remoti vi era un porticciolo poiché le acque del mare si insinuavano fino a qui; il Vastato (ricordato per la violenza delle sue piene, alimentava nel suo percorso una serie di mulini di cui alcuni ancora presenti nell’Ottocento e demoliti con l’apertura di via delle Fontane[1]), che giungeva a Porta Sottana; il Bocca di Bò che sboccava in zona Piazza dello Statuto; l’Acquaverde (da cui il nome della piazza) che arrivava fino a Porta S.Tomaso; il rio Lagaccio che sboccava vicino ai giardini di Villa del Principe. Una simile abbondanza di corsi d’acqua spiega facilmente la vocazione del luogo a zona di coltivazione.

Oltre a essere luogo di orti e campi e via di passaggio, il sestiere, affacciandosi sul mare a breve distanza dal Molo Vecchio, fu presto coinvolto nell’espansione delle infrastrutture portuali: tra XII e XIII secolo qui furono realizzati approdi per le navi, darsena e arsenale, elementi fondamentali per lo scalo genovese e obiettivi sensibili di eventuali attacchi esterni, da cui l’esigenza – soddisfatta con l’ampliamento trecentesco – di proteggere il borgo con una cinta muraria; nei secoli a venire il sestiere vide continui ingrandimenti e adeguamenti delle opere suddette, oltre che numerose nuove edificazioni quali macelli e magazzini per il grano e per il sale (secondo l’ovvia abitudine, riscontrabile in tutto il centro storico, di sistemare i depositi merci e i luoghi per le attività legate al porto il più vicino possibile al porto stesso). Di tale realtà restano testimoni i toponimi dei caruggi: piazzetta e vico dello Scalo fanno riferimento diretto allo scalo realizzato in loco nel 1162 dai Consoli cittadini, vico dei Macellari ai macelli ivi presenti, vico Dora ricorda uno scalo dell’antica darsena così chiamato. Con l’apertura di via Carlo Alberto furono rinvenuti, nei pressi della piazzetta, i resti di un antico ospedale con annessa chiesetta (risalenti a fine 1100), peraltro immediatamente demoliti per procedere con la costruzione della strada. L’ospedale probabilmente era destinato all’accoglienza dei vecchi galeotti ormai inutili al lavoro, che passavano qui i loro ultimi anni di vita; in linea con questa ricostruzione è il fatto che nella vicina chiesa di S.Vittore presso la Darsena (attestata dal 936 e demolita nel 1837) si usava seppellire proprio i galeotti.

Lungo via Pré si trova inoltre la chiesa di S.Sisto, eretta nel 1088 e poi riedificata nell’Ottocento, superstite di un ampio numero di chiese del borgo, oggi non più esistenti ma il cui ricordo si conserva nella toponomastica. Ne è un esempio piazza S.Sabina, che trae il nome dall’omonima chiesa risalente al VI secolo e demolita a inizio ‘900 (sorte non migliore subì la chiesa di S.Fede, riattata a cantina).

All’estremità occidentale di via Pré è piazza della Commenda, dove si erge il medievale complesso di S.Giovanni di Pré (1180); anticamente in questa zona, aperta campagna, si trovava la chiesa del Santo Sepolcro, officiata dai Canonici Regolari che vi avevano eretto a fianco un ospitale per l’assistenza ai pellegrini provenienti dalle valli ponentine e diretti in Terra Santa. Tali edifici e i circostanti terreni coltivati – in principio di proprietà di alcuni conventi di frati benedettini – passarono, tra XII e XIII secolo, nelle mani dell’Ordine dei Cavalieri di S.Giovanni di Gerusalemme, cosicché il complesso divenne di S.Giovanni (con la stessa funzione di accoglienza dei pellegrini)[2]. Quando a fine Duecento i regni in Terra Santa caddero e il relativo pellegrinaggio diventò sempre più difficile e poco praticato, l’ospitale mutò la sua funzione in luogo di cura degli ammalati e accoglienza degli indigenti: fu allora trasformato in Commenda, ossia casa di assistenza, così chiamata poiché la sua gestione era affidata a un membro dell’Ordine detto commendatore (dal latino commendo, affido)[3]. Sebbene rimaneggiato nei secoli successivi, il romanico complesso di Pré – costituito dall’edificio dell’ospitale, dalla doppia chiesa (inferiore e superiore)[4] e dalla casa per i membri dell’Ordine – rappresenta uno dei pochi esempi ancora conservati di ospitale medievale. Qui soggiornarono due papi e S.Ugo, precettore dell’ospitale nel Duecento[5]. Il campanile romanico, perfettamente conservato, domina il territorio circostante dalla marina a piazza Acquaverde. In virtù della posizione privilegiata, fu teatro di due avvenimenti storici: l’Accinelli riporta che nel 1746 gli Austriaci, occupato il complesso, usarono la cima del campanile per fare fuoco sui cittadini, i quali una volta insorti puntarono un cannone contro il campanile costringendoli alla resa; nel 1849 invece il campanile fu usato dai genovesi per sparare contro l’esercito piemontese che si ritirava, poco prima dell’attacco di Lamarmora che avrebbe sconfitto gli insorti.

Dal XV secolo diversi spazi della chiesa inferiore furono consegnati a confraternite cittadine, mentre a partire dal XVI secolo gli spazi dell’ospitale vennero progressivamente mutati in abitazioni e dati in locazione a privati, condizione protrattasi fino ai profondi interventi di restauro eseguiti negli ultimi decenni del Novecento a seguito di lunghe operazioni di esproprio. Oggi la chiesa è parrocchia, mentre l’ospitale è sede museale. Di fronte a piazza della Commenda è calata S.Limbania, il cui nome ricorda lo sbarco della santa vergine di Cipro; su questi lidi, in tempi ancora più remoti (1098) furono sbarcate le ceneri di S.Giovanni Battista, portate a Genova dai crociati di ritorno dalla Terra Santa.

A poca distanza dalla Commenda sono piazza S.Elena e piazza dello Statuto. La prima fu per molti decenni sede del caratteristico mercatino di Shangai (con ortografia volutamente erronea, Shangai in luogo di Shanghai) sorto nel secondo dopoguerra con banchi che vendevano ogni tipo di merce a chi giungeva in città dal mare; a fine anni novanta la piazza fu sgombrata per permettere gli interventi di ristrutturazione e restauro di via Pré, e oggi il mercatino si trova, organizzato in una serie di strutture a chiosco, nella vicina piazzetta dello Scalo. Il toponimo di piazza dello Statuto, dietro cui si staglia Palazzo Reale, ricorda invece la promulgazione dello Statuto Albertino, avvenuta nel 1848 ad opera di re Carlo Alberto. Qui, dove si trova la struttura in ferro del mercato comunale, già anticamente si concentravano le besagnine provenienti dalla Val Bisagno per vedere le loro verdure. Da piazza dello Statuto partiva originariamente Sottoripa che finiva in corrispondenza di piazza Cavour (rimandiamo agli articoli sui sestieri Maddalena e Molo).

VIA BALBI E IL GHETTO EBRAICO

Via Pré è collegata a via Gramsci (e prima che questa fosse costruita, alla marina) e alla seicentesca via Balbi da una serie di stretti vicoli perpendicolari che tagliano il tessuto urbano naturalmente sviluppatosi intorno all’antica arteria principale, e che prima dell’apertura di via Balbi salivano senza interruzione verso le colline. Tra questi vi è salita S.Brigida, che prende il nome dall’omonima principessa svedese che soggiornò a Genova, a metà ‘300, in un edificio della stessa via: una volta canonizzata, fu eretto in loco un convento dedicato alla santa, poi colpito a fine ‘700 dalle soppressioni napoleoniche e trasformato in civili abitazioni a partire da metà ‘800. Il vicolo sbocca nella piazza detta dei Truogoli di S.Brigida: antichi lavatoi ad uso pubblico recentemente restaurati dal Comune contestualmente al recupero dell’intera piazzetta medievale. La zona è nota anche per un fatto di sangue accaduto durante gli anni di piombo: una targa affissa su un muro ricorda che in salita S.Brigida le Brigate Rosse uccisero, nel 1976, il procuratore Francesco Coco insieme alla sua scorta.

Il sestiere comprende la zona dove un tempo si trovava il ghetto ebraico. Genova, città di mare, registra fin dall’inizio della sua storia un intenso scambio culturale, scientifico e commerciale con popoli stranieri, e tra questi anche con gli ebrei, coi quali la Repubblica aveva rapporti di collaborazione così proficui da affidare loro anche incarichi ufficiali, cosa impensabile altrove. A Genova essi ottenero il libero soggiorno dai deputati al Commercio di S.Giorgio già nel 1060. Per lungo tempo non ebbero un quartiere riservato, com’era uso nelle altre città italiane ed europee, ma circolavano liberamente. A partire dal Cinquecento giunse l’obbligo per loro di indossare un segno distintivo giallo sui vestiti, per ordine del governatore francese (la città era infatti ancora sotto dominazione francese); dopo l’epidemia di peste del 1630 si favorì l’insediamento degli ebrei per sostenere la ripresa economica, tanto che nel 1660 anche Genova realizzò un ghetto. La zona interessata era nelle adiacenze di via del Campo: vico del Campo, piazzetta dei Fregoso e vico Untoria (dal 1674 trasferita invece al sestiere del Molo, in piazza dei Tessitori). L’area del ghetto ospitava la sinagoga (all’angolo tra vico del Campo e Untoria) ed era delimitata da cancelli – le cui chiavi erano affidate a pubblici ufficiali detti Massari – che venivano chiusi la sera affinché tra ebrei e genovesi non avvenisse alcun contatto che non fosse di lavoro[6].

Parallela all’antica direttrice di via Pré è la monumentale via Balbi, che collega piazza della Nunziata con piazza Acquaverde, slargo antistante la stazione ferroviaria di Principe.

L’edificazione di via Balbi venne approvata dal governo nel 1602 e i lavori furono terminati nel 1619. La strada – inizialmente detta Strada Grande del Guastato – fu poi intitolata alla famiglia nobile dei Balbi che finanziò il progetto e qui fece erigere diversi palazzi su disegno dell’architetto Bartolomeo Bianco, inseriti nell’elenco dei Rolli; di detto elenco faceva parte anche il superbo Palazzo Reale (via Balbi 10), così chiamato dopo che la famiglia Durazzo, proprietaria dell’immobile dopo i Balbi, lo vendette al Re di Sardegna a inizio Ottocento. La realizzazione di questa via costituì un importante intervento urbanistico paragonabile a quello che, poco meno di un secolo prima, aveva portato alla nascita di Strada Nuova (rimandiamo al testo sul sestiere della Maddalena), in relazione al fatto che la nobiltà spostava progressivamente le sue residenze in zone a inferiore densità urbana, erigendo palazzi sempre più grandi e magnificenti in aree decentrate e tranquille.

Via Balbi inoltre si impose come moderna alternativa alla stretta via Pré, ormai insufficiente al traffico; con la successiva apertura di Strada Nuovissima nel ‘700 (ora via Cairoli) che univa via Balbi alla cinquecentesca Strada Nuova (oggi via Garibaldi) si portò a termine la moderna direttrice che partendo da piazza Fontane Marose collegava il centro alla zona di villa del Principe. Si narra che Madame de Staël[7], impressionata dalla magnificenza dei palazzi, definì la strada degna di un congresso di re.

Oggi gli edifici dei Balbi ospitano alcune facoltà dell’Università di Genova, mentre Palazzo Reale, che ha conservato intatti i suoi interni sei-settecenteschi[8], è museo-dimora (Museo Statale di Palazzo Reale) e ospita gli uffici delle Soprintendenze ai beni culturali. Lungo la via si affaccia inoltre il seicentesco edificio con relativa chiesa (poi sconsacrata) del Collegio dei Gesuiti; il complesso ospitava, come sempre accadeva nei collegi gesuitici, una Libreria: questa andò a costituire il nucleo della moderna Biblioteca Universitaria, che conta oggi circa 600.000 volumi compresi fondi antichi, incunaboli, cinquecentine, periodici e altro, è il maggiore istituto bibliografico ligure ed è dal 1975 un istituto periferico del Ministero dei Beni Culturali. Poco più avanti si trova inoltre la seicentesca chiesa di S.Carlo, eretta dai Carmelitani Scalzi su progetto iniziale dello stesso Bartolomeo Bianco autore dei palazzi della via.

Nella via, l’unico palazzo nobile che è ancora dimora privata è il civico n°1, palazzo Durazzo Pallavicini, originariamente anch’esso di proprietà Balbi, che ospita una quadreria privata e una biblioteca – ricca di manoscritti rari, codici miniati e incunaboli – dove nel tempo, attraverso vari matrimoni, sono confluiti gli archivi di molte famiglie nobili genovesi: Pallavicini, Sauli, Cattaneo, Adorno, Centurioni, Grimaldi, Lomellini. Qui la marchesa Carlotta Cattaneo Adorno Giustiniani ospitò la regina Elisabetta II d’Inghilterra durante il viaggio di quest’ultima a Genova nel 1980.

Piazza della Nunziata, Genova

L’area di Piazza della Nunziata e adiacenze, all’imbocco di via Balbi, ha subìto nel tempo trasformazioni radicali. Rimasta fuori dalle mura fino al 1346, la zona era aperta campagna, coltivata a orti e vigneti, e vi scorrevano rivi come il Carbonara che si gettava in mare poco lontano. Lo slargo che diede origine alla piazza venne a delinearsi con l’erezione delle mura del Barbarossa nel XII secolo, quando le poche costruzioni preesistenti nelle adiacenze della linea muraria furono abbattute per creare lo spazio adeguato all’efficacia dell’opera difensiva: da qui il nome di vastato, spazio aperto, che accompagna ancora oggi l’intitolazione della chiesa sulla piazza, “SS. Annunziata del Vastato”. In quest’area, nel XIII secolo, si esercitavano i balestrieri della congregazione dell’Annunziata[9]. Qui inoltre vi erano due importanti accessi alla città: la porta di S.Agnese, che si trovava indicativamente nel punto dove ora si incontrano via Lomellini e via Bensa, e la porta Sottana (o di S.Fede, o dei Vacca), ancora esistente. Mentre la seconda faceva da cesura lungo la già citata direttrice ponente-levante che giungeva da via Pré, la prima si poneva su un percorso ben più ripido e accidentato: una mulattiera che tirava dritta verso il Righi salendo lungo lo spartiacque tra il rio Carbonara e il rio Vallechiara (di lì a poco sarebbero scomparsi, tombinati già nel Cinquecento). Di tale creuza, molto trafficata in epoca medievale perché metteva in comunicazione con l’Oltregiogo e la pianura padana, è ancora individuabile l’andamento se si percorrono via S.Agnese, via S.Bartolomeo del Carmine, salita S.Nicolò, salita della Madonnetta, Porta delle Chiappe: in più punti è ancora presente il fondo stradale antico, con l’accoltellato in mattoni o il selciato, e i muri in pietra sui fianchi.

Il primo edificio di culto che sorse nel vastato fu una chiesetta dedicata a S.Marta ed eretta dai frati Umiliati, con annesso convento; passata ai Conventuali nel Cinquecento, la chiesa fu ampliata e intitolata a S.Francesco; passò poi ai francescani Minori Osservanti di Castelletto che le diedero l’intitolazione alla Santissima Annunziata che possiede ancora oggi e provvidero alla modifica profonda del fabbricato grazie a larghe donazioni di famiglie nobili tra cui i Lomellini, i quali stanziarono una cifra tale che l’edificio divenne di fatto la loro chiesa gentilizia. La facciata in stile classico che si vede attualmente è il risultato di un progetto di rifacimento presentato negli anni trenta dell’Ottocento dall’architetto civico Barabino e poi compiuto, con alcune modifiche, dall’allievo e successore Resasco qualche anno più tardi. La chiesa subì danni ingenti durante i bombardamenti della Seconda Guerra ed è stata completamente restaurata a partire dalla fine degli anni ottanta. Un fatto di interesse: nel 1815 papa Pio VII vi tenne una messa solenne a cui parteciparono cardinali ed esponenti della famiglia reale, in concomitanza col suo soggiorno nel palazzo nobiliare che si erge di fronte alla chiesa, palazzo Belimbau. Nell’Ottocento la piazza ospitava il capolinea delle carrozze pubbliche a cavallo nonché il mercato mattutino di frutta e verdura, proprio di fronte al sagrato della chiesa. A fine Ottocento, con la realizzazione della linea tramviaria Brignole-Principe che richiedette l’apertura delle due gallerie tuttora esistenti, tutta la zona Zecca-Portello-Nunziata fu sconvolta  e la piazza venne attraversata dai binari del tram che proseguivano lungo via Balbi per sboccare davanti alla stazione Principe.

In cima a via Balbi si apre piazza Acquaverde, il cui nome – di certo legato allo scorrere in questa zona del rio S.Ugo – potrebbe derivare dal fatto che in questo punto il torrente formava uno stagno reso verde dalle numerose alghe sulla sua superficie. I lavori per realizzare la piazza presero il via soltanto a metà Settecento: fino ad allora erano qui presenti i monasteri di S. Paolo e S. Spirito, v’era la porta di S. Tomaso e il magazzino dell’Annona. Con la costruzione della stazione ferroviaria tutti questi edifici furono abbattuti per dare alla piazza l’aspetto che sostanzialmente le è proprio ancora adesso. Il monumento a Cristoforo Colombo fu inaugurato nel 1862, e verso fine secolo la piazza aveva raggiunto la sistemazione definitiva. L’area su cui sorge la stazione comprende il promontorio lungo cui si snodavano le mura del 1346, cosiddetto promontorio di Capo d’Arena, dove si trovava anche l’antichissima chiesa di S.Tomaso (da cui il nome della porta) demolita nel 1894 durante i lavori di rinnovamento urbanistico[10]. A inizio Novecento la zona di Principe era costellata di alberghi di lusso che accoglievano i viaggiatori appena usciti dalla stazione.

IL BORGO DEL CARMINE

Del sestiere fanno parte, come già detto, i borghi del Carmine (originariamente Terriccio, prima che l’erezione della chiesa ne mutasse il nome) e di S.Agnese, adiacenti l’uno all’altro e oggi fusi nel tessuto urbano ma riconoscibili leggendo la toponomastica e individuando il gruppo di case antiche ancora esistenti alle spalle della zona della Nunziata. Anticamente anche quest’area, che si estendeva sulle pendici della collina tra il rio Carbonara e il rio Vallechiara, era coltivata a vigneto, come riporta un documento del 1160. Salendo verso Castelletto, la collina era punteggiata di case di villeggiatura della nobiltà.

I nomi che individuano i due borghi sono dovuti, come spessissimo accade, alla presenza di edifici di culto. La chiesa del Carmine, risalente al XIII secolo, si trova sulla piazza omonima e fu realizzata dai Carmelitani a partire da una preesistente piccola cappella intitolata all’Annunziata. La fondazione della chiesa di S.Agnese invece, nell’area della via che oggi porta il suo nome, risale al 1192, precedente quindi quella del Carmine; chiusa nel 1797, se ne decretò la demolizione per esigenze urbanistiche nel 1820: quando fu abbattuta un muro maestro venne inglobato nel civico n.4 di via Polleri, all’interno del quale è tuttora visibile. Il nome di S.Agnese e la parrocchialità furono spostati alla chiesa del Carmine, che conserva ancora oggi la doppia intitolazione.

Salendo la collina, a breve distanza da piazza del Carmine, si trovano infine la piazza e la chiesetta medievale di S.Bartolomeo dell’Olivella, edificata a inizio ‘300 con annesso convento per le monache Cistercensi.

Oggi la zona del Carmine mantiene l’aspetto originario: case addossate le une alle altre, minuscole piazzette, alti muri e stretti vicoli in pietre e mattoni, antichi paramenti murari con file di archetti pensili a sesto acuto, archi di collegamento tra gli edifici sono tutti elementi che si riscontrano facilmente nel tessuto edilizio. Nei nomi delle strette creuze vi sono le testimonianze del passato: vicolo dello Zucchero e vicolo del Cioccolatto alludono alle botteghe che avevano sede in loco e in cui i droghieri lavoravano e vendevano il cacao e altre spezie (così come i vicini Largo della Zecca e piazza dietro i Forni, che segnano il confine col sestiere della Maddalena, ricordano la presenza dei Forni Pubblici prima e della Zecca poi). Piazza della Giuggiola era sede di un magnifico edificio di villeggiatura poi convertito in abitazioni: il nome rimanda alla presenza di una pianta di giuggiole nel giardino della villa. Da qui passa tangente salita di Carbonara, che parte da piazza del Carmine: è una delle antiche creuze che salivano al Castelletto e che si sono conservate. Il nome di Carbonara ha origini dubbie e gli studiosi hanno fornito diverse interpretazioni, dalle carbonaie intese come fornaci di carbone, ai fossati esterni alle opere difensive quali il Castelletto, chiamati nel Medioevo proprio carbonaie. Un’altra lettura attribuisce l’etimologia del vocabolo a car, vigna, e bon-aria, aria buona, quindi “vigna dell’aria buona”, in relazione alle coltivazioni un tempo presenti.

 

Claudia Baghino

[foto di Daniele Orlandi]


 

[1] Via delle Fontane è così detta perché il torrente, che prima di essere coperto scorreva in luogo della strada, alimentava alcune fontane ad uso pubblico che esistevano ancora a metà Settecento di fronte alla chiesa di S.Sabina.

[2] Pare che la nuova costruzione venisse prontamente eretta per accogliere i partecipanti alla terza crociata provenienti dalla Borgogna, giunti a Genova nel 1190 per unirsi alla flotta di Riccardo Cuor di Leone.

[3] L’ordine dei Cavalieri Ospitalieri di S.Giovanni sorse nell’XI secolo a Gerusalemme su iniziativa di alcuni mercanti di Amalfi al fine di offrire assistenza ai pellegrini che giungevano alla Città Santa, e si espanse rapidamente in tutta Europa diventando baluardo di resistenza contro l’avanzata musulmana. La casa madre era proprio a Gerusalemme, dove risedeva il Gran Maestro e dove si trovava il monastero di S.Giovanni Battista, da cui il nome dell’Ordine. Dopo la caduta di Gerusalemme in mano musulmana nel 1187, la sede fu trasferita prima a S.Giovanni d’Acri, poi – a causa dell’inarrestabile avanzata ottomana – a Cipro, a Rodi, a Malta (da cui il successivo nome dei Cavalieri) e infine a Roma, a fine Settecento. Gli insediamenti dei Cavalieri si collocavano nei centri abitati, lungo le vie di pellegrinaggio e in punti strategici per la difesa; le grandi sedi con annessi ospitali erano tipicamente realizzate nei più importanti luoghi di imbarco, come Genova.

[4] La chiesa originaria è quella inferiore, eretta nel 636 in memoria del Santo Sepolcro dopo che Gerusalemme cadde in mano turca. All’epoca la chiesa si trovava praticamente sulla spiaggia, nel seno poi detto di S.Limbania.

[5] Pare che il santo avesse fatto scaturire una fonte d’acqua nel punto ove comincia salita della Neve, presso piazza S.Brigida, a breve distanza dal complesso ospitaliero.

[6] Dal 1669 fu imposto loro di indossare un cappello giallo invece del semplice nastro sugli abiti, di ascoltare il sermone in chiesa ogni mese, e di pagare una speciale tassa, oltre al divieto di spostarsi nelle riviere senza esplicito permesso. Bisogna attendere la metà del ‘700 perché venga loro riconosciuta piena libertà di movimento.

[7] Madame de Staël (1766-1817) fu una scrittrice ma soprattutto una celebre intellettuale, instancabile organizzatrice di circoli culturali e dibattiti eruditi a livello internazionale. In Italia è ricordata soprattutto per l’articolo “Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni” pubblicato nel 1816, che fu all’origine dello scoppio della polemica sul romanticismo in cui si scontrarono tradizionalisti classicisti e progressisti romantici; nello scritto la De Staël incitava gli italiani a seguire con maggiore attenzione le moderne letterature europee e ad aprirsi alle novità culturali internazionali, invece che restare chiusi e adagiati sui fasti del classicismo.

[8] Ha perso invece il suo aspetto primitivo il Teatro del Falcone, annesso in origine all’edificio, distrutto durante il secondo conflitto e ricostruito. Presso il Teatro del Falcone giunse Carlo Goldoni nel 1736 per una rappresentazione: fu in questa occasione che conobbe la genovese Nicoletta Conio, sua futura moglie.

Il Palazzo inoltre ha perduto il suo originario affaccio sul mare che avveniva tramite il Ponte Reale, demolito nel 1963 per fare spazio alla Sopraelevata. Questo Ponte Reale era un corpo di fabbrica che si allungava fino alla riva, provvisto di un grande arco sotto cui passava via Carlo Alberto e facente parte della struttura del palazzo; non è da confondersi col Ponte Reale prospiciente palazzo S.Giorgio e abbattuto a metà ottocento per l’apertura di piazza Caricamento e di via Carlo Alberto, oggi Gramsci.

[9] Nel Medioevo i balestrieri erano un corpo scelto e quelli della Repubblica di Genova erano i migliori esistenti, temuti e rispettati per l’abilità ineguagliabile e per il disprezzo del pericolo. Oltre a quella della Nunziata, le altre congregazioni erano quelle di Sarzano e di Pré.

[10] Nelle fondamenta di detta chiesa furono ritrovati reperti d’epoca romana riconducibili al II sec.d.C., che vennero tutti traslati a Torino (eccetto che per un’urna consegnata all’Accademia Ligustica) con la demolizione dell’edificio.

 

Portoria: l’antico sestiere e il quartiere di Piccapietra


Piccun Dagghe Cianin“, documentario storico che mostra l’antico quartiere di Portoria durante le operazioni di demolizione

 

Il sestiere di Portoria è uno dei sei antichi rioni in cui era diviso anticamente il centro storico genovese. Confina a ovest coi sestieri del Molo e della Maddalena, e a est con quello di San Vincenzo. Sull’etimologia del nome del luogo, la cui collocazione coincide con il moderno quartiere di Piccapietra (anticamente zona così denominata per via del mestiere svolto dai suoi abitanti, scalpellini e tagliapietre), esistono interpretazioni diverse: la più nota è quella che fa risalire il vocabolo alla Porta Aurea, eretta con la seconda cinta muraria cittadina detta del Barbarossa (1155), e così chiamata poiché da questa porta dovevano passare i trionfatori. Un’altra lettura assimila il nome alla presenza in loco di un piccolo antichissimo porto successivamente interrato – il Seno di Giano Troiano – che si insinuava fino a Ponticello (attuale zona di Piazza Dante), e una terza spiega il termine col fatto che fino a qui si estendevano le proprietà dei Doria. Il Seno di Giano costituì la prima insenatura naturale del centro città, citata già dallo storico latino Tito Livio. Il sestiere copriva approssimativamente la zona tra le attuali Piazza De Ferrari, spianata dell’Acquasola, Via XX Settembre fino all’altezza di Corso Podestà e  il colle di Carignano. Naturalmente l’aspetto di questo lembo di territorio è profondamente mutato nei secoli: lo sviluppo economico, demografico e l’avvento di nuove soluzioni urbanistiche hanno inciso molto sulle preesistenze storiche, talvolta cancellandole completamente, talaltra adattandole e modificandole in nome del progresso.

Piazza de Ferrari, già Piazza San Domenico, oggi agorà cittadina ma un tempo slargo secondario (a dimostrazione di questo sta il fatto che Palazzo Ducale vi si affaccia con un’ala e non con l’ingresso principale, che dà su Piazza Matteotti), è l’esempio più eclatante di tali cambiamenti. Nella piazza oggi dedicata al marchese Raffaele De Ferrari, finanziatore di un importantissimo ampliamento portuale nel 1874[1], sorgeva, nel punto in cui ora si trova il Teatro Carlo Felice, la monumentale chiesa – con annesso convento – intitolata appunto a S.Domenico di Guzman, che giunse a Genova nel 1220 e vi soggiornò con i suoi confratelli; del complesso che dava il nome alla piazza non resta che il ricordo, poiché venne interamente demolito quando a partire dagli anni venti dell’Ottocento si presentò la necessità di fare spazio al Teatro e all’Accademia Ligustica (fu così che andarono persi, tra l’altro, gli affreschi che per secoli avevano decorato la chiesa, realizzati dai più celebri artisti genovesi).

Non distante sorgevano fino al Cinquecento due edifici realizzati a partire dal 568, anno della discesa dei Longobardi in Italia: la chiesa dedicata a S.Ambrogio, e il palatium residenza del vescovo milanese rifugiatosi a Genova, dove spostò la sede metropolitana. È proprio in questo sito che sul finire del Cinquecento venne edificata la Chiesa del Gesù – presente ancora oggi – grazie all’ingente contributo del genovese Marcello Pallavicino, nobile gesuita. Il progetto venne ultimato solo alla fine dell’Ottocento, ma intanto la chiesa si era abbellita di opere dei più grandi artisti locali e internazionali, tra cui la celeberrima pala d’altare con la Circoncisione, realizzata da Rubens proprio per Pallavicino nel 1605. Oggi la chiesa è nascosta alla vista dall’edificio originariamente sede della compagnia di bandiera Italia Navigazione (e oggi ospitante gli uffici della Regione)[2].

Nella piazza, anticamente triangolare, era presente, di fronte alla chiesa di S.Domenico, un barchile cinquecentesco: realizzato dai Della Porta in origine per lo slargo antistante la Chiesa del Gesù, era stato smontato e parzialmente riassemblato nel Seicento proprio in piazza S.Domenico, ad esclusione del busto sommitale, raffigurante il dio Giano, inserito invece nella fontana di Via del Campo. Con la demolizione ottocentesca[3] della chiesa domenicana, il barchile venne nuovamente smembrato e spostato in Piazza Marsala, dove si trova ancora oggi, mentre il busto fu trasferito dall’architetto civico G.B. Resasco (progettista di Staglieno) sul chiosco di Piazza Sarzano, dove oggi si trova una copia in luogo dell’originale, restaurato e ricoverato nel Museo di S.Agostino. Al posto dell’antico barchile oggi campeggia al centro di Piazza De Ferrari la fontana realizzata nel 1936 come volontà testamentaria di Giuseppe Piaggio, morto in volo nel ’30. Con la costruzione, negli anni dieci del Novecento, dei palazzi della Borsa e del Credito Italiano la piazza raggiunge il definitivo equilibrio compositivo.

Il Teatro Carlo Felice, voluto dall’omonimo re cui venne poi dedicato, non ha conservato l’aspetto originario: terminato nel 1828 su progetto del Barabino, fu quasi raso al suolo dai bombardamenti alleati durante la Seconda Guerra, che danneggiarono gravemente anche l’edificio dell’Accademia. Del teatro si salvarono solo il pronao in stile neoclassico e i portici esterni: il primo concorso per la ricostruzione fu bandito nel ’46, ma il nuovo edificio, che si adatta alle preesistenze architettoniche, è stato terminato e inaugurato solo nel ’91. Se oggi la zona prospiciente l’ingresso è interamente pedonale, nell’Ottocento vi si trovava il capolinea delle diligenze a cavallo e successivamente i tramways elettrici, i cui binari seguivano il tracciato che ora viene percorso dai bus. La statua di Garibaldi vi fu posta nel 1893, con una grande inaugurazione cui parteciparono importanti personaggi tra cui Francesco Crispi, il generale Canzio e lo scrittore Anton Giulio Barrili, tutti in frac.

Piazza De Ferrari, GenovaIn relazione alle sue caratteristiche di principale piazza cittadina, Piazza De Ferrari è luogo di ritrovo dei genovesi, luogo di festeggiamenti ed eventi, punto d’arrivo di manifestazioni e cortei, ma soprattutto è stata, negli anni, teatro di importanti avvenimenti storici. Qui passò in pompa magna Vittorio Emanuele III in visita alla città nel 1922, qui i genovesi ascoltarono l’annuncio dell’entrata in guerra nel ’40, qui sfilarono le forze alleate e partigiane dopo aver liberato la città nel ’45. Qui, nella storia più recente, avvennero i terribili scontri del 30 giugno 1960 che portarono alla caduta del governo Tambroni[4]; infine la piazza si è trovata ad essere cuore pulsante della cosiddetta “zona rossa”, cioè inaccessibile per ragioni di sicurezza, durante il summit G8 del 2001: proprio Palazzo Ducale infatti è il luogo scelto per l’incontro dei “grandi” della Terra.

A pochi metri da Piazza de Ferrari si trovano Via Dante e Piazza Dante. Anch’esse sono il risultato di un’immane operazione di restyling urbano, diviso in due tempi: la parte più vicina a Piazza De Ferrari risale a fine Ottocento, la parte verso la galleria Colombo è invece degli anni trenta del Novecento. In questo caso fu necessario lo sbancamento della collina di S.Andrea (rimandiamo al testo sul sestiere del Molo) con il borgo di Ponticello, che si stagliava dove ora c’è la piazza: in ricordo di ciò che fu è rimasta Porta Soprana, anche detta Porta di S.Andrea appunto, collegata a un residuo delle antiche mura del Barbarossa, ma presente già nella cinta del 935. Racconta l’annalista Caffaro che l’urgenza di edificare mura solide per difendersi da un eventuale attacco del Barbarossa impegnò l’intera popolazione, che con uno sforzo colossale riuscì a portare a termine l’impresa in soli 53 giorni[5]. Poco distante dalla porta ancora esiste quella che è identificata con la dimora di Cristoforo Colombo, nato nel 1451 proprio a Ponticello[6], da genitori lanaioli (qui infatti risiedevano coloro che lavoravano la lana). Per quanto si sia dibattuto a lungo sulle vere origini del navigatore, che è stato definito di volta in volta spagnolo, francese, corso, una cosa è certa: che in tutti i documenti coevi è indicato sempre come genovese, e lui stesso si definisce tale anche nel più importante dei documenti, il suo testamento.

La località di Ponticello conservava il nome che le fu dato in tempi remoti per via di un piccolo ponte, appunto, che passava sul Rivo Torbido, torrente che attraversava il borgo separando il colle di Sarzano da quello di Carignano; prendeva tale denominazione dal colore delle acque, rese scure dal terreno argilloso e dalle attività umane. Il barchile che oggi è in Piazza Campetto si trovava originariamente in Piazza Ponticello, dove anticamente facevano i loro mercati le erbivendole e si incontravano gli uomini d’affari. Qui vennero innalzati nel 1940 i 108 metri del grattacielo Piacentini-Invernizzi (dal nome dei progettisti) che fu il primo e per lungo tempo il più alto d’Italia; al completamento dell’opera di ammodernamento ha concorso la realizzazione del nuovo centro direzionale cittadino, il Centro dei Liguri, realizzato tra gli anni sessanta e ottanta, per far nascere il quale si  sacrificò per sempre un altro rione storico, quello della celebre Via Madre di Dio (dall’omonima chiesa sulla via), che sorgeva proprio sotto il ponte di Carignano  lungo il tracciato del Rivo Torbido, e si snodava quasi parallela a Via Fieschi, partendo da Piazza Ponticello e arrivando fino alla marina. Sotto l’azione delle ruspe finì anche la casa di Niccolò Paganini, nato proprio nei pressi di Via Madre di Dio nel 1782.

L’adiacente Via Fieschi invece era stata aperta solo nel 1868: prima di allora, per salire alla collina dimora dei Fieschi si percorreva una via minore, e fino al ‘500 v’era una maestosa scalinata che conduceva al palazzo della famiglia in Via Lata; fu però tutto atterrato per ordine di Andrea Doria dopo la fallita congiura del 1547[7].

Uno stravolgimento altrettanto profondo che per i luoghi sopra descritti è stato quello che ha condotto, attraverso i secoli, ad avere la Via XX Settembre che conosciamo adesso. In tutte le epoche i lavori che hanno interessato la zona hanno portato alla luce reperti archeologici di epoca preromana che confermano la presenza umana in questi luoghi fin da epoche remote. La storia di questa strada ha origine nel 1628, ordinata dal patrizio Giulio della Torre che voleva una via carrabile che sostituisse la precedente[8]. Da lui il primo nome, via Giulia; all’epoca, si chiamava così solo per metà, diventando poi Via della Consolazione dopo Porta degli Archi (dove ora è il Ponte Monumentale[9]) mentre al termine del tracciato si ergeva Porta Pila. Non aveva un andamento regolare come adesso, ma seguiva la morfologia del terreno: il livellamento del fondo stradale avvenne gradualmente attraverso successivi interventi. Appena nata, via Giulia si dimostrò subito utilissima per il passaggio delle carrozze aristocratiche che andavano verso le residenze di villeggiatura (Marassi, Terralba, Sturla, Quarto, Albaro); l’aumento di traffico portò a successivi allargamenti e miglioramenti che diedero alla via sempre più le caratteristiche di arteria principale, fino ad arrivare al 1897, quando per volontà del sindaco Andrea Podestà si procedette alla realizzazione di Via XX Settembre. Molte furono le polemiche di residenti e negozianti, visto che si dovettero demolire diversi edifici, e ad esse si aggiunsero le proteste dei preti cui fu espropriata la Chiesa del Rimedio: a differenza di S.Domenico, però, questa venne letteralmente smontata e ricostruita pietra per pietra in Piazza Alimonda. La via è una congerie di stili diversi che sottolineano l’eclettismo e il gusto per il revival architettonico in voga all’epoca: tra i vari palazzi il civico 23 è opera del celebre architetto Gino Coppedè. Adiacente il Ponte Monumentale ma sopraelevata rispetto alla via è la Chiesa di S.Stefano, una delle più antiche della città (X secolo), nella quale si presume fu battezzato Colombo[10].

Altre moderne direttrici che si dipartono da De Ferrari sono Via XXV Aprile, già Via Carlo Felice, e Via Roma, previste dal progetto del Barabino e presto divenute luogo di passeggio e negozi eleganti. Non venne fortunatamente demolito lo storico Palazzo Spinola (in fondo a Via Roma), acquisito dalla famiglia nel Seicento e oggi sede della Prefettura. Via Roma[11] fu completata negli anni settanta dell’Ottocento sbancando definitivamente la collina di Piccapietra e ad essa si andò ad aggiungere un elemento che andò presto configurandosi come salotto cittadino: Galleria Mazzini, che ricalcava il fortunato modello francese riproposto in quegli stessi anni nelle maggiori città italiane. Qui l’amministrazione comunale allestì intelligentemente le Poste Centrali, rendendo la galleria particolarmente trafficata, mentre presso i caffè della galleria si riunivano intellettuali, scrittori, giornalisti, artisti; dal 1926 la galleria ospita due volte l’anno la Fiera del Libro[12]. La vicina Piazza Corvetto fu progettata dall’ingegnere Giuseppe Croce, all’epoca assessore comunale. Si noti che, nel giro di pochi metri, si trovano tre sculture dedicate ad altrettanti importanti personaggi: Garibaldi in Piazza De Ferrari, Vittorio Emanuele II a Corvetto e Mazzini di fronte ad esso (sulla collina di Villetta Di Negro).

In tempi molto più antichi, prima che la zona diventasse sofisticato ritrovo, qui vicino cresceva una rigogliosa macchia di vegetazione ribattezzata “Bosco del diavolo”, risalente ancora all’epoca pagana; nella zona dove ora si trova Piazza Corvetto, prima del Mille v’era il Lucus dei pagani, ovvero il bosco sacro (tanto che il nome della vicina Via Luccoli potrebbe derivare proprio da Lucus). Nel ‘500 la boscaglia finì per essere compresa nella cinta muraria, ma per lungo tempo rimase luogo non sicuro: i suoi abitanti infatti avevano fama d’essere contrabbandieri o comunque dediti ad attività illecite, e per di più mettevano in atto tutta una serie di deterrenti per evitare di essere disturbati: di notte spaventavano gli incauti passanti travestendosi da fantasmi, con tanto di lenzuolo, trampoli e zucca vuota in testa, illuminata dall’interno con una candela, oppure legavano dei tacchini con catene in modo che il loro movimento producesse rumori diabolici. La situazione giunse al limite di tolleranza nel Seicento, quando per decreto del Senato il bosco fu dato alle fiamme e al suo posto fu aperta la via chiamata Crosa del diavolo. Per giungere all’aspetto odierno dovette essere ampliata ben due volte, nel 1775 e cent’anni dopo, quando il nome le fu cambiato in Via dell’Ospedale Pammatone. La via costeggia oggi l’edificio del Tribunale, che sorge proprio dove un tempo era l’Ospedale di Pammatone, i resti del cui edificio principale, gravemente mutilato dai bombardamenti della Seconda Guerra, sono stati conservati inglobandoli proprio nella struttura del palazzo del Tribunale, innalzato tra 1966 e 1974.

L’OSPEDALE PAMMATONE

L’origine dell’Ospedale risale a inizio ‘400, quando fu creato grazie all’iniziativa caritatevole del notaio genovese Bartolomeo Bosco: in breve tempo l’istituto divenne il primo ospedale cittadino e, attraverso successivi ampliamenti e aggiornamenti, restò tale fino all’inizio del Novecento, quando venne definitivamente sostituito dal nuovo ospedale di S.Martino.

All’istituto è legata strettamente la figura di Santa Caterina Fieschi Adorno (1447-1510), cui è intitolata ancora oggi la vicina Chiesa dell’Annunziata di Portoria, detta anche – appunto – di S.Caterina, e in cui si trova esposto il corpo della santa, esumato intatto dalla tomba a oltre un anno dalla morte ed esposto da allora in una teca di vetro all’interno della chiesa. Caterina, maritata giovanissima al nobile Giuliano Adorno, mostrò molto presto la sua vocazione mistica, in virtù della quale riuscì a convertire il dissipato marito a una vita rigorosa; dedicò l’intera esistenza alla cura dei malati proprio presso il Pammatone, di cui divenne rettora, ricoprendo così un ruolo che mai prima d’allora era toccato a una donna. A un tempo mistica e dotata di grande senso pratico, fu studiosa e autrice di trattati a tema religioso, ma anche creatrice di un reparto dedicato ai malati di sifilide (malattia che proprio allora cominciava a diffondersi) e instancabile infermiera durante l’epidemia di peste che colpì anche lei: una stampa del tempo la ritrae mentre bacia un’appestata morente. Santificata nel 1737, fu proclamata Patrona degli Ospedali italiani nel 1943.

Il Pammatone annoverava nel suo complesso, oltre alle strutture dedicate specificamente ai malati, un laboratorio chimico, una farmacia, un teatro anatomico, alloggi per il personale di servizio, opere d’arte che arredavano gli spazi, e le cronache registrano l’entusiasmo dei commenti di quegli stranieri che in viaggio a Genova avevano avuto modo di visitare l’ospedale: ordine mirabile, pulizia perfetta, cura estrema sono alcune delle parole di un magistrato francese in visita nel Settecento. L’ultima funzione che la struttura svolse fu quella di sede della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Genova, prima della guerra. Dopo i bombardamenti, tutti i corpi di fabbrica – tranne quello settecentesco oggi inglobato nel Tribunale – vennero interamente demoliti, e con loro il dedalo di vicoli che costituiva il tessuto urbano circostante, per lasciare spazio a quella che divenne, nel tempo, la moderna Piccapietra.

IL BALILLA: LA RIVOLUZIONE DI PORTORIA

Dell’antico aspetto della zona resta oggi solo la piazzetta antistante l’ingresso del Tribunale, dove campeggia il monumento al Balilla, celeberrimo simbolo della cosiddetta “rivoluzione di Portoria”, quando i genovesi si sollevarono contro l’esercito austriaco che occupava la città[13]. L’episodio di cui il Balilla è protagonista e che fece scoppiare la rivolta avvenne il 5 dicembre 1746, allorché un pesante cannone, trascinato da un drappello di soldati, sfondò il manto stradale rimanendo incastrato; i soldati intimarono ai passanti di fornire il proprio aiuto, e poiché questi tentennavano, si avventarono su di essi a colpi di bastone. Quest’ennesimo sopruso fece esplodere la rabbia della popolazione, già esasperata dall’occupazione straniera: armandosi alla bell’e meglio, in cinque giorni di piena rivolta riuscì a cacciare gli austriaci dalla città. Tradizione vuole che il primo sasso sia stato lanciato proprio dal Balilla, al secolo Giovan Battista Perasso, con la nota frase «Che l’inse?» ossia: «Devo cominciare?». La figura del Balilla, come noto, è stata poi ripresa – per le sue caratteristiche di patriottismo e coraggio – in epoca fascista per la propaganda di regime.

LA SPIANATA DELL’ACQUASOLA

Sopra la zona dell’antico ospedale, tra Piazza Corvetto e i resti della seconda cerchia di mura, è la Spianata dell’Acquasola, famosa per i suoi giardini da cui si gode di una splendida vista verso levante. In origine la zona era una collina naturale cui si giungeva tramite una strada costeggiata dal Rio Torbido, il quale, passato per Portoria, proseguiva attraverso Ponticello e il Borgo dei Lanaioli fino al mare.  La via conduceva da Salita S.Caterina direttamente alla Spianata. A Ottocento inoltrato fu interrotta con l’apertura di Via Roma. Il nome Acquasola è di origine incerta ma indubbiamente molto antica: alcuni studiosi evidenziano le radici “Lacca” e “solis”, dove Lacca era una divinità ligure assimilabile alla Giunone dei boschi romana, e qui si estendeva un bosco a lei dedicato (il lucus da cui il nome della non lontana Via Luccoli); altri leggono “Acca solis”, che indicherebbe, in sanscrito, una ninfa madre cui il bosco era dedicato; esiste anche un’interpretazione che fa risalire il nome del luogo al fatto che fosse residenza degli Arcadi Ausoni, popolo di stirpe sciita pelagica giunto a Genova nel 1600 a.C.., mentre ulteriori letture legano il nome alla presenza di rivi e fonti d’acqua nella zona.

I giardini, con la vasca centrale che raccoglie l’acqua di varie sorgenti, fanno parte del progetto di Barabino, ma prima dell’Ottocento l’Acquasola fu dapprima parte del famigerato Bosco del diavolo, poi luogo di scarico dei detriti durante i lavori di costruzione di Strada Nuova (Via Garibaldi), campo d’esercitazione dei balestrieri, sede di botteghe artigiane, fabbriche d’arazzi, fonderie, fossa comune per i morti di peste nel 1656-57. Quando venne realizzata la cinta muraria seicentesca, l’Acquasola perse la funzione difensiva e si prestò perfettamente, data la morfologia, a diventare passeggiata pubblica, talmente bella da essere citata da personaggi come Dickens, Flaubert e Stendhal, in viaggio nel capoluogo ligure. Nell’Ottocento il luogo era tanto rinomato da essere preso a modello in Russia, a Mosca, per un parco simile anche nel nome. Dopo aver perso progressivamente importanza nel corso del Novecento, oggi attende di essere portato a nuovo splendore, dopo l’apertura di un contestatissimo cantiere – tuttora in essere – che dovrebbe portare alla creazione di un parcheggio sotterraneo e al restyling del parco.

 

 

 Claudia Baghino

[foto di Daniele Orlandi]


 

[1] Il marchese (1803-1876) proveniva da una facoltosa famiglia di banchieri nota per la parsimonia. Verso la fine della sua vita divenne però eccezionalmente generoso e donò venti milioni in oro nel 1874 per la costruzione di due nuovi moli portuali, dopo aver constatato che il porto genovese era inferiore a quello marsigliese.

[2] Edificio realizzato dall’ing. Cesare Gamba.

[3] Con la Restaurazione del 1815 la Repubblica di Genova finisce sotto il dominio dei suoi nemici secolari, i Savoia. Vittorio Emanuele I prende possesso della città il 7 gennaio 1815, annettendola al regno sabaudo. Mentre la classe dirigente genovese si arrocca su posizioni di passivo rifiuto ad integrarsi col nuovo stato, sentito come nemico invasore, l’economia ristagna, appesantita da forti dazi e tasse. Bisogna aspettare gli anni venti dell’800 e re Carlo Felice insieme all’intelligente governatorato di De Geneys, per vedere un cambiamento nell’approccio del regno alla città. Qui si colloca il periodo della grande riorganizzazione urbanistica affidata a Carlo Barabino.

[4] La scelta di Genova, medaglia d’oro della Resistenza, come sede del congresso dell’MSI, venne vissuta come un grave affronto, tanto più quando si sparse la notizia della partecipazione di Carlo Emanuele Basile, già prefetto di Genova in periodo fascista, responsabile della deportazione di centinaia di genovesi, condannato a morte per crimini di guerra e poi graziato. La protesta sfociò negli scontri di Piazza De Ferrari del 30 giugno tra manifestanti e forze dell’ordine. I disordini si propagarono presto nel resto del paese (ci furono anche morti negli scontri) e finirono solo con le dimissioni del governo.

[5] Sforzo rivelatosi non indispensabile, poiché bastarono i legati genovesi inviati all’imperatore per evitare lo scontro. Federico I era sceso in Italia con l’intenzione di riportare all’obbedienza i molti comuni ormai indipendenti di fatto. Genova, che aveva fondato l’autorità comunale nel 1097, fu la prima città cui l’imperatore riconobbe la piena autonomia. Facendo leva sul ruolo antisaraceno che Genova giocava sul mare, gli ambasciatori convinsero il Barbarossa a lasciare completa libertà alla Repubblica, che non dovette sottostare a versamenti tributari: bastò un giuramento di fedeltà. La città ottenne così di poter eleggere i propri consoli e amministrare la giustizia senza ingerenze da parte dell’Impero.

[6] Nel borgo dei lanaioli vissero anche lo scultore Anton Maria Maragliano e il filantropo Giuseppe Garaventa.

[7] La congiura ordita da Gian Luigi Fieschi ai danni di Andrea Doria non riuscì per via di un incidente: i congiurati avevano già conquistato la città nottetempo, quando Gian Luigi scivolò in acqua scendendo dalla galea con cui aveva preso la darsena: nel trambusto del momento nessuno si accorse che la pesante armatura lo stava facendo annegare. Perso il capo, i congiurati smarriti si dispersero velocemente. La punizione di Andrea Doria fu atroce, anche per vendicare la morte dell’amato erede Giannettino, ucciso quella notte: ordinò la morte dei responsabili, bandì i Fieschi dalla città, fece radere al suolo il loro quartiere in Via Lata ed esporre per due mesi il cadavere di Gian Luigi sul molo, dopodiché lo fece gettare al largo senza alcuna esequia.

[8] La linea su cui nasce il tracciato di Via Giulia è quella indicata da Salita S.Matteo, che si allacciava anticamente con lo scomparso Vico del Vento, il quale saliva fino a Piazza S.Domenico per proseguire oltre.

[9] Realizzato dall’ingegnere Cesare Gamba, che progettò anche i portici sotto la Chiesa di S.Stefano, atti a dare una certa continuità visiva al complesso ecclesiastico soprastante.

[10] Vale la pena ricordare che poco distante dal ponte, affacciato sulla via, è lo storico Mercato Orientale, mercato cittadino per antonomasia: con una pianta a cerchi concentrici, esso fu realizzato a fine Ottocento sul chiostro del convento degli Agostiniani (non lontana è la chiesa di Nostra Signora della Consolazione, affidata proprio ai padri Agostiniani) e porta ancora adesso l’impronta dello stile liberty di moda all’epoca. Qui è possibile trovare quasi ogni genere di prodotto, ma il mercato è famoso soprattutto per la varietà degli alimentari, che spaziano dal basilico genovese alla frutta esotica, sempre rispettando un alto standard qualitativo.

[11] Dei negozi che animano la via, due furono aperti da due garibaldini che avevano partecipato all’impresa dei Mille: l’oreficeria di Egisto Sivelli, diciassettenne all’epoca dei fatti e ultimo superstite, e il negozio di arredamento di Alberto Issel, ancora esistente.

[12] Alcuni nomi: Anton Giulio Barrili, Stefano Canzio, Arnaldo Vassallo “Gandolin”, i giornalisti Giuseppe Canepa e Carlo Panseri, e poi Eugenio Montale, Camillo Sbarbaro, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Guido Gozzano, Salvatore Quasimodo.

[13] La presenza degli austriaci in città è legata a una serie di lotte tra la Repubblica e i Savoia per il predominio territoriale. Nel 1713 Genova era riuscita ad acquisire il marchesato di Finale acquistandolo dall’imperatore Carlo VI per quasi due milioni di scudi, senonché nel 1743 la nuova imperatrice, Maria Teresa d’Austria, disconobbe l’acquisizione concedendo il suddetto marchesato ai Savoia, che coltivavano da sempre mire espansionistiche sulla Liguria. In seguito a un simile affronto, la Repubblica cercò aiuti internazionali nei paesi oppositori dell’Impero: Regno di Napoli, Francia, Spagna, firmando con questi un trattato e trovandosi in breve coinvolta in uno scontro di livello europeo che, dopo un inizio favorevole, precipitò velocemente verso la disfatta; Genova assistette al ritiro di tutti i suoi alleati, restando sola contro l’esercito imperiale, che con facilità prese la città. Il comandante dell’esercito austriaco, Antoniotto Botta Adorno (esiliato in giovane età da Genova con la sua famiglia), decretò durissime condizioni di resa: La città dovette pagare all’imperatrice un debito di guerra talmente esoso da mandare in fallimento il Banco di San Giorgio, mentre i soldati facevano razzia in città e indisturbati compivano abusi sulla popolazione.

Sturla, l’antico comune: Vernazza e Vernazzola

La geografia del levante cittadino è caratterizzata dalla presenza del torrente Sturla, l’unico corso d’acqua che dia origine ad una vera e propria vallata che si estenda in profondità [1]. Superata la valle Sturla, infatti, i rilievi si dispongono paralleli al mare e molto vicini alla costa, cosicché gli altri torrenti hanno potuto creare solo vallette molto strette e scoscese, poco adatte all’insediamento umano, che si è mantenuto infatti più vicino al mare [2].

La valle Sturla si collega all’entroterra e al ponente tramite il passo di Bavari e data la presenza di acqua e di una via di comunicazione mare-monti, lungo il corso del torrente si svilupparono nel tempo vari centri abitati.

Il quartiere che oggi è individuato come Sturla esiste in virtù delle suddivisioni amministrative operate in epoca moderna: lo compongono unità territoriali un tempo di pertinenza di S.Martino d’Albaro e S.Francesco d’Albaro, che prima del 1874 erano comuni autonomi, oltre a luoghi dove sorgevano piccoli borghi marinari o interni poi accorpati e progressivamente inglobati dallo sviluppo urbano.​ Il quartiere confina a ovest con Albaro e S.Martino e a nord con Borgoratti; a est è delimitato dal torrente omonimo, oltre il quale comincia Quarto, e a sud dal mare. Sebbene nell’accezione comune si indichi come Sturla la zona a est di via Orsini, i confini toponomastici sono leggermente diversi: da via al Capo di S.Chiara la linea di confine percorre via Caprera, comprende piazza Cadevilla e sale lungo via Sclopis, via Pio X, via Riese, via Marras e via dell’Ombra che si immette in Corso Europa.​

Anticamente queste zone erano caratterizzate dalla presenza di paesini, residenze di villeggiatura, orti e boschi. Nonostante l’urbanizzazione, alcuni nuclei antichi sono sopravvissuti, e di altri è ancora possibile individuare le tracce in singole vie. Tra gli antichi insediamenti vi sono Vernazzola, Vico del Pesce, Vernazza.

IL BORGO DI VERNAZZOLA

A breve distanza da Boccadasse, da cui è separato dal Capo di S.Chiara, si trova Vernazzola, borgo sviluppatosi intorno alla foce del rio Vernazza (oggi completamente tombinato). È questo uno degli antichi nuclei mantenutosi intatto: piccole case alte e strette addossate le une alle altre a ridosso della spiaggia, e ancora oggi circoli di pesca sportiva e gozzi in secca a breve distanza dalla riva. D’estate il luogo è intensamente frequentato per via della spiaggia, d’inverno, più silenzioso e solitario, permette facilmente di immaginare come tutta la zona di Sturla un tempo avesse simile aspetto. Il Capo di S.Chiara, che delimita Vernazzola a ovest e oltre il quale si scende verso Boccadasse, prende nome da un piccolo conservatorio di Agostiniane Scalze ivi presente, ma un tempo era detto Capo di Vernazzola: era quindi considerato parte integrante del territorio del borgo, cui è infatti collegato tramite una serie di creuze perpendicolari a via al Capo di S.Chiara (creuza sul crinale), che scendono ripide a mare. Tali vicoli (e non solo questi, vedi via Minerva poi divenuta Corso Buenos Aires) hanno nomi relativamente recenti, dati loro dal sindaco di S.Francesco d’Albaro nel 1874 alla vigilia dell’annessione a Genova, e scelti tra quelli della mitologia classica: via Argonauti, via Tritone, via Giasone, via Urania, via Icaro. A differenza di Boccadasse, borgo autonomo e architettonicamente chiuso su se stesso perché non sviluppatosi presso direttrici viarie antiche, quindi non aperto al passaggio, Vernazzola presenta una linea continua di case sulla riva (cosiddetta “palazzata di ripa”) che si configura atta ad accogliere chi giungesse dal mare. Era infatti qui l’imbocco della mulattiera per Bavari, tanto che v’era un monastero di frati Domenicani attrezzato per la sosta dei viandanti: questo classifica Vernazzola come paese di via.

VICO DEL PESCE

Separato da Vernazzola da una breve collinetta, il borgo ha caratteristiche estremamente simili a quelle dei paesi confinanti. Per quanto oggi il toponimo sia rimasto ad indicare un vicolo dell’abitato (tra Via dei Mille e Via Tritone), vico in questo caso deriva da vicus nella sua accezione significante “paese”, a indicare quindi la vocazione prettamente marinara del borgo. Qui, come in altri punti del litorale cittadino, sbarcarono S.Nazario e S.Celso, martiri cristiani che nella loro opera di evangelizzazione fondarono a Genova quattro chiese. In memoria del loro approdo fu dunque edificata una chiesa a loro intitolata, poi mutata in oratorio, attestata nei documenti dai primi del Trecento. Dell’antico nucleo è rimasto solo il vicolo che ne ricorda il nome e via del Bragone, il resto è stato cancellato dall’apertura delle moderne direttrici e dalla nuova edilizia.

VERNAZZA

Sebbene la via che porta il nome di questo antico borgo rientri attualmente nel quartiere di S.Martino, il paese era in origine legato direttamente a Vernazzola, la quale invero ne riprende il nome tramite diminutivo. Anche Vernazza infatti si sviluppò quale paese di via che precedeva di poco la zona dell’attuale Piazza S.Rocco da dove si dipartivano più strade, e svolgendo quindi la funzione tipica di luogo di sosta per i viaggiatori.

Claudia Baghino

 


[1] La prima vera vallata che si incontra procedendo a est dopo la valle Sturla è la Val Fontanabuona, lungo cui si snoda un’antica via che conduce nell’entroterra per poi scendere fino a Lavagna.

[2] Già nel tratto Foce-Boccadasse anticamente si nota questa caratteristica del suolo, dal momento che prima che venisse aperta la passeggiata di Corso Italia all’inizio del 900, il litorale si presentava roccioso e di quasi impossibile accesso (le spiagge tramite cui accedere al mare erano appunto la Foce e Boccadasse).

 

Genova Centro Storico: il sestiere della Maddalena e Strada Nuova


(Genova Centro Storico: “Un Quartiere Genovese”, documentario del 1948)

 

Il sestiere della Maddalena è uno dei sei antichi rioni che costituiscono il tessuto urbano del centro storico genovese; per quanto conservi nell’aspetto tutte le caratteristiche tipiche della città vecchia, la zona ha subito nei secoli molte trasformazioni che l’hanno portata ad avere l’immagine con cui si presenta a noi oggi. Il sestiere confina a sud col sestiere del Molo, a est con quello di Portoria, a nord con S.Vincenzo e a ovest con Pré. Questa parte di città si sviluppò, come spesso accade per gli insediamenti umani, come borgo intorno ad una zona di passaggio: la strada romana che collegava il ponente al levante transitando fuori dalla città.

Quella che oggi è Via della Maddalena si trovava al di fuori della cinta muraria del IX secolo, e metteva in comunicazione  i tratti di strada rappresentati da Via S.Luca e Via S.Vincenzo, con un percorso diretto che evitava di dover passare dal centro città attraversando le porte. Crescendo a un tempo la dimensione della città e quella degli insediamenti extraurbani, il non ancora sestiere si trovò ad essere inglobato nel sistema urbano in epoca medievale, con l’erezione delle mura del Barbarossa nel XII secolo.

SOTTORIPA

Partendo dalla costa, il sestiere comprende un’ampia porzione dei portici di Sottoripa (la parte più a est appartiene al sestiere del Molo), precisamente quella tra Via al Ponte Reale e Via al Ponte Calvi. Protetta dal porticato e da argini che impedivano al mare di giungere alla strada, Sottoripa, il cui toponimo ne indica la posizione rispetto al mare, esisteva già nel XII secolo – è il più antico sistema di portici pubblici in Italia – e i documenti attestano l’elezione a Console del Comune nel 1150 di un Guglielmo della Riva che abitava proprio qui. La via era un susseguirsi di botteghe, secondo lo schema costruttivo che prevedeva il negozio al pian terreno e l’abitazione al primo piano. Chi vi aveva bottega era tenuto, per decreto comunale, a provvedere alle spese di manutenzione della propria porzione di portico, ottenendone in cambio il diritto di avere l’abitazione sopra il negozio e l’esenzione dalle tasse per l’eventuale ampliamento dell’immobile. Il decreto di costruzione di Sottoripa indica con precisione modalità e misure dei costruendi portici, dimostrando una cura estrema nella realizzazione di un’architettura fronte a mare, prima cosa che si mostrava alla vista di chi giungeva in porto. Con questa costruzione il luogo, già trafficato per ovvi motivi legati alle attività portuali, divenne uno dei punti più frequentati della città, ricco di traffici, scambi, fondaci e con il grande vantaggio di essere riparato dalle intemperie perché coperto. Con la costruzione delle mura a mare nel XVII secolo Sottoripa perse il suo rapporto naturale con il mare, perché ne venne separata: le mura elevarono una barriera tra il porto e la città (barriera che in modi diversi continua ad esistere attraverso le epoche fino al restyling del ’92). Quando nell’Ottocento venne realizzata Via Carlo Alberto (poi Via Gramsci), la palazzata di Sottoripa tornò ad essere fronte a mare, almeno visivamente, visto che ormai a separarla dall’acqua erano diversi metri di strada e tonnellate di materiale di riempimento. La sua lunghezza complessiva si aggira intorno ai 900 metri, ma la continuità è stata spezzata più volte nel corso del tempo: prima dagli interventi urbanistici ottocenteschi, che implicavano una nuova suddivisione degli spazi urbani per cui la zona del porto non era più all’altezza di rappresentare la città, e con le sue caratteristiche sempre più spiccatamente industriali si avviava ad essere piuttosto uno sfondo da nascondere, mentre la società borghese spostava le proprie residenze sulle eleganti colline di Castelletto e Albaro e il rapporto naturale e diretto città-mare si interrompeva per sempre[1]; poi dall’edilizia contemporanea che ha inserito, dopo la Seconda Guerra, un grattacielo in stile razionalista[2] nel tessuto antico, proprio nella parte di via di pertinenza del sestiere Maddalena, alterando irrimediabilmente la coerenza visiva dell’insieme. Di fronte a Sottoripa è il largo spiazzo di Caricamento, realizzato con riempimenti a mare nell’Ottocento (e con la demolizione degli antichi magazzini del grano e del palazzo dei Padri del Comune). La zona prese il nome che ancora oggi conserva solo a partire dal 1853, quando vi giunse un ramo della ferrovia Torino-Genova e divenne punto di carico e scarico merci. Di fronte a Caricamento è il cuore del Porto Antico, un tempo centro dell’attività mercantile genovese, oggi completamente consacrato al turismo e allo svago. La parte che rientra nei confini del sestiere comprende ponte degli Embriaci e ponte Spinola, dove adesso si trovano il Bigo di Renzo Piano e l’Acquario; tutte le preesistenze portuali rinvenute durante le operazioni di restyling nel ’92 sono state lasciate a vista, facendo sì che convivano le più moderne architetture con i resti delle antiche calate, con una giustapposizione che rivela tutta l’antichità di questi luoghi.

Risalendo Via al Ponte Reale si percorre la linea divisoria tra Maddalena e Molo: Piazza Banchi, Via Orefici, S.Matteo (per le quali rimandiamo al testo sul sestiere del Molo). Tra le ultime due, Piazza Campetto, il cui nome ricorda i tempi in cui era un piccolo terreno coltivato al di fuori delle mura, poi detta per un periodo Campo dei fabbri dal mestiere di coloro che qui avevano bottega; spesso sulle piazze insistevano edifici tutti di proprietà della stessa famiglia, e Campetto non fa eccezione, visto che qui si concentravano i membri della famiglia Imperiale. Oltre al palazzo di Gian Giacomo Imperiale con collegamento diretto a Piazza S.Lorenzo, è qui il palazzo di Ottavio Imperiale, detto Palazzo del Melograno (oggi sede di un grande magazzino) che conserva ancora al pian terreno un magnifico ninfeo con statua di Nettuno. La fontana di Campetto è l’antico barchile seicentesco originariamente sito in Ponticello, dove si rifornivano le portatrici d’acqua e si riunivano le erbivendole. Smembrata a inizio Novecento con le rivoluzioni che portarono alla scomparsa di Ponticello, la fontana fu ricomposta proprio qui dove la si vede ancora adesso.

 

STRADA NUOVA, OGGI VIA GARIBALDI

Strada Nuova (in origine Aurea) rappresenta uno dei gioielli più preziosi del centro storico, tanto da essere stata inserita nella sua interezza tra i beni del Patrimonio Unesco [3] per pregio artistico e per la perfetta conservazione del suo aspetto originale che ne fa una testimonianza storica di inestimabile valore. Palazzo Tursi, Palazzo Bianco, Palazzo Rosso… Con le sue peculiarità costruttive inaugura di fatto l’architettura urbana moderna in Europa. Pieter Paul Rubens, in viaggio a Genova, ne realizzò disegni accuratissimi raccolti in una pubblicazione (1622) intitolata “Palazzi di Genova” che contribuì non poco a diffondere la conoscenza della città e il modello architettonico genovese in tutta Europa. La strada fu un’operazione urbanistica di radicale rinnovo, poiché il tracciato fu realizzato su un’area dove sorgevano case popolari, botteghe e il postribolo pubblico, che fu spostato altrove.

Nella seconda metà del Settecento il progetto fu completato con l’apertura di Piazza della Meridiana (dall’orologio solare sulla facciata dell’edificio omonimo – di proprietà dei Grimaldi – che insiste sulla piazza) e Strada Nuovissima[4] (ora Via Cairoli) che provvidero al collegamento con Via Balbi (rimandiamo al testo sul sestiere di Pré), analoga per impianto e sontuosità. Per capire quanto peculiari siano le caratteristiche dell’orografia locale, basti pensare che edifici come il Palazzo della Meridiana trovano uno sfogo esterno nella realizzazione di giardini pensili addossati alla collina[5].

SAN LUCA E LA MADDALENA

Vicino a Banchi si trovano due vicoli dai nomi interessanti: Vico delle Mele e Vico dell’amor perfetto. Il primo è oggi sede di una serie di iniziative per il recupero e la vivibilità del sestiere, un tempo invece era zona di abitazione di famiglie patrizie, e i palazzi ancora portano i segni della magnificenza di allora, con interni decorati dai più grandi artisti genovesi e non. Sulle facciate esistono ancora le tracce dei ferri usati per legare i cavalli, prova ulteriore della loro antichità. Il secondo era residenza dei Finamore, inscritti all’albergo Usodimare[6] a partire dal ‘500, ma come si sia giunti al nome che si legge ancora adesso sulle targhe non è noto; una leggenda popolare lo associa ad una triste storia d’amore, altri lo attribuiscono alle case di tolleranza che vi si trovavano.

Da Banchi parte inoltre una delle vie principali della Maddalena: quasi parallela alla via di Sottoripa, Via S.Luca è più ampia rispetto ai vicoli circostanti e dal tracciato più regolare; su di essa affacciano maestosi palazzi cinquecenteschi che nella loro monumentalità, a fatica contenuta in un tessuto viario così ridotto, dimostrano tutte le difficoltà ma anche gli effetti suggestivi di un adeguamento architettonico effettuato su preesistenze medievali. Quella di S.Luca costituisce una delle più antiche contrade genovesi: nel 1188 Oberto Spinola fece erigere la chiesa gentilizia dedicata a S.Luca nel luogo dov’è oggi, ed essa diede il nome alla zona. Gli edifici più antichi della via risalgono proprio a quell’epoca, compresa la casa-torre medievale degli Spinola in Vico alla Torre di S.Luca. A partire dal ‘300 qui si concentrarono le dimore di diverse famiglie aristocratiche quali Spinola, Grimaldi, Lomellini, Pinelli. Qui (e in Via Luccoli) continuò ad abitare nel Cinquecento quella parte di nobiltà che non si era trasferita in Strada Nuova. La via era a porticati per i pedoni, così che nel centro potessero agevolmente passare le cavalcature. La direttrice viaria continua di fatto con Via del Campo e Via Pré, ed era il percorso che portava fuori dalle mura attraverso Porta dei Vacca, proseguendo poi verso il ponente e Sampierdarena[7]. A nord di via S.Luca cominciava la contrada dei Grimaldi, tanto che Vico S.Luca ne faceva già parte ed era piazzetta privata della famiglia. A pochi passi di distanza è Piazza Pellicceria, dove si trova Palazzo Spinola, museo-dimora donato dai marchesi Spinola allo Stato nel 1958 e oggi sede della Galleria Nazionale omonima[8].

Piazza delle Vigne, Centro Storico GenovaDa Campetto si giunge facilmente alla Chiesa di S.Maria delle Vigne, circondata da piazza e vicoli omonimi. Come si intuisce dal nome, nacque fuori dalla cinta muraria in una zona coltivata a vigneti che si estendeva tra l’allora cattedrale di S.Siro (anch’essa fuori le mura) e la zona di Soziglia, dove scorreva un rivo che irrigava gli orti. Costruita nel Mille su una primitiva chiesa del VI secolo, la struttura si trovò ben presto inglobata nella città che cresceva, e divenne parrocchia (1147), assumendo una sempre maggiore importanza per l’abitato circostante, poiché deteneva non solo funzioni religiose ma anche amministrative. Rimaneggiata attraverso i secoli adattandola via via agli stili in voga (rinascimentale, barocco, neoclassico) gli interventi non hanno mai toccato il campanile, che si erge ancora nelle sue fattezze originarie di stile romanico. Proseguendo lungo la zona di demarcazione Maddalena-Molo, si incontra Via di Soziglia: qui intorno al XII secolo scorreva il rivo succitato e un fossato portava al mare le acque delle fontane marose poco distanti, finché nei secoli successivi non vennero incanalati in tubazioni che si gettavano in mare; il luogo era sede di un mercato dove si vendeva principalmente pollame. Più anticamente ancora il mare si insinuava fino a qui, e il suffisso del termine antico, suseia, rimanderebbe al persiano e significherebbe “porto”. La vicina Via dei Macelli di Soziglia è uno dei tanti esempi in cui il toponimo rimanda direttamente ai mestieri della città antica e quindi alla storia: da metà 1100 fino a tutto il ‘400 la macellazione pubblica avveniva al piano terra di uno degli edifici della via, che ancora oggi conserva la tradizione di ciò che fu con le macellerie che qui hanno sede.

Da Soziglia inizia Via Luccoli, la quale – prima che venisse allargata Piazza Fontane Marose – si immetteva direttamente in Salita S.Caterina. Il nome della via deriva dal lucus pagano, bosco sacro in epoca pagana appunto, dedicato a Diana, dea dei boschi; qui infatti si estendeva una macchia piuttosto ampia, inizialmente fuori dalle mura medievali, poi ricompresa nella cinta muraria cinquecentesca e infine disboscata nel ‘600. Sbocco della strada è Piazza Fontane Marose, risultato della sistemazione urbanistica cinquecentesca in cui viene aperta Strada Nuova (oggi Via Garibaldi). Prima di tali interventi il luogo delle Fontane Marose risulta indicato nei documenti come contrada indipendente: fu il coinvolgimento nella realizzazione dell’imponente asse viario che lo rese punto di snodo e ne decretò l’allargamento. La piazza è un concentrato di magnificenti palazzi nobiliari delle più importanti famiglie dell’epoca (Spinola, poiché qui si estendeva la loro contrada, Interiano, e poi Centurione, Grimaldi), che insieme a quelli altrettanto imponenti di Strada Nuova avevano il preciso scopo di rappresentare degnamente la potenza dell’aristocrazia cittadina, capitanata dall’autorevole figura di Andrea Doria. Riguardo al nome della piazza esistono diverse interpretazioni poiché la denominazione è stata cambiata almeno tre volte: amorose, morose, marose, ma il termine corretto è soltanto l’ultimo, come testimoniano gli atti pubblici più antichi e due antiche lapidi murate all’angolo di Palazzo Pallavicini (una del 1206 e una del 1427); va ricordato che anticamente il mare era vicino abbastanza da essere visibile dalla piazza, e alcuni studiosi attribuiscono proprio a questo fatto il nome delle fontane. Qui sgorgava dunque una fonte per la quale nel 1206 venne costruita la fontana apposita – poi abbellita nel ‘500 con un progetto dell’Alessi – dove ora è Via Interiano; all’apertura della via nel 1849, venne demolita. Era alimentata da sorgenti provenienti dalla Valle Bachernia (cioè la vicina collina di S.Anna, che prese il nuovo nome a fine ‘500 da un convento costruitovi) che riempivano una larga cisterna profonda ben 17 metri, che fu interrata con la costruzione della strada ed esiste ancora oggi sotto il fondo stradale. Nell’Ottocento qui arrivava la diligenza a quattro cavalli che recava la posta, e nel 1831 furono collocate verso Via Luccoli le ringhiere chiamate popolarmente “ferri della posta”. Il servizio fu mantenuto fino al 1880, quando gli uffici postali furono trasferiti nella nuovissima Galleria Mazzini. A pochi passi, Piazza Portello testimonia i tempi in cui le mura (metà XIV secolo) venivano attraversate in questo luogo da una piccola porta, che immetteva in una campagna ricca di ville e insediamenti sparsi intervallati da ampie distese coltivate ad orti e uliveti. La zona non subì cambiamenti radicali fino a metà Ottocento, quando nell’ambito della rivoluzione urbanistica si aprì Via Caffaro, si ampliò la piazza demolendo mura ed edifici, e si procedette alla copertura del rio Bachernia che lì scorreva; l’arrivo della funicolare di S.Anna e l’apertura delle due gallerie Zecca-Portello[9] e Portello-Corvetto diedero al luogo l’aspetto che gli è proprio ancora oggi. Nella vicina Salita delle Battistine dimorò il celebre filosofo Friedrich Nietzsche, durante il suo soggiorno genovese tra 1880 e 1881.

Con andamento quasi parallelo alla direttrice Garibaldi-Cairoli è quella, più interna e più antica, di Via della Maddalena, dove si trova la chiesa omonima che dà nome al sestiere. Le sue origini si perdono nel tempo, e la si trova citata già negli Annali del Caffaro per via di un incendio che subì nel 1140. Come precedentemente detto, la via faceva parte di un’extraurbana d’epoca romana, e non troppo distante dalla chiesa doveva trovarsi il postribolo medievale spostato a Castelletto con il rinnovo urbanistico cinquecentesco. Dalla Maddalena parte una salita – nominata prima Via ai quattro canti di S.Francesco e poi Salita di S.Francesco una volta superata la Meridiana – che conduce con un paio di tornanti alla collina retrostante, precisamente alla spianata di Castelletto; la sede dell’antichissima roccaforte difensiva faceva infatti parte del sestiere (il nome di questa salita è legato all’antica presenza di una chiesa, proprio a Castelletto, intitolata al santo).

Chiesa di San Siro, Centro Storico GenovaL’antichissima Chiesa di S.Siro, a poca distanza, vanta il pregio di essere stata la prima cattedrale genovese: fu eretta tra IV e V secolo e inizialmente intitolata ai Dodici Apostoli. Secondo gli studi doveva trovarsi in un primo momento all’interno della zona urbanizzata (anche perché poco senso avrebbe avuto una cattedrale fuori dalla città) per poi rimanerne esclusa in seguito allo spopolamento avvenuto nell’alto medioevo, ritrovandosi fuori dalle mura del IX secolo e perdendo così la cattedralità in favore di S.Lorenzo, dentro le mura e quindi più sicura. Fu dedicata al vescovo genovese Siro, poi santificato, ricordato per molti miracoli tra cui quello, operato proprio a Genova, della cacciata del basilisco dal pozzo[10].

La direttrice della Maddalena invece prosegue e giunge in Piazza Fossatello, dove il sestiere termina con una perpendicolare che verso il mare prende il nome di Via al Ponte Calvi e verso l’interno Via Lomellini. In Fossatello scorreva uno dei tanti rivi che attraversavano la zona, scendendo dalla collina di Castelletto; già citata in documenti notarili del XII secolo, nel ‘300 la piazza ospitava dei bagni pubblici, che per ovvi motivi venivano sistemati vicini a fonti d’acqua, e per secoli fu luogo di mercato, dove si riunivano le besagnine a vendere frutta e ortaggi. Vi era anche una fontana poi spostata nel 1870 in Piazza Bandiera. In Via di Fossatello sono presenti alcune ampie arcate murate che un tempo facevano parte di una loggia e che illustrano il costume, anticamente molto diffuso, dei nobili appartenenti a diverse  famiglie, di riunirsi sotto i portici, e lì discutere accordi mercantili o politici. Non lontano è piazza S.Pancrazio con relativa chiesa, attestata nei documenti fin dal 1019. Nel XII secolo esisteva nei pressi della chiesa uno scalo per lo scarico merci, dimostrazione di quanto più vicino fosse il mare rispetto a oggi.

Lo stesso rivo, prima di giungere in Fossatello, scorreva lungo l’odierna Via Lomellini, finché non venne coperto con la sistemazione stradale. La strada è intitolata alla ricchissima famiglia Lomellini che vi possedeva diversi edifici e che contribuì con cospicue somme all’erezione della vicina Chiesa dell’Annunziata. Al civico 21 si trova la casa natale di Giuseppe Mazzini, che oggi ospita il Museo del Risorgimento.

 

 

 Claudia Baghino


 

[1] Dimostrazione ne è il fatto che a metà ‘800 vennero realizzate delle lunghe terrazze a mare, sopraelevate, che compivano grosso modo il tragitto oggi coperto dalla sopraelevata nel tratto di fronte a Sottoripa, munite di portici occupati da botteghe, e con una copertura calpestabile che le rese presto una delle passeggiate urbane più frequentate. Di fatto la loro struttura copriva totalmente la vista di Sottoripa dal mare, facendo da cesura tra porto e città; inoltre i varchi erano controllati e questo permetteva un più agevole controllo delle merci in entrata e uscita dalla zona portuale, soggette ovviamente a regime daziario. Furono demolite nel 1883 per ampliare via Carlo Alberto in relazione al continuo aumento del traffico su strada. Verso fine ‘800 fu eseguito anche un primo restauro dei portici della ripa, ma secondo le modalità tipiche del restauro ottocentesco: poco o nessun rispetto per le preesistenze e la loro conservazione, sostituite invece da rifacimenti ex novo in stile.

[2] Proprio di fronte a tale edificio è la statua all’armatore genovese Raffaele Rubattino (1810-1881), uno dei padri storici dell’armamento navale commerciale e industriale italiano, cominciato proprio a Genova. Fu inoltre patriota: molto vicino a Cavour e Bixio, fu lui a fornire le navi a Garibaldi per la spedizione dei Mille. Nel 1894 fu fondata a Genova, intitolandola alla sua memoria, la Società Ginnastica Rubattino. L’opera (1889) è dello scultore Augusto Rivalta.

[3] Oggi la via ospita i Musei di Strada Nuova e la sede del Comune, fissata a Palazzo Tursi fin dal 1850. Il sistema dei Rolli serviva per organizzare l’ospitalità di personaggi eccellenti ai tempi della Repubblica. I Rolli erano letteralmente rotoli contenenti liste di palazzi delle famiglie aristocratiche considerati degni di accogliere ospiti illustri. Gli elenchi erano suddivisi per categoria, più importante era l’ospite in arrivo e più alta era la categoria da cui veniva estratto il palazzo, e quindi la famiglia, che si doveva sobbarcare onori ed oneri dell’ospitalità. Quando l’imperatore Carlo V, nel 1533, giunse a Genova, era scontato che fosse ospite del personaggio più influente della Repubblica, colui che deteneva di fatto il comando della città: l’ammiraglio Andrea Doria – artefice dell’alleanza con la Spagna – che accolse l’imperatore nella sua dimora appena fuori città, la magnifica villa di Fassolo.

[4] In un palazzo della via abitò e organizzò la spedizione dei Mille Agostino Bertani.

[5] Terrazzata e ornata di ninfei, grotte artificiali, voliere, giochi d’acqua e una varietà di essenze tra cui i profumi tipici della riviera come aranci e limoni.

[6] Celebre esponente della famiglia fu Antoniotto Usodimare, che a metà Quattrocento, insieme al veneziano Alvise Cadamosto esplorò, per conto dei regnanti portoghesi, i territori del fiume Gambia in Africa.

[7] In S.Luca al n.6 si trova inoltre un appartamento dove si ritrovavano segretamente per le loro riunioni Giuseppe Mazzini e i promotori dell’insurrezione repubblicana.

[8] Il palazzo, che fa parte dell’elenco dei Rolli, fu edificato dai Grimaldi a fine ‘500. Passato successivamente agli Spinola, che continuavano a viverci ancora nel dopoguerra, la donazione avvenne con la clausola imprescindibile che gli interni dell’edificio non venissero toccati e tutti gli arredi e le opere rimanessero esattamente com’erano quando il palazzo era abitato. Ecco perché si chiama museo-dimora.

[9] Largo della Zecca, cui si giunge attraverso una delle due gallerie, rimanda al fatto che qui per cinquant’anni (1810-1860) furono le officine per il conio delle monete d’oro e d’argento.

[10] Leggenda vuole che un basilisco, incarnazione del demonio, si fosse annidato in un pozzo in città diffondendo col suo alito la peste tra gli abitanti. Chiamato in soccorso dei cittadini, S.Siro si recò al pozzo dove ordinò al basilisco di gettarsi in mare, liberando così la città. La storia viene letta come una parabola del cristianesimo che caccia l’eresia ariana.

 

Foce e Borgo Pila, l’antico comune e il ponte sul Bisagno

Il primo insediamento della bassa Val Bisagno che si incontra partendo dalla linea di costa è la Foce: esso nasce come piccolo agglomerato di case di pescatori riunite sotto la chiesa di S.Pietro (oggi ancora presente, scomparso invece l’antico monastero omonimo seicentesco), sviluppandosi, nel tempo, addossato alla collina di Albaro. Solo nel 1818 tale borgo assume lo status amministrativo di comune autonomo, andando a costituire uno dei più piccoli comuni liguri, con un’estensione che va da Punta Vagno (sulla costa) alla sponda ovest del Bisagno in larghezza, e per poche centinaia di metri verso l’interno; a est i confini del comune coincidono con la cresta collinare su cui oggi si trova Via Trento. Prima di allora, la Foce non è considerata come entità indipendente, ma come parte della più ampia e generica piana del Bisagno.

Per quanto il toponimo venga spesso fatto derivare da “foce” intesa come sbocco del torrente, alcuni studiosi ne individuano la radice in “Focea”, luogo d’origine delle prime popolazioni che si stabiliscono nella piana[1]. La vita di questo piccolo borgo di pescatori è sempre stata abbastanza autonoma e uguale a se stessa nei secoli, smossa solo dai grandi eventi bellici, dalle calamità naturali, dalle epidemie o da un evento tristemente frequente che colpisce specialmente i pescatori e i marinai: l’essere fatti prigionieri dai pirati barbareschi o dai corsari, finendo nel commercio degli schiavi.

L’ingerenza della città nel placido ripetersi dei ritmi quotidiani, stagione dopo stagione, è semplicemente mal sopportata: gabelle, lazzaretto, fossa comune, cantieri navali, sono tutte imposizioni dall’alto (lo stesso si può dire per il confinante Borgo Pila).

Qui il tempo resta immobile sostanzialmente fino all’Ottocento. Oltre alla pesca, il borgo (8-10 case in origine, stando al Giustiniani) è attraversato da forestieri e persone di passaggio dirette verso la città: per questo si registra la presenza di osterie e locande dove, secondo i documenti dei processi, le risse sono all’ordine del giorno. Con il piano d’ampliamento urbano steso dal Barabino e con l’annessione a Genova nel 1874 si dà il via a una serie di interventi che prosegue ininterrotta fino agli anni ’30 del Novecento: reticoli ortogonali (Corso Torino, Via Casaregis e relative parallele), urbanizzazione, costruzione della Stazione Brignole, abbattimento delle Fronti Basse e apertura di Corso Buenos Aires (già Via Minerva) che compie l’ultimo tratto con cui il rettifilo che parte da De Ferrari giunge fino a Piazza Tommaseo, copertura del Bisagno (1929) sconvolgono per sempre l’assetto originario di queste zone.

Per quanto riguarda Corso Buenos Aires (il cui nome ricorda la capitale argentina meta di tanti emigranti genovesi), apertura e adeguamento al livello stradale di Via XX Settembre avvengono in due fasi successive: la seconda operazione è di portata tale che le botteghe dei palazzi della via vengono trasformate in appartamenti poiché finiscono col trovarsi al primo piano, mentre le cantine e i fondi, prima sotterranei, diventano piani terra in cui i negozi si trasferiscono.

Con la copertura del Bisagno, che ingloba Ponte Pila, si procede anche alla realizzazione di Piazza della Vittoria, ideata dall’architetto Piacentini in linea con il retorico e autocelebrativo stile del regime, come dimostrano gli edifici e l’Arco di Trionfo (tipologia architettonica mutuata dall’antichità classica) dedicato ai caduti nella Prima Guerra. Il vasto spazio della piana continua ad essere utilizzato per gli eventi di grande respiro esattamente come è sempre avvenuto prima degli interventi suddetti: qui si tengono grandi esposizioni[2], spettacoli, addirittura incontri calcistici dilettantistici che si svolgono sulla terra battuta di Piazza Verdi, davanti alla Stazione Brignole[3].

Tra gli edifici scomparsi della Foce c’è l’Oratorio delle Anime vicino al cimitero dei poveri, coperto insieme ad esso da un alone di leggende popolari che raccontavano di processioni di spettri di notte, strane luci, apparizioni. Con la chiusura del cimitero a favore del nuovo sito di Staglieno anche l’oratorio perde progressivamente importanza fino ad essere dismesso e demolito a fine Ottocento. Non distante da Porta Pila si trovava il cosiddetto Conservatorio delle Figlie di S.Maria del Rifugio, fondato nel Seicento dalla nobildonna Virginia Centurione Bracelli per dare un luogo in cui vivere alle fanciulle povere senza dimora: anch’esso non esiste più.

Menzione a parte merita il particolare caso della chiesa di Nostra Signora del Rimedio: originariamente eretta in Via Giulia nel 1673, viene letteralmente smontata nel 1898 nell’ambito dell’attuazione del piano urbanistico e riedificata pietra su pietra, con lo stesso disegno e i medesimi materiali, in Piazza Alimonda tra il 1900 e il 1904. Un altro edificio religioso che trova “rifugio” alla Foce è S.Maria dei Servi, trasferitasi negli anni ’70 con la distruzione di Via Madre di Dio.

Fiera di GenovaAlla Foce si trova inoltre il polo fieristico della città, realizzato su riempimenti a mare, a partire dagli anni ’50, dopo lo sbancamento delle scogliere della Cava e della Strega: dove oggi si trovano il Palasport e Piazzale Kennedy, preceduti da Corso Marconi che immette nella passeggiata di Corso Italia (arteria di primaria importanza aperta tra il 1908 e il 1915), erano un tempo il lazzaretto e i cantieri navali. La vocazione fieristica della zona liberata con lo smantellamento dei cantieri viene messa in luce già negli anni trenta, quando l’area ospita un “villaggio balneare” e un’esposizione che sono parte integrante del Giugno Genovese, manifestazione di grande successo finalizzata alla promozione turistica della Liguria. La Foce inoltre ha sempre ospitato, il 29 di giugno, la celebre Fiera di S.Pietro, la quale anticamente dava il via alla stagione balneare. Sempre negli anni ’50 viene portato a termine il progetto degli edifici residenziali di architettura razionalista steso per Piazza Rossetti da Luigi Carlo Daneri (allievo genovese di Marcello Piacentini, che per Genova aveva progettato il grattacielo di Piazza Dante), iniziato negli anni ’30 e interrotto con la guerra. Poco distante Punta Vagno, dove oggi sono i giardini intitolati a Gilberto Govi, ospitava un tempo una batteria costiera.

Oggi i confini del quartiere sono a ovest le Mura delle Cappuccine, Via Brigata Liguria, Via Fiume; a est Via Pisacane e Via Nizza; a nord la stazione Brignole e Via Tolemaide, e a sud, naturalmente, il mare.

BORGO PILA

Borgo Pila, pur essendo anticamente collegato alla Foce da una creüza in mezzo agli orti, non ne fa già più parte, essendo all’epoca parte del comune di Albaro. Il suo nome deriva da quello della porta collocata al centro delle Fronti Basse, cioè Porta Pila, ingresso orientale della città, che dà sulla spianata del Bisagno e la distesa di orti. In moltissimi acquerelli e stampe di varie epoche è testimoniata una delle attività principali di questo tratto della Val Bisagno, quella delle lavandaie, che si concentrano specialmente nei pressi del Ponte Pila. Il loro è per secoli un vero e proprio mestiere: si recano in città a prelevare i panni dei clienti e scendono sul greto del torrente per il lavaggio o il risciacquo dei tessuti lavati a caldo. Sia nel torrente sia nei lavatoi pubblici i panni finiscono per essere ampiamente mischiati così come le acque di lavaggio e risciacquo: questo fa sì che, soprattutto nei periodi di malattia ed epidemie, chi fa questo lavoro – perennemente a contatto con sporcizia e batteri – sia particolarmente esposto al contagio, al punto che il colera viene considerato malattia professionale delle lavandaie, nonostante i provvedimenti dell’amministrazione per la disinfezione di lavatoi e torrente tramite cloro e calce[4].

Il Bisagno irrompe prepotentemente e regolarmente nella vita del borgo attraverso i tempi, con inondazioni che talvolta radono al suolo interi edifici come la chiesa di S.Zita, fondata nel ‘200 dalla comunità di mercanti lucchesi, distrutta da una piena e ricostruita a metà ‘400 (è stata completamente riedificata nel ‘900 e completata nel ’70 con la prima cupola al mondo realizzata in cemento armato). Più volte il ponte di S.Zita (poi Ponte Pila, dal nome della porta poco distante) crolla e gli orti vengono allagati, ma questo non distoglie gli abitanti dal continuare a ostruire il greto del torrente con botteghe e baracche e a utilizzarlo come terreno coltivabile. Le iconografie mostrano a partire dal 1780 un ponte provvisorio in legno, a sostituzione di quello originale spazzato via dall’ennesima piena. Dopo la devastante alluvione del 1822 la decisione di ricostruirlo con un’armatura in ferro, fino alla definitiva demolizione in concomitanza con la copertura del torrente. Il ponte costituisce per secoli un punto di riferimento della zona, con la sua piccola cappella votiva su una delle sponde e la caratteristica edicola a metà della campata centrale, che compaiono in tutte le immagini coeve.

Genova, Corte LambruschiniIl borgo rientra direttamente nelle trasformazioni del piano urbanistico di Barabino del 1825, poiché è tangente ad un’importante direttrice viaria ancora da realizzarsi ma già presente nei progetti: quella che da Piazza De Ferrari scende fino a Porta degli Archi, prosegue fino a Porta Pila, attraversa la piana e si immette in quello che sarà Corso Buenos Aires. Oggi di Borgo Pila e di Corte Lambruschini, antico edificio provvisto di corte un tempo ergentesi nel borgo, rimangono solo i nomi, visto che qui sorgono diversi grattacieli. Al gruppo di edifici moderni (che ospitano tra l’altro la sede del Teatro Stabile della città) è stato dato il nome della Corte, mentre il nome del borgo è stato dato alla piazzetta antistante gli edifici stessi.

 

Claudia Baghino 


 

[1] L’antico nome di Via Fogliensi, che sale alla Chiesa di S.Pietro e Bernardo, è Fuxensi, in genovese, che significa proprio Focesi.

[2] Come la colossale Esposizione Internazionale del 1914, per la quale vengono allestiti eccezionali apparati effimeri e realizzata la Telfer, prima monorotaia europea, smantellata alla fine dell’evento. Congiunge il Molo Giano con la zona espositiva, passando lungo l’attuale Corso Aurelio Saffi, superando quelli che all’epoca sono i Bagni Strega alla Foce e virando poi verso la zona dell’odierna Piazza della Vittoria.

[3] Nel 1906 la zona ospita la grande arena dello spettacolo itinerante “Selvaggio West”, oltre mille uomini, tra indiani e cowboys, capitanati dal celeberrimo Buffalo Bill, che durante il suo tour in Europa, dopo essere stato in Inghilterra e in Francia, fa tappa a Genova. Con loro anche il leggendario Toro Seduto, capo Sioux.

[4] È inoltre dall’uso delle lavandaie di cantare durante il lavoro unito al fatto che lavorassero lungo il Bisagno, che deriva il modo di dire genovese, nato dopo la costruzione del cimitero di Staglieno, “andare a sentire cantare le lavandaie” per indicare la morte di qualcuno.

Genova, la Città Vecchia: il sestiere del Molo


(La Città Vecchia: “Un Quartiere Genovese“, documentario del 1948)

 

Il sestiere del Molo confina col sestiere della Maddalena a nord, col sestiere di Portoria a est e – come si può facilmente dedurre dal nome – col mare, sul quale si affaccia a sud e a ovest. Esso costituisce una delle parti più antiche del centro storico genovese: comprende infatti la collina di Castello, dove i primi insediamenti umani risalgono al V secolo a.C., e la zona del Molo Vecchio, struttura originaria da cui ha avuto origine il porto antico (più anticamente invece il primissimo approdo si ritiene dovesse trovarsi in Ponticello, dove il rio Torbido si gettava in mare creando un’insenatura naturale identificata col nome di Seno di Giano). In questa zona, dove il sestiere si affaccia direttamente sul mare, fin dall’antichità le piazze e i vicoli brulicano di attività commerciali indissolubilmente legate alla vita del porto.

Che la città avesse vocazione marinara è dimostrato dal fatto che il primo molo in zona Mandraccio venne fatto costruire in epoca romana da Lucrezio Spurio, come testimoniato da Tito Livio; su di esso troneggiava una statua di divinità protettrice dei naviganti, probabilmente Diana Efesia. Nelle vicinanze della Casa di Agrippa (zona di Piazza Cavour) dovevano trovarsi allora un tempio sotterraneo e un tempio intitolato alle Tre Grazie, divinità sacre al commercio (e qui già si dimostra la vocazione mercantile della città).

Il Mandraccio, cuore pulsante del porto antico, consisteva in un’ansa protetta dove per secoli si svolsero tutte le attività portuali: qui le imbarcazioni attraccavano per le operazioni di carico e scarico, qui si trovavano l’arsenale per la riparazione e il carenaggio e la darsena per il rimessaggio della flotta di galee. Qui si trovava inoltre il Palazzo, ormai scomparso, dei Conservatori del Porto e del Molo, importantissime figure istituzionali incaricate, come dice il nome stesso, di sovrintendere alla buona salute di tutto il sitema portuale, essenziale alla vita di Genova. Oggetto di continui adeguamenti, ingrandimenti e miglioramenti nel corso dei secoli, venne definitivamente interrato nel 1898 con 40.000 metri cubi di materiale di scavo proveniente dai lavori per la sistemazione di Via XX Settembre (già Via Giulia). Sul nome, attestato già all’epoca dell’imperatore Giustiniano (VI sec. d.C.), esistono interpretazioni varie: alcuni ritengono che sia da attribuire all’affollamento della miriade di imbarcazioni presso i moli ivi costruiti, tanto da sembrare una mandria; altri fanno risalire il termine ai cartaginesi e agli arabi, da cui i genovesi l’avrebbero mutuato, per indicare un braccio di mare riparato, “mare braccio” appunto. Gli agglomerati di case si allungavano fino alla struttura che dà nome al sestiere, il Molo Vecchio, per la manutenzione del quale i Consoli del Comune avevano stabilito una tassa sulle navi in entrata già a partire dal 1134. Anticamente sul molo erano presenti, disposti a pettine, sei moli (inizialmente in legno, poi, a partire dal ‘400, ricostruiti in pietra) che prendevano nome dal tipo di merce che vi si scaricava oppure dalle famiglie che avevano residenza nelle adiacenze (Embriaci, Cattaneo, Spinola).

Porto Antico GenovaDotato di un faro minore che insieme alla Lanterna segnalava l’ingresso in porto, venne anch’esso ingrandito a più riprese[1] – seguendo la crescente stazza delle navi – fino a metà Cinquecento, quando fu posta a suo coronamento l’imponente Porta Siberia progettata dall’Alessi e collegata alle mura che proteggevano la ripa. A quei tempi la materia prima per gli interventi portuali veniva estratta da una zona adibita a cava nei pressi della Foce-Circonvallazione a Mare, tanto che fino al Novecento ne rimase il ricordo nel toponimo del luogo, chiamato appunto la Cava.

IL MOLO

Se Molo e Mandraccio così com’erano nell’antichità non esistono più (tutta la zona è stata interessata dal restyling che ha dato vita all’area Expò-Porto Antico, che ha restituito ai genovesi l’accesso e la fruizione di una parte tanto importante per la storia della città), esiste ancora la parte di centro storico che estendeva una sua propaggine sul mare: è la zona di Via del Molo, con la Chiesa di S.Marco, gli edifici alti e stretti addossati l’uno all’altro, chiusi ancora da un superstite tratto di mura che culmina proprio in Porta Siberia, affacciata sul mare. In questa zona, dove ogni via rimanda a un mestiere, si trovavano i magazzini di granaglie (importantissime scorte cui si attingeva in caso di carestia) poi sostituiti dai grandi silos realizzati in epoca moderna tra Ponte Parodi e Ponte dei Mille.

Rimanendo nell’area di Piazza Cavour si può vedere come essa, lambita dalle acque e adiacente il porto, risulti centro di attività mercantili lungo le epoche: precisamente in Piazza delle Grazie, secondo i documenti, si teneva in epoca medievale il mercato delle erbe. Dietro di essa si estendeva la cosiddetta “Contrada Serpe”, nominata in questo modo da documenti duecenteschi; ne facevano parte Via delle Grazie, vicino alla quale si trova la Chiesa dei SS.Cosma e Damiano (databile al X secolo) e qui risultavano aver casa le famiglie Castello, Mallone, Della Chiesa, Zaccaria. Trovandosi così vicino al mare la Contrada fu uno dei punti più colpiti dal bombardamento francese del 1684. Appena dietro la suddetta chiesa è Vico dietro il Coro di S.Cosimo: qui abitava, negli anni venti dell’Ottocento, la famiglia del patriota Jacopo Ruffini. Sempre in zona Cavour, lato Molo Vecchio, erano le prigioni della Malapaga, erette negli anni sessanta del Duecento, dove venivano rinchiusi i colpevoli di fallimento e i debitori insolventi; tale carcere viene ricordato in particolare per un episodio occorso in occasione della rivolta contro gli Austriaci del 1746. Un gruppo di cittadini provvide infatti ad aprire le porte della prigione liberando tutti i detenuti perché potessero unirsi alla sommossa e combattere (tra di essi anche il patrizio Cristoforo Spinola, fatto imprigionare dai creditori).

Il collegamento di questo tratto del tessuto urbano con le lucrose attività del porto è ricordato anche dai nomi dei vicoli: calzante è l’esempio di Vico dell’Olio (oggi Via Turati), che anticamente costeggiava i depositi del Porto Franco e il Mandraccio, collegandosi infine a Via del Molo, e traeva la denominazione dai depositi di olio, appunto, che si trovavano in loco (e quanto fosse importante il commercio dell’olio è dimostrato dall’esistenza di un magistrato apposito che sovrintendeva a tutte le relative operazioni e si assicurava che ci fossero sempre sufficienti forniture d’olio per la città e per il funzionamento della Lanterna). Le fonti descrivono il vicolo come un susseguirsi di botteghe buie e sporche, osterie, magazzini di vele e catrame: le stesse di Sottoripa fondamentalmente, essendo il caruggio naturale prosecuzione di quest’ultima. Fino al 1863 si trovava, a metà di esso, la vetustissima Fontana del Bordigotto: secondo le parole dell’annalista Jacopo da Varagine, la fontana gettò sangue poco prima dell’incursione saracena del 935, anticipando il tragico avvenimento. In virtù di questo miracolo venne consacrata, ma ciò non la salvò successivamente dall’incuria cui fu abbandonata dopo che si fu prosciugata e la sua utilità venne meno, tanto che nell’Ottocento si trovava ormai in una condizione di totale abbandono, ricettacolo di immondizia e sporcizia. La sua ingloriosa fine giunse in concomitanza con gli interventi edilizi ottocenteschi, quando venne interamente demolita.

Vale la pena sottolineare l’utilità che rivestivano in passato le fontane: la loro presenza – magari al centro di una piazza o in uno slargo – forniva un punto d’incontro e raccolta agli abitanti delle vie circostanti, ma la fontana era importante soprattutto poiché costituiva una preziosa presa d’acqua, indispensabile per tutte le attività umane, e in quanto tale luogo di continuo andirivieni di persone che se ne servivano per bere, preparare il cibo, lavare e lavarsi, lavorare, in un tempo in cui l’acqua corrente in casa era ben di là da venire.

Sottoripa, GenovaTra la zona prettamente portuale e la città vi erano, cesura e unione a un tempo, i portici di Sottoripa (rimandiamo al testo sul sestiere della Maddalena), così chiamata perché in origine si trovava a pochi metri dal mare, dalla ripa, cioè la riva, quando l’acqua lambiva tutta l’area, poi interrata, che oggi è Caricamento. Sottoripa venne edificata a partire dal 1133, secondo misure dettate dai Consoli, e aveva bassi argini che la difendevano dalle onde. Qui si concentravano le botteghe artigiane, i banchi di vendita al dettaglio, e tutte le attività strettamente connesse al porto. La piazza di Caricamento arrivò solo molti secoli dopo, quando l’area antistante i portici divenne stazione terminale (e punto di carico e scarico merci) del prolungamento ferroviario della Torino-Genova (1854), prolungamento realizzato appositamente per il traffico portuale. A est della piazza si trova il celebre Palazzo S.Giorgio, edificato nella sua parte medievale dall’architetto Frate Oliviero nel 1260 per volere di Guglielmo Boccanegra, Capitano del popolo, per dare una sede all’istituzione comunale. Inizialmente denominato Palazzo del Mare, diventò S.Giorgio quando qui si trasferì il Banco di S.Giorgio, istituzione finanziaria che gestiva debito pubblico ed entrate portuali (madre di tutti i moderni sistemi bancari).

LA CATTEDRALE DI SAN LORENZO E IL PALAZZO DUCALE

La principale direttrice che dalla città scende al porto è Via S.Lorenzo, che si diparte da Piazza Matteotti e termina nella piccola Piazza Raibetta: il toponimo deriva da un termine arabo il cui significato è indicato dagli studiosi sia come “mercato” sia come “deposito di biade” (entrambe spiegazioni plausibili vista la frequente presenza di mercati nelle piazze e la necessità di tenere nelle vicinanze del porto tutto il necessario al lavoro portuale, compresa quindi la biada per i cavalli, indispensabili animali da fatica). Il nome di Via S.Lorenzo è legato alla presenza dell’omonima cattedrale. Eretta a partire dal IX secolo a ridosso delle mura, venne consacrata nel 1118, ancora priva di facciata, e qui – zona più sicura perché protetta dalle mura – fu presto spostata la cattedralità dalla più antica Chiesa di S.Siro. La costruzione dell’edificio, come sempre avviene nella storia per opere così imponenti,  si protrasse per secoli e questo spiega ovviamente la giustapposizione di stili, ciascuno corrispondente a una diversa epoca. Anche in S.Lorenzo vennero riutilizzati numerosi frammenti d’epoca romana, e durante gli scavi ottocenteschi per l’apertura del troncone a mare furono riportati alla luce moltissimi resti archeologici, testimoni dell’antichità degli insediamenti umani in questi luoghi. La facciata del duomo non ha sempre avuto una scalinata così imponente: fu appunto in concomitanza con gli interventi urbanistici che quest’ultima subì un’aggiunta di sei gradini e della decorazione dei due grandi leoni laterali, per ovviare all’abbassamento del fondo stradale necessario per il completamento della via. Nell’adiacente Via Tommaso Reggio sono visibili ancora oggi resti (gli unici sopravvissuti) della cinta muraria del IX secolo, inglobati nei muri del chiostro.

Poco distante da Piazza S.Lorenzo è la più piccola Piazza Invrea, che ha subìto nel tempo un cambio di nome poiché originariamente era intitolata alla famiglia nobile degli Squarciafichi che qui dimorava (e infatti esistono ancora il palazzo e il vicolo omonimi). Era anch’essa punto brulicante di vita nei secoli addietro: qui si sistemavano infatti i venditori di quelle che volgarmente venivano chiamate “animette”, ossia piccoli bottoni d’osso o madreperla. Il luogo era così noto per questo che il suo nome tra la gente del popolo era proprio piazza delle animette. Da S.Lorenzo prende il via anche l’ampia – per l’epoca – Via di Scurreria, aperta a proprie spese da Gian Giacomo Imperiale nel ‘600 per collegare il suo fastoso palazzo in Campetto direttamente con l’importante piazza del duomo. Il fatto che un privato potesse sostenere le spese per un intervento di viabilità urbana è prova della ricchezza e della potenza della famiglia in questione: per realizzare la via fu necessario acquistare alcuni edifici che si trovavano sul tracciato, per poi semplicemente demolirli. Salendo ancora per S.Lorenzo si giunge infine all’attuale Piazza Matteotti, oggi subordinata alla retrostante Piazza De Ferrari ma un tempo di primaria importanza poiché qui era l’ingresso principale di Palazzo Ducale.

Palazzo Ducale, GenovaEdificato su preesistenze duecentesche di edifici appartenuti ai Doria e ai Fieschi, anch’esso porta in sé, esplicitandoli nella convivenza di stili diversi, secoli di storia. Fu definito la terza meraviglia di Genova dopo la Cattedrale e la Basilica di Carignano, e l’area primaria su cui venne realizzato fu acquistata dal Comune nel 1291. Il Doge, che qui aveva la sua residenza, non usciva dal palazzo per l’intera durata del suo mandato eccetto che per le ricorrenze solenni, in occasione delle quali compariva in pubblico: diversamente, riceveva a palazzo chi doveva conferire con lui. Di pertinenza del palazzo è la trecentesca Torre Grimaldina o Torre del popolo, usata per molto tempo come prigione (qui morì Jacopo Ruffini), che doveva far parte dell’originario palazzo Fieschi poi inglobato nella struttura del Ducale. Sulla piazza è anche la Chiesa del Gesù, edificata dai Gesuiti sul finire del Cinquecento su una preesistente chiesa di S.Ambrogio e Andrea, molto più antica, dove il vescovo di Milano aveva preso sede quando si era rifugiato a Genova dopo l’invasione della sua città da parte dei Longobardi nel 568. Nell’Ottocento, prima dell’avvento di automobili e autobus, Piazza Matteotti era capolinea di omnibus a cavalli (tra le linee di carrozze che partivano da Matteotti v’era la Genova-Rivarolo) e punto di passaggio dei tram: i primi attendevano i clienti ai lati della piazza, i secondi filavano sulle rotaie davanti a Palazzo Ducale per poi immettersi in Piazza De Ferrari, dov’era il capolinea. Attraversata per anni dal traffico pubblico e privato, la zona S.Lorenzo-Matteotti è stata di recente pedonalizzata, e tale soluzione, insieme al restauro di tutte le emergenze architettoniche che insistono sulla via, le ha restituito l’antico splendore rendendola a un tempo pienamente fruibile dalla cittadinanza.

PIAZZA BANCHI, SAN MATTEO

Prima dell’apertura di Via S.Lorenzo, dalla Ripa si saliva alla cattedrale passando per lo stretto Vico del Filo oppure per Piazza Banchi, antico cuore commerciale della città e sede di uno dei più importanti mercati cittadini, accanto alla Porta di S.Pietro che si apriva nella trama delle mura poi demolite, presso la quale i cittadini si riunivano per ascoltare la lettura dei bandi pubblici. Nel Cinquecento la piazza era anche luogo di ritrovo dei nobili, secondo una disposizione ben precisa: sotto i portici di S.Luca si radunava la vecchia nobiltà (d’origine feudale), sotto quelli di S.Pietro la nuova (d’origine mercantile). Nel 1864 Banchi fu gravemente danneggiata, a causa della sua posizione vicinissima al mare, dai potenti colpi di mortaio della flotta francese che attaccò Genova (ma si registrarono profonde ferite in tutto il tessuto urbano)[2]. Qui si trovano infine la Chiesa di S.Pietro in Banchi – edificio particolarissimo dal momento che si erge su un piano terra occupato su tutti i lati da botteghe – e la celebre Loggia della Mercanzia, realizzata a fine ‘500, luogo adibito agli scambi commerciali (in seguito sede della Borsa Merci Italiana fino a inizio ‘900, quando fu trasferita a De Ferrari).

L’edificazione della Loggia fa parte di una più ampia sistemazione della piazza che per i tempi si configurò come intervento di riqualificazione di primo piano, secondo soltanto a quello effettuato per Strada Nuova; esso portò ad un aspetto monumentale della piazza, direttamente rappresentativo del ruolo di centro vitale che svolgeva da secoli, rimarcato nelle nuove facciate dei palazzi e nell’impianto scenografico della visione d’insieme, ancora oggi perfettamente conservato. Vicina ad essa si trova Piazza De Marini, nome di un’importante famiglia che in questo luogo aveva diversi edifici, come risulta da rogiti notarili dell’epoca. Fino al XII secolo, l’area dove ora si trova la piazza risultava appena fuori le mura, e in corrispondenza dell’arco di Piazza Cinque Lampadi, che precede Banchi, era l’ingresso della città. Qui veniva depositato il marmo scaricato dalle navi (ancora una volta, le aree di deposito risultano vicinissime alla riva) e destinato all’edilizia e alle sculture. Documenti del 1186 testimoniano inoltre, vicino a tale deposito, mercati di grano e olio. Riguardo al singolare nome Cinque Lampadi, sappiamo che è dovuto all’antica presenza di cinque lampade perennemente ardenti disposte davanti a un quadro raffigurante la Madonna col Bambino, protetto da un’inferriata e posizionato sul muro esterno di un edificio.

Risalendo da Piazza Banchi verso il centro moderno, la linea di demarcazione tra Molo e Maddalena percorre Via Orefici (qui gli orafi avevano infatti le loro botteghe), attraversa Piazza Campetto e giunge a De Ferrari attraverso Salita S.Matteo. Piazza S.Matteo era centro dell’area occupata dalla famiglia Doria. Realizzata a metà Duecento per iniziativa di Lamba Doria, su di essa affacciavano diversi palazzi – dimore di famiglia – e la chiesa gentilizia di S.Matteo. Gli edifici, la chiesa e l’intera piazzetta, circondata dalla viabilità ma non da essa intersecata, a conferma del carattere privato del cosiddetto “borghetto” Doria, sono ancora perfettamente conservati (sono stati restaurati negli anni ’50 e riportati al primitivo aspetto duecentesco) e restituiscono bene l’immagine della potenza dei Doria, che già in periodo medievale, a capo della fazione ghibellina, contendevano il dominio della città ai Fieschi, famiglia di riferimento della fazione guelfa. Sia il palazzo abitato da Lamba Doria sia quello destinato ad Andrea furono doni della Repubblica (1298 e 1528) a suoi esponenti valorosi, motivo d’orgoglio della città tutta. La chiesa gentilizia, che ospita le tombe di diversi membri della famiglia, fu fatta erigere nel 1125 da Martino Doria, che la intitolò al santo protettore dell’ufficio svolto all’epoca dalla famiglia, ovvero la riscossione delle imposte.

LA COLLINA DI SARZANO, IL PRIMO INSEDIAMENTO

Come già detto, l’area più antica del sestiere del Molo, primo nucleo della città, si trova sulla collina di Sarzano o Castello. Che l’urbanistica originaria del luogo sia da far risalire almeno all’epoca romana è dimostrato, oltre che dall’impianto regolare della pianta, dai ritrovamenti archeologici che ascrivono la zona al III sec. a.C.[3], dal fatto che negli edifici si trovino inglobate preesistenze attribuibili a quel periodo e che le stratificazioni presentino fortificazioni addirittura preromane. Lo storico latino Tito Livio fornisce una preziosa testimonianza riguardo l’oppidum di Castello quando riporta l’ordine di ricostruzione della città dopo la distruzione operata da Magone, fratello di Annibale, nel 205 a.C. In quest’occasione venne inviato a sovrintendere alla ricostruzione il proconsole Spurio Lucrezio, che spostò il principale nucleo urbano dal Castello alla zona sottostante, nel perimetro Giustiniani-Canneto-S.Bernardo.

Santa Maria di Castello, Centro Storico GenovaCastello era sede del castrum a tre torri, centro e roccaforte difensiva del nucleo primitivo di Genova, impresso per lungo tempo sulle monete d’oro genovesi. Quando il Longobardo Rotari conquistò la città intorno al 650, provvide a sistemare e rinforzare il castrum; suo figlio Ariperto, alcuni anni dopo, pare facesse erigere all’interno delle mura del Castello un primo tempio dedicato a S.Maria (il primo della città), corrispondente all’area della sacrestia dell’attuale chiesa. Su questo nucleo primario venne poi sviluppato il  complesso, ancora oggi esistente, di S.Maria di Castello. Eretta a inizio XII secolo e consacrata nel 1237[4], è un ulteriore esempio tra i monumenti del centro storico in cui si trovano reimpiegati frammenti architettonici romani. Qui, ben prima che fosse costruito Palazzo S.Giorgio, i Consoli del Comune erano soliti amministrare la giustizia, secondo un costume molto diffuso, in città, di trattare affari importanti presso il santuario. Nello stesso luogo era stato edificato, tra IX e X secolo, anche il palazzo vescovile: questo mostra come la posizione rialzata e favorevole della collina fosse importante, visto che qui erano le sedi sia del potere militare sia di quello religioso. A quell’epoca, chi giungeva dal mare vedeva stagliarsi la chiesa proprio sulla sommità della collina e dominare il territorio circostante[5]. Non distante da essa, la chiesa di S.Maria in Passione, sventrata dai bombardamenti della Seconda Guerra e mai più reintegrata (le incursioni aeree del 22 ottobre 1942 danneggiarono gravemente la collina di Castello e quelle del 4 settembre ’44 la rasero quasi completamente al suolo). Esattamente come S.Maria in Castello, anche quest’edificio presenta stratificazioni che attestano preesistenze di epoca preromana, romana e bizantina su cui poi sono intervenute aggiunte in epoca longobarda, medievale e rinascimentale. Nella presenza di massicci blocchi di pietra alla base dei muri alcuni studiosi hanno letto i residui delle antiche mura di cinta del Castello. Torre Embriaci, centro Storico genovaNella parte discendente della collina si trovano il Palazzo e la Torre degli Embriaci[6], l’unica rimasta in città perfettamente conservata nella sua interezza, sopravvissuta al decreto di taglio delle torri private del 1196, alle lotte intestine, ai bombardamenti cui la città fu sottoposta nei secoli, ultimi quelli della Seconda Guerra.

Scendendo ancora e proseguendo oltre la già citata Via delle Grazie ecco Piazza S.Giorgio (dove si trova la Chiesa di S.Torpete, esistente già nel X secolo ed intitolata non a caso, proprio in prossimità del porto, al santo protettore dei marinai). La zona era anticamente denominata Forum Sanctii Georgii, luogo di incontro e mercato fin da epoca romana e bizantina, lungo la via di congiunzione tra il porto e il castrum. Qui risulta insediata fin da tempi remoti l’antichissima famiglia genovese Cattaneo della Volta, che vi possedeva palazzi e terreni (Vico Cattaneo, Piazza Cattaneo); la sua importanza è illustrata anche dal fatto che uno dei ponti del Molo prendesse nome proprio da essa (ponte dei Cattanei). Nel XII secolo nelle adiacenze della piazza si trovavano diverse dimore nobili – Vento, Alberici, Baruzzi – con relative torri (demolite nel corso del tempo eccetto la torre degli Alberici, inglobata nel campanile della chiesa di S.Giorgio) e documenti coevi ne testimoniano la posizione vicinissima al mare e la destinazione a mercato cittadino.

PORTA SOPRANA E SANT’ANDREA

Il sestiere è attraversato da un lato all’altro da alcuni rettifili che – fino all’apertura completa di Via S.Lorenzo – conducevano al porto chi giungeva da fuori città con un percorso il più rapido e ampio possibile. Da Porta Soprana prendevano dunque il via tre direttrici parallele: Via Canneto il Lungo, cui si giunge tramite Vico dei Notari, Via dei Giustiniani e Via S.Bernardo, tutte vie i cui edifici portano, nella giustapposizione e stratificazione degli elementi architettonici, testimonianze di epoca romana, medievale e rinascimentale. Bisogna infatti considerare un fatto essenziale per la comprensione dell’evoluzione urbana del centro storico: il tessuto abitativo è talmente fitto che non sono possibili interventi profondi di adeguamento e ristrutturazione che non significhino demolizione e diradamento. L’apertura di grandi direttrici come Strada Nuova, Nuovissima o S.Lorenzo ne sono dimostrazione tangibile. Questo significa che i rinnovamenti operati nei secoli, seguendo i nuovi stili, su edifici di stampo medievale o precedente necessariamente si stratificano e si adattano alle preesistenze architettoniche, con risultati peculiari e irripetibili. Queste sono d’altronde le condizioni che hanno fatto sì che il centro storico sia arrivato a noi quasi intatto nella sua unicità.

Il toponimo canneto può avere diverse origini: una mitologica, poiché Canneto è il barbiere di Re Mida, l’altra legata al commercio, poiché qui i Focesi, stabilitisi nella piana del Bisagno, commerciavano canne da pesca: infatti anticamente vi scorreva un rivo con relativo canneto, da cui la piantagione di canne. La strada risulta edificata fin dal 1100, con case, botteghe di spadai e fonditori di campane, e botteghe alimentari di rinomata qualità, frequentatissime dalle popolane che qui si rifornivano. Ancora oggi la strada è un susseguirsi di botteghe, negozi di alimentari, drogherie in un ambiente quanto mai caratteristico che evoca atmosfere d’altri tempi. Alla via è legato un episodio della vita di S.Caterina da Siena: nel 1376, di ritorno da Avignone, dove aveva convinto Papa Gregorio XI a tornare a Roma, Caterina fece sosta a Genova, alloggiando in una casa di Canneto per una decina di giorni. Via dei Giustiniani deve il nome alla potente famiglia omonima, che lungo la direttrice della chiavica che corre verso il mare eresse nel tempo una serie di dimore che andarono progressivamente a formare la strada. Il nome Giustiniani ha una storia particolare: venne assunto deliberatamente nel 1362 da cittadini che si riunirono in società per l’amministrazione dell’isola di Scio (sotto controllo genovese) abbandonando dunque il nome del proprio casato e dando origine a una nuova stirpe[7]. L’esistenza di Via S.Bernardo, il cui nome attuale rimanda a chiesa e convento intitolati al santo, è testimoniata fin dal 1345 col nome di Via dei Salvaghi, nobile famiglia ivi insediatasi e proveniente dalla Lombardia. Anticamente si chiamava Via di Piazzalunga e collegando il mercato di S.Giorgio, adiacente la Ripa, con Porta Soprana, veniva percorsa dai carri dei mercanti che si dirigevano verso i paesi del Bisagno o della costa.

Altri due caruggi si dipartono dalla Porta di S.Andrea: il primo, che si dirige verso la sommità della collina, è Via Ravecca, che sbuca in Piazza Sarzano (dove oggi si trova, nella sconsacrata Chiesa di S.Agostino, il museo omonimo). Il toponimo Ravecca è antichissimo e di origine alquanto incerta: alcuni studiosi lo fanno derivare dal fatto che di lì si andava alla sacra vetta di Giano (sacra vecta, ra-vecta, ravecca). In epoca medievale esso indica non solo la via, ma tutta la zona circostante. Qui nel XIII secolo vi hanno case e possedimenti gli Embriaci e i Fieschi. Piazza Sarzano, il cui nome sembra derivare da Arx Jani, ossia l’Arce (roccaforte) di Giano, protettore della città, è il punto originario di insediamento sulla collina di Castello, ed è indicata dal Giustiniani come luogo dove avveniva la lavorazione delle sartie, le spesse corde di canapa intrecciata utilizzate sulle navi, ma anche come zona di ritrovo e parlamento dei genovesi, con una funzione quindi di agorà cittadina: qui infatti nel 1311 i cittadini giurarono fedeltà all’imperatore Enrico VII, e sempre qui nel 1490 si tennero tornei per festeggiare la nascita dell’erede di Agostino Adorno. Qui nel 1640 avvenne inoltre l’omicidio del talentuoso Pellegro Piola, giovane e promettente pittore della famiglia di artisti attivissima a Genova. Nel secondo dopoguerra e fino agli anni settanta qui e nelle zone circostanti (così come in Via Pré) era frequente incontrare banchetti che facevano il gioco delle tre carte, spillando soldi ai malcapitati che si fossero lasciati abbindolare. Sarzano ospita una fontana collocata all’interno di un tempietto a sei colonne realizzato nel ‘600, alla sommità del quale svetta il busto di Giano Bifronte, opera dei Della Porta e spostato su fontane diverse fino alla sistemazione ultima in questa sede (attualmente è esposta una copia dell’originale conservato in S.Agostino). Dalla piazza si scendeva direttamente alla marina, attraversando il rione di Campopisano.

Il secondo vicolo, che reca invece ai piedi della collina di S.Andrea, è la ripida Salita del Prione, che sbocca in Piazza delle Erbe, celebre per la movida serale e punto nevralgico da cui è partito, negli ultimi anni, il recupero e la progressiva riappropriazione degli spazi del centro storico. Qui un tempo si teneva il mercato ortofrutticolo, e i besagnini che portavano i loro prodotti in città erano tenuti ad iscriversi ad un apposito registro da cui i Padri del Comune estraevano a sorte per l’assegnazione dei posti, per i quali peraltro si pagava una tassa. Poco distante dalle Erbe è Piazza S.Donato con relativa chiesa romanica, anch’essa una delle più antiche di Genova, edificata nell’XI secolo su preesistenze, sembra, addirittura del VII, utilizzando colonne romane e capitelli di reimpiego, ed eretta a parrocchia già dal 1189. La contrada del Prione risulta abitata nel tempo da diverse famiglie di artisti, tra cui Lazzaro Tavarone, i Carlone e i Carbone (da cui il celebre ritrattista allievo di Van Dyck).

Appena fuori dalla Porta, oltre il Piano di S.Andrea, comincia Via del Colle, che costeggia le murette, ovvero il tratto residuo di mura erette nel 1153. La via mena al rione di Campopisano, scendendo lungo il quale si giungeva, anticamente, direttamente al mare che lambiva la collina di Sarzano. Il nome della località viene attribuito generalmente al fatto che qui furono tenuti i prigionieri pisani tradotti in catene a Genova dopo la Battaglia della Meloria (1284) in cui Genova distrusse per sempre Pisa come potenza marinara. Ma è pur vero che il toponimo si trova anche in documenti più antichi, risalenti addirittura all’XI secolo, motivo per cui un’altra interpretazione indica il luogo come campo militare della flotta romana, costruitovi dall’ammiraglio Marco Vipsanio Agrippa, e chiamato quindi in suo onore Campo Vipsanio, col tempo corrottosi in Pisano. La zona è delimitata a mare da un tratto residuo di antiche mura, che in questo punto prendono il nome di mura delle Grazie e mura della Marina, ancora una volta dimostrando lo stretto collegamento tra toponimi e caratteristiche dei luoghi o attività umane che ivi si svolgevano.

Claudia Baghino
[foto di Diego Arbore - Palazzo Ducale foto di Daniele Orlandi]


 

[1] Nel 1257 e nel 1283 si registrano i primi interventi di prolungamento del molo, mentre del 1324 è l’erezione, in testa al molo, della cosiddetta Torre dei Greci. Va ricordato inoltre il terribile nubifragio del 1821, che danneggia gravemente il molo e ne rende necessari la riparazione ed un nuovo allungamento, operati da Domenico Chiodo.

[2] Con quella che fu una vera e propria spedizione punitiva, Luigi XIV si vendicò di oltre un secolo di politica antifrancese condotta dalla Superba. Composta di 160 navi, la flotta del Re Sole giunse indisturbata fino al porto e lì si schierò: bombardiere, galee e vascelli che coprivano con la loro posizione il tratto da Sarzano alla Lanterna. Cominciò un tiro al bersaglio che scaricò sulla città migliaia di bombe incendiarie distruggendo circa tremila abitazioni e danneggiando il resto. Dopo un simile attacco la città fu ovviamente costretta alla resa.

[3] Nell’area di Piazza De Ferrari sono stati rinvenuti reperti appartenenti ad una necropoli del V-III sec. a.C..

[4] Alcuni blocchi di pietra alla base dei muri hanno proporzioni corrispondenti a quelle utilizzate nelle costruzioni romane. Secondo il Federici, nel 647 Rotari, re longobardo, giunse da Luni portando con sé le colonne romane ora nella chiesa, destinate in primis a Pavia, all’epoca capitale longobarda. Pare che la decisione di lasciarle in loco sia sopraggiunta una volta preso atto dell’impossibilità di valicare gli Appennini con un carico così ingente.

[5] Il portale d’ingresso della chiesa è stato realizzato utilizzando un frammento di cornice romana come architrave.

[6] Della potente famiglia fu insigne esponente Guglielmo Embriaco: fu lui a capo della flotta armata dal Comune nel 1097 e inviata in aiuto ai cristiani in Terra Santa in occasione della Prima Crociata. L’arrivo dei genovesi comandati dall’Embriaco fu determinante per la conquista di Antiochia, cosa che portò Boemondo, capo dell’esercito crociato, a concedere a Genova un quartiere della città conquistata. Nel 1099 l’intervento di Guglielmo, a capo di una seconda spedizione genovese in soccorso all’esercito cristiano stremato da un assedio infinito, si rivelò di nuovo risolutivo e permise la presa di Gerusalemme. Seguì una terza spedizione che portò vittorie ripetute, larghi bottini, e contrade esenti da tributi in tutte le città espugnate. Fu così che l’Embriaco poté tornare a Genova recando le ceneri del Battista (che divenne da allora patrono della città) e la coppa verde ritenuta il Santo Graal.

[7] Alla famiglia appartiene anche padre Agostino Giustiniani, studioso autore dei celebri Annali.

 

Bassa Val Bisagno: Marassi, Quezzi e Borgo Incrociati

La parte bassa della Val Bisagno può essere divisa in quattro aree di riferimento: la Foce e Borgo Pila (rimandiamo al testo di riferimento), il Borgo Incrociati, Marassi e la zona di Quezzi/Forte Quezzi.

BORGO INCROCIATI

Un tempo posizionato oltre le mura, fuori da Porta Romana, si trova Borgo Incrociati, la cui formazione è legata alla presenza del monastero e della chiesa dei canonici regolari ospitalieri Cruciferi, da cui il nome dell’insediamento, circondato anticamente da un’aura di mistero e leggende su briganti e cospiratori (come del resto spesso accadeva per i luoghi che si trovavano fuori le mura). Il monastero, di cui abbiamo notizia fin dal XII secolo, si trovava sulla sponda occidentale del Bisagno, di fronte al Ponte di S.Agata. L’aumento della popolazione nel ‘700 fa sì che la chiesa diventi parrocchia autonoma; nel 1818, con la formazione di nuovi e più grandi comuni, il Borgo entra a far parte del Comune di S.Fruttuoso. Da allora ad oggi molto dell’antico borgo è andato perso con la costruzione della ferrovia, della relativa stazione Brignole, e di Corso Monte Grappa, ma una parte di esso è sopravvissuta intatta e si staglia compatta sullo sfondo regolare del circostante tessuto urbano moderno.

MARASSI

Il toponimo Marassi, ancor prima Marasci, ha origini antichissime: mar è radice greca che indica palude, stagno; asc è suffisso ligure che indica acqua. Un acquitrino paludoso, insomma, instabile e pericoloso, e anticamente molto temuto dagli abitanti, che prende il via nella zona in cui il Fereggiano si getta nel Bisagno. Se possibile evitato, era comunque un passaggio obbligato nella strada che porta verso la Val Trebbia e la Valle Scrivia: veniva dunque attraversato nel punto più agevole, e l’andamento della strada, che si adattava a tale esigenza tramite un angolo retto, è ricordato ancora oggi nel toponimo “Piazza del Canto” (angolo in genovese), lungo Via Canevari. Il borgo, che date le premesse si configura come paese di via, prende forma come insediamento sparso, ed è sede di un Governo consolare già nel XII secolo. Le tracce di architettura medievale nella chiesa di S.Margherita di Marassi testimoniano l’antichità delle origini della frazione. Col tempo si ingradisce sempre più, strappando progressivamente spazio alla palude fino a farla scomparire, ma conservandone il nome. Qui le attività principali degli abitanti almeno fino all’Ottocento sono quelle rurali, e qui si riscontra inoltre la presenza di residenze di villeggiatura di nobili genovesi (le più note sono Musso-Piantelli e Saredo-Parodi).

Per diversi secoli Marassi è collegata anche a S.Fruttuoso in maniera precaria, si deve cioè percorrere il greto del torrente o le vie di costa in caso di piena; il tentativo di costruire strutture più solide e adeguate fallisce ripetutamente (anche qui il toponimo Ponterotto non giunge a caso) fino alla realizzazione, nell’Ottocento, del ponte di Monticelli, ora Ponte Serra. Il borgo diventa comune nel 1818 e resta autonomo fino al 1874, anno delle annessioni alla città. Qui è stato individuato lo spazio per la costruzione delle carceri, che hanno preso a funzionare a fine ‘800, e dello stadio comunale, terminato nel 1910 e inaugurato nel 1911 (attualmente lo stadio funzionante più antico d’Italia), successivamente ristrutturato e intitolato a Luigi Ferraris[1]. Come tutti i quartieri della bassa valle, anche Marassi ha subìto un’urbanizzazione selvaggia a partire dal dopoguerra, con grave pregiudizio dell’integrità di un terreno naturalmente fragile, e con risultati nefasti in caso di piene dei torrenti, che sono costate esondazioni, distruzioni e perfino vite umane. Dell’originario quartiere nulla è rimasto; bisogna salire in costa, addentrandosi nelle frazioni più piccole, che ancora conservano testimonianze dell’antico aspetto di questi luoghi.

QUEZZI

Oggi parte integrante di Marassi, un tempo Quezzi era paese a sé; l’antichità dell’insediamento è testimoniata, come sempre, dalle caratteristiche architettoniche della chiesa di riferimento, S.Maria di Quezzi[2], che presenta elementi medievali nel campanile. Il borgo inoltre è citato in una bolla papale già nel 1158. Quezzi comprende attualmente località minori un tempo indipendenti: Pedegoli, Egoli, Cima d’Egoli, Molinetto, Finocchiara, Ginestrato sono tutti nomi di piccole frazioni oggi amalgamate al tessuto urbano ma anticamente insediamenti autonomi. Il paese si ingrandisce naturalmente nei secoli poiché situato su una via di passaggio, ed è – più di Marassi grazie alla posizione sopraelevata – zona di villeggiatura per l’aristocrazia, oltre che punto privilegiato per gli avvistamenti, tanto che sul crinale si trovano alcune costruzioni del sistema di fortificazioni realizzato tra Settecento e Ottocento, tra cui i forti Quezzi, Richelieu e Monteratti, oltre alla cosiddetta Torre di Quezzi che funge da raccordo tra di essi. La via tanto importante, utilizzata da commercianti e viandanti, è la stessa che, passando per Marassi, porta a S.Eusebio, con la differenza che da Marassi la strada era dritta e ripida, mentre il percorso alternativo che passava da Quezzi era più dolce e vi era una cappella per la sosta. Se Quezzi alta, dove si trova la chiesa di S.Maria, si è salvata, la parte bassa invece è stata interessata dalla cementificazione che ha colpito Marassi.

Il Biscione, Marassi Quezzi GenovaTra Quezzi e Marassi, attraverso il parziale sbancamento della collina, negli anni sessanta viene realizzato il quartiere Forte Quezzi, facente parte del progetto INA Casa per la costruzione di alloggi popolari con finanziamento pubblico. Soprannominato Biscione per l’aspetto che assume il complesso nella sua totalità, è costituito da casermoni edificati seguendo le curve di livello dei rilievi, edifici in cemento grezzo la cui lunghezza varia dai 300 agli oltre 500 metri. Come in altri quartieri simili presenti a Genova, queste tipologie edilizie sono state negli anni simboli di ghettizzazione dei ceti sociali meno abbienti, si sono qualificate come quartieri dormitorio poco o niente serviti dalle infrastrutture cittadine, e hanno avuto un pessimo impatto ambientale e paesaggistico, alterando irreversibilmente e con conseguenze estremamente negative i luoghi dove sono state realizzate[3].

 

Claudia Baghino


 

[1] 1887-1915. Ingegnere, militare e calciatore del Genoa, caduto in missione durante la Prima Guerra.

[2] Ai tempi delle lotte tra guelfi e ghibellini (1322), le chiese di Quezzi e Marassi giocano un ruolo di primo piano poiché in esse si rifugiano i contendenti, a Quezzi i ghibellini, a Marassi i guelfi, assediati nei conventi sfruttati in quell’occasione come fortezze.

[3] Ricordiamo inoltre che secondo alcune interpretazioni a Quezzi nacque, nel XV secolo, Susanna Fontanarossa, madre di Cristoforo Colombo.

 

Carignano, l’antico quartiere collinare: Via Fieschi e Piazza Ponticello

Oggi è uno dei quartieri più eleganti della città come lo testimoniano gli edifici di pregio, le ombrose ville, le sue imponenti chiese, una collina che sale 50 metri sul livello del mare nel cuore della città: Carignano o Caignàn, come vi direbbe un genovese. Situata a ridosso della più antica cinta muraria, viene inglobata a Genova solo nel 1320, là dove tra orti, giardini e mistici chiostri conventuali si estendevano le vaste proprietà dei Sauli. Nel Medioevo la zona era denominata Caliniano o Calignano e fino al XIX secolo rimase poco più di un sobborgo a tal punto che gli abitanti dicevano “ana’ a Zena” per dire “scendere in centro”… Testimonianza di quel passato alcune strade come via delle Bernardine, detta “creuza da Gianetta” dal nome della proprietaria di una rinomata osteria o vico Fasce (quella zona della collina era coltivata a fasce) che si distende fra le case più datate del quartiere. In vico Fasce si riunivano i popolani per esercitarsi a “batte a moesca” (ballare la moresca), una danza in voga all’epoca, importata dalla Spagna dai Saraceni.

L’accesso naturale alla collina di Carignano è riconducibile all’attuale via Fieschi, un rettifilo in salita che conduceva al “top” dell’antica altura,  la cosiddetta “montagnola dei Servi”, spianata poi per far posto ad un’ampia area che ospita l’imponente basilica di Carignano. La via, fino al XIV secolo, era detta, appunto, “alla casa dei Fieschi” perché giungeva fino alla villa nobiliare di cui non vi è più traccia perché distrutta dai rivali Doria in seguito alla congiura ordita nel 1547. La dimora sorgeva nelle immediate vicinanze della chiesa di santa Maria Lata che, fino al 1547, era collegata, attraverso una maestosa scala di oltre cento gradini, con via dei Servi (quartiere della Maddalena) o raggiungibile attraverso una stretta strada fiancheggiata da muraglioni, “l’erta dei sassi” che si spingeva fino alla chiesa di Santa Margherita della Rocchetta (non più esistente e detta anche “monastero della Rocca” perché costruita sulle rocce del colle di Carignano) ubicata poco sopra quella che era la “barriera o cancello per cui entrasi alle Batterie di Carignano” dette anche batterie di Santa Margherita (in corrispondenza delle omonime  mura cinquecentesche  che andavano da Scalinata S. Margherita a Piazza Redoano) in prossimità di quella che era chiamata piazza della Cava (in corrispondenza dell’attuale incrocio fra via Rivoli e Corso Aurelio Saffi, qui si estraeva il materiale utile al prolungamento del molo).

VIA FIESCHI E PIAZZA PONTICELLO

L’attuale via Fieschi, invece, fu aperta solo nel 1868; terminava in Piazza Ponticello (oggi Piazza Dante) mentre l’ultimo tratto di collegamento con via XX Settembre è del 1934 in seguito al definitivo restyling del borgo dei Lanaiuoli. Era questo un quartiere che si estendeva da Piazza Ponticello  a via dei Servi e  fino alle Mura della Marina (Molo). Denominato inizialmente “Borgo dei Cardatori” prese il nome definitivo di Borgo dei Lanieri o dei Lanaiuoli per l’attività principale che qui era svolta perché, come dice un anonimo genovese “queli che sun d’un’arte stan quaxi insieme de tute parte” (quelli che fanno parte della stessa arte stanno per lo più nella stessa zona). Dell’antico quartiere, rimane solo un cenotafio degli imponenti trogoli ubicati in via dei Servi (attuale Parco delle Mura/Giardini Baltimora), accanto alla chiesa di Santa Maria, voluti dalla Repubblica Ligure, nel 1797, su progetto di Carlo Barabino e dedicati ai cittadini come ricorda un’antica scritta: “Libertà – Eguaglianza – Fraternità. Gli  edili della Repubblica  al popolo genovese”. I lavatoi, in stile neoclassico, erano alimentati da un pozzo perenne che attingeva le acque dal Rio Torbido che attraversava il borgo per sfociare nei pressi delle Mura della Marina e che, prendeva il nome dal colore cupo delle acque dovuto all’attività dei tintori…

In via Fieschi, sulla parte sinistra, ancora oggi, nascoste fra gli antichi palazzi, si notano scalinate e strette creuze (Salita S. Leonardo, Passo Fieschi) che portano alla chiesa di S. Maria di Via Lata, caratterizzata da una bellissima facciata a fasce bicrome, costruita nel 1336, in una zona indicata nelle mappe come “violario”,  la cui etimologia pare derivasse dal forte odore di viole del vicino orto botanico ubicato in casa Fieschi. La facciata gotica, monocuspidata, raggiunge un’altezza totale di circa 18 metri e presenta un rosone centrale in legno che sostituisce quello originale andato perduto. L’interno è costituito da 3 capriate in legno che ricoprono l’unica navata la quale termina in un’abside a forma quadrata sormontata da una volta a crociera. Tra i locali annessi alla chiesa, isolata sopra l’abside, si trova una stanza che viene chiamata di Santa Caterina Fieschi Adorno e, sul retro, due graziosi giardini. Dopo la congiura dei Fieschi, l’edificio religioso conobbe anni bui fino ad essere sconsacrato e ridotto a falegnameria (1858), per poi tornare alla sua funzione d’origine grazie alla confraternita di Sant’Antonio Abate nel 1911. Danneggiata gravemente dal  bombardamento inglese su Genova del 7 e 8 agosto 1943,  fu restaurata, solo, nel 1981. Ma più che per le sue opere artistiche questa chiesa è famosa per essere stata l’oggetto dello sgarbo tra nobili dame che avrebbe dato il via al progetto per la costruzione dell’attuale basilica di Carignano. Si narra che la moglie di Bandinello Sauli solesse andare a messa nella chiesa di S.Maria Lata. Una mattina, essendo in ritardo, mandò una servetta a chiedere di ritardare la funzione di qualche minuto ma la matrona dei Fieschi, avvalendosi del diritto di proprietà sull’edificio, non solo ordinò che si incominciasse l’uffizio ma mandò a dire alla mittente: ”chi vuol dei comodi se li procuri a sue spese”. Fu così che l’oltraggiata signora impose al marito di costruire immediatamente un’imponente basilica che, dall’alto, ricordasse ogni giorno la potenza e nobiltà dei Sauli. Le cose non andarono proprio così visto che Bandinello dispose un lascito nel 1481, ma la prima pietra fu posta il 10 marzo del 1552, la cupola fu terminata nel 1603 e la parte esterna fu completata nel 1890. Inoltre, da allora, si sono susseguiti perenni lavori di restauro… proprio per questo motivo a Genova si usa dire a Genova “…a l’è comme a Fabbrica de Caignan” (…è come il cantiere di Carignano) per indicare una cosa lunga, che non finisce mai.

LA BASILICA DI CARIGNANO

Genova notte, basilica di CarignanoLa basilica è dedicata a Santa Maria Assunta e fu progettata da Galeazzo Alessi; l’edificio si presenta imponente con decorazioni in pietra di Finale e si distingue per la forza architettonica e per lo stile francamente rinascimentale. Una pianta a croce greca, la cupola centrale, i suoi due campanili posti agli angoli del prospetto principale (sul progetto erano quattro per dare un’identica simmetria ad ogni lato dell’edificio), il rosso-giallo della facciata al posto del bianco-nero del gotico, le statue in marmo bianco,  le colonne e le decorazioni che adornano la porta già preannunciano il vicino avvento del barocco genovese. Varcato l’adito, il bianco uniforme degli interni amplifica la vastità dell’ambiente e la luce, giocando tra  gli imponenti piloni centrali, le lesene, i capitelli, le volte a botte, i cassettoni e le nicchie, esalta l’idea di una fede trionfale che si ricompone in una mistica sacralità solo nelle statue di San Sebastiano e di Alessandro Sauli, opere dello scultore marsigliese Pierre Paul Puget (1620 – 1694 sopranominato il Bernino della Francia). Particolari sono le ampie scale interne della cupola e quella, a chiocciola, del lanternino da cui si può ammirare l’intera città. Pregevoli sono, anche, i dipinti tra cui quelli di Domenico Piola, del Guercino, del Procaccini e, in particolare, la Pietà di Luca Cambiaso posta nel terzo altare, presso la tomba di Cristoforo Sauli. Sontuoso si presenta, poi, l’organo ligneo, uno fra i più significativi dell’arte organaria in Liguria, costruito negli anni 1656–60 dal fiammingo Willem Hermans.

La non agiata collocazione urbanistica della chiesa, dominante ma isolata, già dalla fine del Cinquecento, fece pensare alla costruzione di un ponte di collegamento tra la chiesa e il contesto cittadino. Inaugurato nel 1724, il viadotto, voluto sempre dalla famiglia Sauli, scavalcando la valletta fittamente abitata del Rivo Torbido (via Madre di Dio, via dei Servi… oggi via Gabriele D’Annunzio), univa e unisce ancor oggi il colle di Sarzano con quello di Carignano, un’opera notevole per i tempi, tanto che i disegni e i dipinti del “grande ponte” fecero il giro dell’Europa. Curiosità: a causa dell’elevato numero di suicidi, fu, alla fine dell’800, posizionata una ringhiera, realizzata grazie alla benefica donazione del mercante genovese Giulio Cesare Drago, per sbarrarne i parapetti, gli stessi che si vedono oggi, come ricorda una lapide posta nel 1880 che recita “perchè non passi consuetudine l’esempio antico e recente di gittare disperatamente la vita dal ponte di Carignano…”. Questa tragica usanza era talmente diffusa che i sagaci genovesi usavano dire ironicamente “pigiâ o ponte de Cavignan pe-o schaen da porta” (prendere il ponte di Carignano per “lo scalino” cioè per l’ingresso di una porta), per sottolineare quanto il ponte fosse “amato” dai suicidi.

Alcune testimonianze di quel periodo si ritrovano ancora oggi lungo il Corso che conduce alla zona di Corvetto e al Parco dell’Acquasola. All’altezza del Ponte Monumentale, un percorso s’incunea sotto un  palazzo e svoltando a sinistra si immette in un’antica stradina che taglia trasversalmente Carignano seguendo il profilo della collina. Si dice che il tracciato attuale coincida con quello che era l’antico accesso che dal convento di San Leonardo portava all’omonima chiesa. Qui era il regno incontrastato dei famosi “orti di Carignano”, terre che appartenevano, intorno al mille, al vicino Convento di Santo Stefano, frutto di donazioni e lasciti, che si trasformeranno, nel ‘600, in una zona rinomata di villeggiatura come lo testimoniavano le ricche dimore di pregio. I muretti in pietra, gli slarghi e i sottopassi che si incontrano improvvisi, in questa creuza interdetta al traffico, accompagnano fino al Convento di San Leonardo, oggi trasformato nella Caserma Andrea Doria. Il complesso religioso, fondato nel 1317, dal vescovo Leonardo Fieschi, era nato con l’intento di ospitare circa quaranta religiose dell’ordine di Santa Chiara, un piccolo gruppo di frati francescani e un numero massimo di 12 fanciulle della nobile casata Fieschi che avessero voluto consacrarsi alla vita spirituale. In questa zona, oggi salita San Leonardo, era ubicata la casa-bottega del pittore genovese Domenico Piola e del “celebre” fratello Pellegro, assassinato da Giovanni Battista Bianco. Alla sommità della salita resiste il seicentesco complesso di Sant’Ignazio che oggi ospita l’Archivio di Stato. Il primo insediamento è quello conventuale (1676-1683) nato per ospitare i novizi a cui seguì la chiesa (1723-24) che presenta un’ ampia volta a vela poggiante su pilastri diagonali. Sopra l’altare maggiore si può ammirare una tela attribuita al Grechetto mentre i dipinti sopra gli altri due altari sono opere dell’Abbate Ferrari e quella di una cappella minore della scuola del Piola. Con l’arrivo dei Savoia  la struttura religiosa mutò  destinazione e fu trasformata in caserma, la Piave, che rimase attiva sino al primo dopoguerra.

IL QUARTIERE NELL’800

Nel 1825, Carlo Barabino presentò un primo piano urbanistico per adeguare Genova alle nuove esigenze dovute ad un veloce e progressivo aumento della popolazione nonché per rimodernare la città costretta in limiti architettonici di tipo medievale. Carignano era uno dei quartieri coinvolti nel progetto anche se, ancora nel 1848, la collina rimaneva essenzialmente una zona con poche costruzioni eleganti, silenziosi complessi conventuali, parchi, fontane che facevano da sfondo per feste ed eventi cittadini come la “Festa Grande, in occasione della ricorrenza dell’Assunta” la cui spettacolarità affascinò Stendhal o la memorabile ascensione di un pallone aerostatico avvenuta nel lontano 14 gennaio 1784 davanti al Palazzo del Marchese Vincenzo Spinola: “il pallone era in pelle di battiloro e salì all’altezza di trecento tese (circa cinquecento metri) e scomparve oltre le colline”. Di grandi rettifili se ne contavano solo due: quello che portava da Carignano alle Mura di Santa Chiara e quello che da qui giungeva in Piazza della Cava. Il Belvedere di Carignano, dunque, rappresentava, intorno agli anni 1830, un punto consueto di incontro per passeggiate: è del 1772 la proposta fatta dai Padri del Comune di realizzare una passeggiata pubblica che lasciasse passare le carrozze (due anni dopo la proposta venne realizzata) seguita da quella dell’Acquasola e solo a fine secolo si assisterà ad un vero processo di urbanizzazione con l’apertura di grandi vie come quella, Circonvallazione a mare, su progetto del 1867, per creare un tre-d’union tra il porto e il levante o di via Corsica, coeva di Corso Andrea Podestà, che, come cita un testo dell’epoca, nel 1887,  era “la nuova arteria, la più ampia e spaziosa della città”, nata sulle vestigia della più antica via Ginevrina. Su questo colle che aveva ospitato “cinquanta giardini, ossia ville di cittadini, molto dilettevoli, ornate di magnifici edifici e superbe case, fra le quali si commendano quelle di Madonna Mariola, madre del Cardinal Sauli, di Nicolò Gio. Batta e Giuliano Sauli… il palazzo del Conte Fiesco con la chiesa dell’Assunzione di nostra Donna, sotto il titolo di S. Maria Inviolata”, nascono nuove ed imponenti ville, su tutte Villa Figari, fatta costruire nel 1875 da Federico Mylius, con il suo imponente loggiato sull’orlo del muraglione (un tempo a picco sul mare), non da meno l’ottocentesca Villa Croce, costruzione dalle forme neo-classiche che, donata al Comune dalla famiglia Croce nel 1952, è oggi sede del Museo d’Arte Contemporanea di Genova, inaugurato nel 1985. Insieme alla villa, anche la Chiesa del Sacro Cuore e di San Giacomo risale al finire del XIX secolo (la posa della prima pietra avvenne il 13 ottobre del 1892 in occasione del 4° centenario della scoperta dell’America). Sorge poco lontano da preesistenti luoghi di culto, ormai scomparsi, come l’antica chiesa di Santa Margherita della Rocchetta e quella di San Giacomo, di cui  ha ereditato gli storici archivi. Quest’ultima, costruita nel 1154 per conto di Ansaldo Spinola, fu chiusa il 25 luglio 1890 e demolita quindici anni dopo per far posto alla piazzetta denominata “Poggio della Giovine Italia” dove nel 1833 vennero fucilati alcuni seguaci di Giuseppe Mazzini. L’attuale chiesa di san Giacomo, in stile neoromanico, presenta un’originale facciata, sormontata da un’alta torre ottagonale con sovrastante guglia, da cui la luce fluisce all’interno della chiesa attraverso 8 finestroni che, originariamente, erano chiusi da vetri  istoriati e che sono andati perduti nel bombardamento del maggio 1944.

Carignano oggi ospita uno dei principali nosocomi del genovesato, l’Ospedale Galliera o di Sant’Andrea come era chiamato il 14 marzo 1888, giorno della sua inaugurazione. Tra gli ospiti era presente un’anziana dama alla cui generosità era dovuta la costruzione del  monumentale complesso, la principessa di Lucedio, meglio conosciuta come Maria Brignole Sale, Duchessa di Galliera. Progettato dall’ingegner Cesare Parodi, i suoi albori non furono dei migliori in quanto l’amministratore unico Angelo Ferrari, scomparve all’improvviso con i 13 milioni stanziati per i lavori. La benefattrice è ricordata in una statua opera della scultore Giulio Monteverde posta nei giardini interni. A pochi metri di distanza dall’ingresso del Galliera, scendendo l’odierna via Banderali, compare come evocata dal passato una porta cinquecentesca dai battenti in legno che si apre nelle mura del Prato: la porta dell’Arco, uno degli storici ingressi nella città che si apriva dove oggi è ubicato il Ponte Monumentale. Era conosciuta anche come Porta di Santo Stefano per la vicinanza con l’omonima chiesa e, ancora oggi, si fregia di una statua del santo, opera scultoria di Taddeo Carlone. Fu spostata qui nell’Ottocento per far posto alla nuova strada in costruzione (1892), Via Giulia, attuale via XX Settembre.

 

Adriana Morando
[foto di Daniele Orlandi]

Castelletto e la Circonvallazione a Monte

Il quartiere di Castelletto si estende sulle prime alture della città, e trovandosi per lunghi secoli fuori le mura, prima di diventare quartiere residenziale fu aperta campagna, con macchie boschive e zone coltivate, punteggiata di insediamenti sparsi, monasteri e splendide ville patrizie (solo la zona di Carbonara contava nel ‘500 ben venticinque ville, ritiri di pace e silenzio di facoltosi aristocratici). ​Oggi confina a sud con i sestieri di S.Vincenzo, Portoria, Maddalena, Pré, a ovest con Oregina, e a est con i quartieri della Val Bisagno. In alto sui rilievi le fortezze del Castellaccio e dello Sperone si pongono, anche visivamente, come confini della città.​

Il nome del quartiere proviene dalla fortezza chiamata appunto Castelletto, oggi scomparsa, che si trovava fin dal X secolo al centro di Spianata Castelletto, dove ora il belvedere Montaldo offre una meravigliosa vista sull’intera città. Proprio per la sua posizione elevata, per secoli il Castelletto fu un punto di cruciale importanza per la difesa o il dominio della città: baluardo difensivo fino al ‘400, poi occupato dalla guarnigione francese che da qui e dalla Briglia controllava la città, poi distrutto dal popolo alla fine della dominazione francese (così come la Briglia), successivamente ricostruito a inizio Ottocento dal governo sabaudo e definitivamente atterrato nel 1848, dopodiché sulle sue fondamenta furono costruiti i sei palazzi che vi sono tuttora, che presentano infatti sistemazione regolare su una base a quadrilatero che ha nel centro una piazzetta che un tempo era la corte del fortilizio. Va notato che inizialmente questo gruppo di case doveva essere destinato ad abitazione popolare, come denunciano le facciate lisce e il fatto che all’epoca la spianata non fosse raggiunta dalla nuova viabilità.

Il popolamento intensivo del quartiere avviene progressivamente a partire dall’Ottocento, quando con la rivoluzione urbanistica iniziata su progetto di Carlo Barabino la collina venne individuata come area ideale per il quartiere residenziale borghese, poco distante dal centro e con un’invidiabile apertura panoramica sul centro abitato. ​

Le aree principali in cui espandere il tessuto urbano vennero individuate nella valle di S.Bartolomeo degli Armeni, valle di S.Rocchino, valle di S.Anna (zona del rio Bachernia, che un tempo dava il nome a tutta la valle), e il lavoro iniziato dal Barabino  fu continuato dal suo allievo e successore alla carica di architetto civico G.B.Resasco. Il progetto barabiniano finì per essere alterato a favore della speculazione edilizia, riducendo di molto lo spazio tra i caseggiati e l’ampiezza delle strade e aumentando i volumi dei singoli edifici; gli interventi ottocenteschi comunque mantennero sempre un senso di equilibrio, rispetto e dignità dell’abitare che venne poi totalmente a mancare nella selvaggia speculazione operata tra gli anni cinquanta e gli anni settanta.​ Sebbene le vallate siano state ricoperte nel tempo dal tessuto edilizio, ancora oggi esistono le strade che le attraversavano anticamente: S.Bartolomeo dà nome a una via, una salita, una piazza, e un tratto di mura; salita di S.Rocchino, che prendeva il nome da un convento dedicato al santo, salita S.Anna, da una cappelletta votiva intitolata alla santa.​​

Anticamente la collina era collegata alla città tramite queste ripide creuze che vi salivano dipartendosi dalla porta dell’Acquasola, da Portello, dalla porta di S.Marta in fondo alla valle del rio Carbonara, e conducevano fino alla sommità dei crinali, in corrispondenza delle mura seicentesche. Fu lungo questi percorsi che si svilupparono spontaneamente gli abitati. La massima parte del tessuto popolare di queste antiche realtà insediative è andata distrutta con l’evoluzione urbana, maggior fortuna hanno avuto invece le ville aristocratiche e i monasteri. Le nuove direttrici viarie aperte nell’Ottocento furono pensate come ampie linee rette che partendo da piazza Corvetto collegavano il centro con la collina sostituendo le mulattiere ormai assolutamente insufficienti. Ecco dunque sorgere Via Assarotti, Via Caffaro e via Palestro con progetti approvati tra 1851 e 1859, senza i filari di alberi previsti da Barabino, ma con la programmata sobria serialità nelle decorazioni delle facciate e nella regolarità dell’impianto, pensata appositamente per svolgere un compito di rappresentanza della borghesia ottocentesca (esattamente come secoli prima Strada Nuova aveva svolto un ruolo rappresentativo della magnificenza della nobiltà genovese). A fine secolo si procedette ad ampliare il piano d’insediamento collinare attraverso l’apertura della strada di Circonvallazione a monte, una delle più importanti realizzazioni nella moderna urbanistica genovese, oltre che una delle strade più belle, dato che il suo svolgersi a mezza costa lungo tutta la collina, da piazza Manin a Principe, le conferisce una panoramicità senza eguali. La strada fu compiuta in tappe successive tra il 1865 e il 1880: prevedeva edifici disposti a monte e filari di alberi a valle, interrotti ove possibile da giardini pubblici, piazze e belvedere. C’era da ovviare ai problemi derivanti dal dover rimanere sulla stessa curva di livello per evitare pendenze eccessive, cosa che richiese sbancamenti e demolizioni. Il piano stradale fu realizzato sfruttando il tracciato dell’acquedotto, demolendo gran parte dei ponti che lo formavano (oggi tuttavia sono ancora visibili, in vari punti del quartiere, evidenti tracce che indicano l’antico percorso) ed erigendo spessi muraglioni di contenimento. A fine secolo infine il progetto fu completato con l’apertura della parte di Circonvallazione che sale alla zona di S.Nicola (dalla chiesa omonima) e al colle di Montegalletto. Se nella prima metà di strada gli edifici seguono il gusto sobrio ed elegante del Barabino, nella seconda – realizzata nella seconda metà dell’Ottocento – vediamo affermarsi il gusto eclettico di moda con architetti come Gino Coppedé, che a Genova lavorò moltissimo (suoi Castello Bruzzo in via Piaggio e Castello Mackenzie presso Manin, che ricalca forme gotiche), o le suggestioni medievaleggianti della dimora del Capitano De Albertis (il castello omonimo edificato sui resti del bastione di Montegalletto) da lui stesso progettata, lasciata in eredità alla città e oggi sede del Museo delle Culture del Mondo.​

All’inizio del Novecento avvenne gradualmente l’urbanizzazione delle aree a monte della Circonvallazione, con largo intervento della stessa borghesia imprenditoriale che aveva preso residenza in zona e che, riunita in cooperative, acquistò numerosi lotti edificabili. Le nuove operazioni edilizie persero però il carattere equilibrato e lungimirante di quanto fatto fino ad allora, con risultati nettamente inferiori.

Oltre a Circonvallazione e alle vie già citate, esistono due ascensori che collegano Castelletto al centro: entrambi partono da Spianata, uno giunge in Largo della Zecca, l’altro a Portello, la cui stazione di arrivo conserva ancora l’originario stile liberty con cui fu concepita. Entrambi vennero realizzati e messi in funzione nel primo ventennio del Novecento. Altro sistema di salita verso le zone collinari sono le funicolari: quella di S.Anna, nata su idea e realizzazione di una società composta da stranieri – visitatori abituali della città che intuirono l’utilità di una struttura di questo tipo e si misero in società per darle vita – è in servizio dal 1891: originariamente l’impianto funzionava sfruttando la forza motrice dell’acqua proveniente dagli acquedotti De Ferrari Galliera e Nicolay, e venne elettrificato solo nel 1979; quella che percorre il tratto Zecca-Righi fu inaugurata nel 1897 e conduce alla parte più alta del quartiere, la zona anticamente detta delle Chiappe (fin dal 1100) dove si apriva la porta omonima nella cerchia seicentesca, in prossimità della fortificazione del Castellaccio. Un tempo luogo di grande importanza strategica dal punto di vista militare per l’ottima posizione sulla vallata, dall’Ottocento il Righi divenne meta delle gite domenicali e delle passeggiate dei genovesi, come d’altronde è ancora oggi, con le trattorie e i sentieri in costa che portano verso i forti.

Piazza Manin, da cui prende il via la Circonvallazione, è direttamente collegata al centro tramite via Assarotti, e venne aperta tra 1887 e 1889 nei pressi dell’ultima cinta muraria – quella seicentesca – in corrispondenza del tratto nominato mura dello Zerbino e mura di S.Bartolomeo. Se della seconda denominazione si è già data spiegazione, la prima va attribuita al termine genovese zerbo, che significa gerbido, cioè terra arida e incolta. A breve distanza da piazza Manin si trova la stazione del Trenino Genova-Casella: ferrovia storica dalla tratta lunga circa 25 km che ha conservato l’aspetto caratteristico con i piccoli vagoni dal sapore retrò. Inaugurato nel 1929 per mettere in comunicazione i paesini dell’entroterra con la città in modo semplice e veloce, il treno compie un percorso panoramico che offre punti di vista inconsueti sulla città e il paesaggio.

VILLE E PARCHI

La zona ospitava nei secoli passati le residenze suburbane di molti nobili (così come la collina di Albaro). Ancora oggi ne esistono diverse, dislocate in vari punti del quartiere; le più interessanti sono quelle diventate di pubblica proprietà e i cui spazi sono stati destinati a sede museale o i giardini a parco pubblico.

Su Piazza Corvetto, punto di incontro dei confini di tre quartieri (Castelletto, S.Vincenzo, Maddalena) si aprono – attraverso il raccordo di un’ampia scalinata sulla cui sommità è il monumento a Giuseppe Mazzini – i giardini di Villetta Di Negro, rientrante nell’area di Castelletto. Il parco della villa nacque nella seconda metà del Settecento, quando era ancora di proprietà dei Durazzo, e fu destinato ad orto botanico; passata poi la proprietà a Gian Carlo Di Negro, il parco divenne una prestigiosa sede di studi e si arricchì di una vasta collezione di reperti archeologici classici. Alla morte di Di Negro nel 1863 la villa fu ceduta dagli eredi al Comune, che la aprì al pubblico e la collegò alla spianata dell’Acquasola, procedendo a un tempo alla sistemazione del parco con migliorie (viali, laghetti, giochi d’acqua) e aggiunte di essenze di vario tipo. Oggi la villa ospita il Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone.

Villa Pallavicini (o delle Peschiere, per le numerose vasche dei giardini) in via S.Bartolomeo degli Armeni, fu edificata nel XVI secolo e corredata, dato il terreno inclinato, di un ampio giardino a terrazze, con scalinate, specchi d’acqua e ninfei; è in una splendida posizione panoramica, ma ha subito una drastica riduzione della dimensione del parco in seguito all’apertura di via Peschiera a fine ‘800.

Villa De Mari Gruber si trova in corso Magenta (parte di Circonvallazione, che assume nomi differenti nei vari tratti); le terre di pertinenza della villa si estendevano un tempo tra salita S.Maria della Sanità e salita di S.Rocchino (i cui nomi si legano, come sempre, alla presenza di omonime chiese) e fu residenza estiva della famiglia De Mari fino a metà Ottocento, quando fu venduta all’industriale austriaco Gruber. La proprietà pervenne infine al Comune che vi allestì per un periodo il Museo Americanistico oggi confluito a Castello D’Albertis. Il giardino della villa è oggi un parco aperto al pubblico.

Villa Balbi Gropallo è situata lungo le mura dello Zerbino, da cui prende la seconda denominazione, ossia villa dello Zerbino: residenza di villeggiatura dei Balbi nel ‘500, passò ai Durazzo e poi ai Gropallo. Al giardino geometrico rinascimentale si accostò successivamente il giardino paesistico all’inglese nei primi dell’Ottocento, e ancora oggi tali tipologie sono mantenute. La villa è privata ma viene utilizzata per cerimonie e ricevimenti.

Villa Piaggio, in corso Firenze, risale al ‘400 e fu fatta costruire dai Moneglia, nobili proprietari di vasti terreni in zona. Acquistata dal senatore Piaggio a fine Ottocento, è diventata di proprietà comunale negli anni ’70.

EDIFICI CIVILI

Oltre ai già citati Castello D’Albertis e Castello Mackenzie, tra le emergenze architettoniche di maggior interesse nel quartiere spicca l’Albergo dei Poveri. La sua edificazione è direttamente legata all’esigenza di controllare e limitare il dilagare della povertà estrema, che andava aumentando ad ogni carestia ed epidemia creando stuoli di mendicanti ad ogni angolo di strada ed era quindi, a Genova come in tante altre città, fenomeno di inaudita gravità che necessitava di urgenti interventi. Poiché il Lazzaretto della Foce e gli altri ricoveri già esistenti non avevano capienza sufficiente, nel 1656 il governo, su iniziativa del nobile Emanuele Brignole, deliberò la costruzione di un nuovo ospizio grande abbastanza da accogliere tutti i poveri della città. Si individuò quindi un sito nella zona collinare e boscosa tra Montegalletto e Carbonara e si diede il via ai lavori, grazie anche alla grande somma messa a disposizione dal Brignole; la fabbrica si protrasse per tutto il XVII e XVIII secolo attraverso progressivi ampliamenti grazie alle donazioni di cosiddetti “Grandi Benefattori” che contribuirono all’opera, e costituì un esempio importantissimo di politica assistenziale. Oggi l’Albergo è una delle sedi dell’Università di Genova.

CHIESE E MONASTERI

Per la sua posizione sopraelevata e lontana dal centro abitato la zona fu ideale fin da tempi remoti per la costruzione di conventi e monasteri che un tempo punteggiavano solitari queste colline. Nel vasto numero, se ne citano alcune tra le più antiche o di maggior interesse.

La Chiesa di S.Bartolomeo degli Armeni, che sorge sulla piazza omonima, risale al XIV secolo ed è stata parzialmente inglobata da un palazzo ottocentesco. Nel 1308 ne venne autorizzata la costruzione da papa Clemente V su richiesta di due monaci armeni dell’ordine di S.Basilio; nel 1355 il monastero fu posto a capo dell’ordine basiliano nella penisola. La chiesa è meta di devozione dei fedeli cristiani poiché qui è conservato dal 1384 un sudario considerato sacro: sarebbe parte infatti del sudario di Cristo, di cui riporterebbe l’impronta del volto.

La Chiesa della SS.Concezione, officiata dai Cappuccini, nella piazza omonima, fu eretta a spese del governo nel ‘500 al termine della pestilenza durante la quale l’ordine religioso si prodigò per l’assistenza ai malati, come ringraziamento all’opera infaticabile dei monaci. Della ricchissima biblioteca che conservava diversi incunaboli non è rimasta traccia, dal momento che fu dispersa durante le soppressioni napoleoniche.

Il Complesso Conventuale di S.Bernardino, in prossimità delle mura nuove, esiste fin dal XII secolo. L’edificio originario fu demolito nel ‘400, mentre il convento attiguo alla chiesa risale a fine ‘800.

La Chiesa di S.Anna, che dà il nome alla salita e alla piazza adiacenti, risale alla fine del ‘500 e rappresenta il primo insediamento dell’ordine dei Carmelitani Scalzi al di fuori della Spagna. Che fosse scelta Genova come primo luogo per uscire dal paese non deve stupire, dati gli stretti rapporti politici ed economici che legavano Spagna e Repubblica nel XVI secolo.

Il Santuario della Madonnetta si trova a discreta altezza sulla città ed è raggiungibile percorrendo a piedi la creuza omonima, che si inerpica ripida verso i monti. Esso sorge su una preesistente cappella dove era stata sistemata un’immagine sacra della Madonna. L’ingresso dell’edificio non è a sud, verso la città e il panorama, ma è rivolto a nord, verso le alture, cosa che invita il fedele appena giunto al raccoglimento, suggerito anche dall’impianto severo e rigoroso. La tradizione popolare vuole che l’orientamento dell’ingresso sia dovuto alla profezia fatta da S.Brigida, che passando per queste alture avrebbe vaticinato che un giorno Genova sarebbe stata completamente distrutta: il portale sarebbe stato dunque rivolto a nord per non vedere la città rasa al suolo. La chiesa ospita un presepe permanente con statuine attribuite a noti scultori genovesi del passato.

Il Monastero di S.Barnaba vede gettate le proprie fondamenta già nel Duecento (elementi architettonici medievali sono ancora ravvisabili nei paramenti murari), con un’autorizzazione dell’abate di S.Siro che permetteva a un eremita, tale Fra Bonifacio, di vivere in questo luogo che si trovava sotto la sua giurisdizione. Questo fatto rende l’idea delle caratteristiche di isolamento, distacco e raccoglimento che dovevano contraddistinguere Castelletto nei secoli passati, prima dell’urbanizzazione. A metà ‘500 l’edificio passò in mano ai Cappuccini.

Tra i tanti edifici religiosi ve ne sono anche alcuni che non esistono più, come la Chiesa di S.Francesco in Castelletto, sorta nel XII secolo presso le mura del Barbarossa alle pendici della collina, rimaneggiata in quelli successivi (secondo costume, molte aggiunte di pregio furono frutto delle donazioni fatte da famiglie nobili), subì dapprima dei restringimenti dovuti alla costruzione dei palazzi di Strada Nuova, poi fu abbandonata in seguito alle soppressioni napoleoniche e infine demolita in buona parte nell’Ottocento, mentre la parte ancora in piedi venne inglobata in un edificio moderno. Ugualmente scomparso è il Monastero Superiore delle Monache Turchine che si trovava tra Corso Firenze e Corso Carbonara.

ACQUEDOTTO

Come già ricordato, l’opera di costruzione della Circonvallazione sfruttò il tracciato del preesistente acquedotto: esso quindi, giunto nell’attuale piazza Manin, compiva il tragitto oggi ricostruibile percorrendo la suddetta strada. Nonostante la demolizione sono infatti presenti ancora numerose tracce, dirette e indirette, della sua antica presenza. Lo stretto passaggio pedonale denominato Passo dell’Acquidotto si svolge parallelo a Corso Solferino ed è un tratto residuo: la sua ampiezza ci svela la sezione esatta dell’acquedotto nella sua parte cittadina; tra questo e Villa Gruber esistono arcate superstiti in corrispondenza dello scomparso Ponte Canale; sotto Corso Solferino i lastroni del marciapiede coprono in un punto un tratto residuo. Arrivato al bosco dei Cappuccini, l’acquedotto si divideva in due: un braccio orientale detto delle Fucine, uno occidentale detto di Castelletto, più antico. Entrambi scendevano verso il mare, alimentando mulini, officine, lavatoi, fontane. Presso la spianata di Castelletto, in cima a Salita S.Gerolamo, si trovano delle arcate residue che costituiscono uno dei brani meglio conservati in città.

COSTRUZIONI MILITARI

Buona parte del confine orientale del quartiere coincide ancora oggi con i resti della mura nuove (XVII sec.). Partendo da piazza Manin si giunge in breve al Righi, dove inizia l’itinerario dei Forti. Lungo la strada le mura prendono denominazioni diverse: presso Manin mura dello Zerbino, poi mura di S.Bartolomeo, mura di S.Bernardino con omonime porta e torre, mura di S.Erasmo e mura delle Chiappe (il nome è dovuto all’antica presenza di cave di ciappe, lastre di ardesia). A coronamento di questo tratto di cinta erano e sono anche attualmente due forti, Castellaccio e Sperone. Al primo si arriva attraversando un’imponente porta dopo un ponte su fossato. La prima fortificazione in questo luogo risale con probabilità al Trecento, edificata da Fieschi e Grimaldi; aggiornata nel ‘500 per volere di Andrea Doria e rinforzata durante la realizzazione delle mura seicentesche, subì l’aggiunta della cosiddetta Torre della Specola nell’Ottocento, durante il dominio sabaudo. Il forte è noto per l’esecuzione di sei partigiani avvenuta ad opera dei nazisti l’alba del primo febbraio 1945. Dal Castellaccio le mura proseguono fino alla cima del monte Peralto dove si staglia il massiccio forte Sperone, a cavallo tra le valli Polcevera e Bisagno. Eretto nel ‘500, anch’esso subì modifiche e aggiunte fino al  XIX secolo, e conserva l’accesso tramite ponte levatoio che copre un ampio fossato.

SALITE E CREUZE

Salita Battistine venne realizzata a fine ‘500 per collegare l’insediamento religioso dei frati Cappuccini con la zona di Portello, così chiamata per la presenza di una porta minore – portello appunto – nella cinta muraria. Il nome della strada è legato a chiesa e convento dedicati a S.G.Battista sorti qui a metà ‘700. Il tracciato della via subì una netta riduzione quando cominciarono gli interventi urbanistici che portarono all’apertura delle gallerie Corvetto-Portello e Portello-Zecca, nonché per l’apertura di Via Caffaro. In uno dei primi edifici della salita risiedette il filosofo Nietzsche nel 1880 durante il suo soggiorno genovese.

Tra le antiche vie sopravvissute è Salita S.Rocchino, mulattiera che prende il nome da una chiesetta intitolata al santo nel ‘400. Volgarmente detta “creuza do formaggiâ”, strada del formaggiaio, un tempo saliva dall’Acquasola senza interruzioni, mentre oggi è divisa a metà dal passaggio della Circonvallazione.

Salita S.Anna conserva anch’essa l’aspetto antico di stretta creuza che sale da Portello e conduce alle pendici del monte del Peralto: come salita S.Rocchino anche questa è stata tagliata in due dalla Circonvallazione, mantenendo tuttavia l’antico tessuto edilizio che la costeggiava. Nonostante sia parallela alla moderna e trafficata Via Caffaro, questa stradina pedonale ripida e tortuosa ne è distantissima per aspetto e caratteristiche.

Al suo apice prende il via la creuza di Bachernia, dal rio che dava nome al colle e relativa valle prima che si chiamasse di S.Anna, cioè fino a inizio ‘600, quando iniziò l’edificazione del monastero intitolato alla santa. Dalla valle scendevano le acque che andavano ad alimentare le fontane marose nell’attuale piazza omonima.

Salita Cavallo e Salita Accinelli portano con sé il ricordo delle esecuzioni che numerose si effettuavano nei secoli passati. La prima era soprannominata creuza dell’agonia poiché di qui passavano i condannati a morte che venivano impiccati sulle mura; la seconda era volgarmente detta salita della morte per analogo motivo: vi scendevano i Confratelli della Misericordia portando a spalla i cadaveri dei giustiziati.

Presso Mura delle Chiappe è l’avvio di un’antica strada di mezza costa, via S.Pantaleo, che prende nome da una chiesetta eretta a metà ‘400; la mulattiera percorre la collina in tutta la sua lunghezza, affacciandosi sulla Val Bisagno e terminando in prossimità di Staglieno.

 

Claudia Baghino