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Val Bisagno, terra di orti e allevamenti

Genova si sviluppa partendo dal nucleo del centro storico e lentamente espandendosi verso l’esterno. Esistono degli elementi naturali che per secoli si pongono come confini dello spazio urbano: da un lato il colle di S.Benigno, che separa la città dalla valle accanto (la Val Polcevera) e dall’altro il torrente Bisagno. Quando la città comincia ad allargarsi anche oltre i tradizionali confini, le due vallate si pongono come ovvie zone di urbanizzazione lungo direttrici di fondo valle che salgono verso l’interno del territorio. Ancora prima di questo, però, la Val Bisagno mantiene con Genova un dialogo molto stretto basato su rapporti economici e sulla soddisfazione di esigenze cui la città – limitata nel suo ridotto spazio protetto da mura – non può provvedere da sola.

Il Bisagno prende acqua nel suo principio da due confluenti, e in ciò starebbe, a detta degli studiosi, l’origine latina del nome: bis amnis, cioè doppio fiume. Fiume perché anticamente non aveva carattere torrentizio e l’acqua scorreva nel suo letto regolarmente per tutto l’anno, tanto che veniva detto anche feritore, fiume.
Gli studiosi ritengono che la portata d’acqua un tempo più regolare fosse dovuta ad una maggiore copertura boschiva della media e alta valle; le attività umane di approvvigionamento del legname per gli usi più svariati, riducendo sensibilmente tale macchia boschiva, portano il Bisagno ad assumere carattere torrentizio entro il Settecento, quando le testimonianze iconografiche che abbiamo a disposizione restituiscono l’immagine di una percentuale boschiva relativamente simile a quella attuale.

La valle, la cui formazione risale al periodo cretacico, presenta caratteristiche orografiche che variano moltissimo man mano che si risale il corso del torrente, dalla Foce fino alla sorgente, nei pressi del Passo della Scoffera. Queste peculiarità hanno naturalmente condizionato le modalità di insediamento e sviluppo delle attività umane.

Relativamente alle caratteristiche morfologiche si può dividere il territorio della vallata in cinque zone: la piana alluvionale – circondata da dolci declivi e per questo ideale luogo di insediamento fin da epoche remote – che va dalla confluenza del rio Fereggiano alla foce; le zone di Marassi e Quezzi, in cui le pendenze dei rilievi si fanno più marcate (cosa che ha determinato la disposizione dei centri abitati nei punti più soleggiati); Molassana, dove la valle si addolcisce nuovamente, che si presta a usi agricoli – tramite i tipici terrazzamenti liguri – e dove gli insediamenti si distribuiscono su entrambi i versanti (S.Siro, S.Eusebio, Serino, S.Cosimo, S.Martino, Fontanegli); il tratto da Prato a Traso, con un fondovalle strettissimo e pendii scoscesi, tanto che gli qui gli insediamenti si trovano a quote più alte, lungo le valli degli affluenti del Bisagno; il segmento da Traso alla sorgente, che compie una curva ulteriore. Qui la valle si fa di nuovo più aperta e meno ripida e accoglie vari borghi (Davagna, Bargagli).

Risalendo il corso del torrente, nella zona del paese di Montanasco e in quella, più avanti, in cui il Lentro si getta nel Bisagno i rilievi sono costituiti da marna (una roccia sedimentaria calcareo-argillosa usata per la fabbricazione di calci idrauliche), il che spiega la tradizione estrattiva secolare che caratterizza i paesi di questa porzione di territorio, con larga presenza di cave di calcare, mulini (che comunque fin da tempi antichi si snodano lungo tutto il corso del torrente) e fabbriche[1] che sfruttano l’energia idraulica dei vicini torrenti per le attrezzature[2]. Col materiale di scavo proveniente da questi luoghi è stata edificata gran parte del centro storico. Le attività umane hanno profondamente inciso sull’aspetto del territorio, che si presenta boschivo o meno in relazione al tipo di sfruttamento riservato alle diverse zone. Se la piana della foce o le parti più alte dei rilievi sono da sempre state destinate alla coltivazione, quelle più ripide e meno soleggiate hanno mantenuto maggiormente l’aspetto originario, con boschi soprattutto di castagno[3].

 

LA PIANA DEL BISAGNO

La piana del Bisagno è la zona di Genova che presenta le testimonianze più antiche in assoluto della presenza dell’uomo: le prime tracce, rinvenute attraverso scavi, risalgono addirittura al periodo neolitico (V-IV millennio a.C.), nelle zone di Molassana e Traso, e dimostrano che gli spostamenti venivano compiuti, com’è ovvio, seguendo le direttrici di valle, come accade anche in epoca preromana. Gli insediamenti aumentano poi in epoca romana e sensibilmente dopo il Mille, in dipendenza di un aumento demografico che interessa l’intera vallata: d’altronde il popolamento della valle è legato strettamente alle attività della vicina Genova, poiché la Val Bisagno ne soddisfa costantemente nel tempo il fabbisogno di prodotti agricoli e di manovalanza (il termine genovese besagnino col significato di fruttivendolo deriva proprio dal fatto che gli abitanti della valle erano detti bisagnini, da Bisagno, ed erano per la maggioranza contadini).

I numerosi edifici religiosi oggi esistenti il cui impianto originario risale al Medioevo sono prova del suddetto aumento, e anche nei secoli successivi si può seguire la crescita demografica seguendo il sorgere di nuove chiese. Relativamente alla divisione territoriale ecclesiastica, anticamente la valle è divisa in tre pievi: S.Nazaro, sulla costa, cui fa capo la bassa valle, S.Siro, nella media valle, e Bargagli, nella alta. Alcune note di interesse: la pieve di S.Siro – la cui chiesa è perfettamente conservata – rivendica i natali del santo omonimo, vescovo di Genova vissuto nel IV secolo (a lui è intitolata la cattedra episcopale cittadina); la chiesa di S.Nazaro alla Foce invece, risulta essere, negli annali del Giustiniani, la prima chiesa in cui sia mai stata celebrata pubblicamente la messa in Italia, “secondo l’opinione comune”. Man mano che i vari borghi si ingrandiscono ottengono lo status di parrocchie indipendenti.

Della città antica è andato completamente perso, tramite gli interventi di ammodernamento che si susseguono a partire dall’Ottocento, l’aspetto originario delle Fronti Basse oltre Porta Pila, dove le mura si stagliavano imponenti dalla collina di Carignano a quella dello Zerbino e rappresentavano una netta cesura tra lo spazio urbano e quello extraurbano: oltre di esse, la piana col torrente ancora scoperto, il Ponte Pila e successivamente, dietro di esso, quello della ferrovia. In questa parte della piana, vista la disponibilità di ampi spazi, per secoli avvengono le esercitazioni militari e i pompieri hanno qui i loro magazzini. Sempre per lo stesso motivo, qui sfilano le parate carnevalesche e hanno luogo feste e tornei, qui ha sede la corte dei miracoli, dove si fermano le carovane di nomadi, giocolieri, circensi, veggenti. Nel 1892 la piana ospita i padiglioni dell’Esposizione Colombiana, e successivamente diverse altre manifestazioni di impianto grandioso[4].

 

LA CRESCITA DEMOGRAFICA, L’ACQUEDOTTO E IL CIMITERO

Tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo il popolamento sempre maggiore della valle comincia ad essere regolato anche a livello politico e amministrativo, come è testimoniato negli annali del Caffaro, e si dà vita alla podestaria, sorta di circoscrizione i cui confini sono a ovest Genova e la Val Polcevera, a nord i feudi imperiali (poi stato di Parma e Piacenza), a est la Val Fontanabuona e il torrente di Sori. Un territorio di notevole estensione che conta nel 1535 (annali del Giustiniani) una popolazione di circa 12-13 mila abitanti, cifra considerevole per i tempi. A parte gli arresti dovuti a carestie, guerre ed epidemie, l’incremento della popolazione prosegue costantemente nei secoli. Nel Settecento il titolo amministrativo della valle è mutato dalla Repubblica in governo, per un’area di 15 miglia di lunghezza per 7 di larghezza nel punto massimo, largamente impiegata nella produzione di vino e prodotti agricoli. Nell’Ottocento l’organizzazione amministrativa si evolve e la valle viene suddivisa in 14 comuni che nel censimento di metà secolo contano oltre 35.000 abitanti. Con le annessioni amministrative del 1874 Foce, Albaro, S.Martino, S.Fruttuoso, Marassi e Staglieno, fino a questo momento comuni autonomi appartenenti alla Val Bisagno, diventano quartieri urbani in relazione all’inarrestabile espansione della città, e lo stesso accade nel 1926 con la creazione della Grande Genova e l’annessione di Molassana, Struppa e Bavari.

I cambiamenti di maggior portata avvengono però nel secondo dopoguerra, quando dagli anni ’50 ai ‘70 gli abitanti della bassa vallata crescono a ritmi esponenziali, e lo sviluppo urbanistico, connotato da una speculazione edilizia totalmente senza scrupoli, si lega direttamente a tale forte incremento, facendo scempio delle preesistenze e della storia di questi luoghi.
Il legame secolare della valle col capoluogo si individua anche a livello architettonico con la presenza di diverse tipologie edilizie, tutte funzionali ad esigenze della vicina città. L’acquedotto è forse l’opera più importante, e la sua presenza lungo la vallata si snoda attraverso le epoche, con ingrandimenti realizzati in tappe successive e costanti miglioramenti strutturali, dal Medioevo all’Ottocento (quando viene realizzato il ponte sifone sul Veilino)[5].

La presenza dell’acquedotto è percepita con non poca insofferenza dagli abitanti della valle, perché sottrae acqua ai loro campi: in tutte le epoche essi cercano, finché possono, di trarre irrigazione per le coltivazioni dai fossati del percorso dell’acquedotto, ma la prevaricazione degli interessi locali a beneficio dell’urbe viene portata avanti senza indugi, spesso con l’uso delle armi.
Un’altra rilevante tipologia è quella difensiva, che conta un alto numero di fortificazioni poste a presidio della città e del territorio ad essa adiacente lungo tutta la bassa e media valle. Tra le costruzioni più antiche si annovera il Castello di Molassana (atto alla sorveglianza delle vie di transito), la cui esistenza si rileva nei registri della Curia di Genova fin dal 990. Sempre nell’orbita del sistema difensivo, un altro elemento caratterizzante è rappresentato dalle due cerchia di mura che interessano la Val Bisagno, prima quella cinquecentesca che si estende dall’Acquasola alla Foce, e poi quella seicentesca che interessa la valle per il tratto che va dalle mura del Prato alla Cima di Peralto.

Il cimitero di Staglieno è anch’esso strettamente legato ad un’esigenza urbana, laddove si concretizza il bisogno di trovare un luogo degno di sepoltura per i tanti poveri – circa due terzi della popolazione – i cui corpi sono gettati in grandi fosse comuni ai “mucchi dell’Acquasola” e dal ‘500 alla Foce presso il bastione della Strega, in un sito dove le esalazioni dei corpi in putrefazione appestano l’aria circostante, gli ammassi di cadaveri offrono immagini miserevoli, e le mareggiate trascinano in acqua i poveri resti. Nel 1844 perciò prende il via la costruzione del cimitero a Staglieno su progetto originario del Barabino, ripreso e realizzato dal suo successore Resasco. Lo schema di base è rettangolare e subisce aggiunte semicircolari, espandendosi sulla collina tra il Veilino, l’acquedotto e la Salita di S.Bartolomeo[6].

Altra architettura da ricordare è il lazzaretto della Foce, la cui presenza risulta fin dal 1250, ampliato a metà ‘400, rinnovato completamente nel ‘500 e destinato a ospitare sia i genovesi contagiati (o presunti tali), sia persone in quarantena, provenienti dall’area extraurbana e sospettate di malattie[7]. È qui che vengono rinchiusi gli appestati durante la terribile epidemia del 1656-7 che decima gli abitanti della città, così come i malati di tifo, tigna, malattie veneree e colera, quest’ultimo particolarmente diffuso nell’Ottocento e con strascichi fino all’inizio del Novecento. Inoltre una parte della struttura viene successivamente utilizzata come bagno penale i cui detenuti sono impiegati in cantieri e in opere di pubblica utilità. Anche il lazzaretto è un ottimo esempio di intervento sul territorio della valle operato a uso e consumo di Genova. Accanto ad esso compaiono già dal ‘400 i cantieri navali della Foce, la cui importanza aumenta in epoca moderna e soprattutto con la produzione bellica del primo novecento, andando a espandersi sull’area ormai dismessa del lazzaretto (parzialmente demolito nel 1810): la loro fortuna finisce in coincidenza con l’industrializzazione del ponente, ed essi scompaiono definitivamente nel 1930. Un ultimo tipo edilizio legato alla città è costituito infine dalle ville patrizie, residenze estive dei nobili genovesi, che qui comunque presentano una frequenza decisamente inferiore rispetto alla Val Polcevera o alla costa[8].

 

ORTI E ALLEVAMENTI

Legate a Genova sono naturalmente anche le vie di comunicazione, che dalle antiche mulattiere di ieri alle vie di scorrimento veloce di oggi illustrano bene la necessità di dialogo tra città e vallata. Se originariamente i percorsi si posizionano a mezzacosta, la costruzione di una più ampia strada rotabile di fondo valle comincia a inizio ‘800, subisce diverse battute d’arresto tra cui una grave distruzione per via di una piena del Bisagno nel 1822, e viene portata a termine negli anni ’70 del secolo arrivando al Passo della Scoffera.
Tra i paesaggi di cui oggi restano solo testimonianze scritte e immagini, l’ampia distesa di orti che fino all’urbanizzazione ottocentesca caratterizza tutta la piana del torrente a Marassi e alla Foce fino alla collina di Albaro. L’attività di coltivazione dei campi è così importante da meritare una gestione specifica da parte dei Padri del Comune e da avere un’apposita corporazione (la corporazione degli ortolani appunto) che si occupa di tutte le questioni legate a confini, distribuzione del prodotto, recinzioni e via dicendo. Oltre agli orti la valle ospita frutteti, vigneti, castagneti, per non dimenticare che nella media ma soprattutto nell’alta valle è estremamente diffuso l’allevamento, prima specialmente ovino e caprino, poi soppiantato da quello bovino, quindi la vallata provvede nei secoli anche al fabbisogno di latte e latticini della città.

 

STAGLIENO

Sebbene oggi il quartiere di Staglieno (il cui nome potrebbe derivare, secondo lo storico Alizeri, dal colle Stalianum che si trova tra i rilievi della zona) sia identificato principalmente col cimitero qui situato, il luogo ha radici che affondano nell’esistenza di tanti piccoli insediamenti tutti legati al passaggio di strade che da Genova conducevano verso l’entroterra, e all’epoca degli insediamenti primitivi, secondo gli studi, qui vi era un porto.

La zona dove oggi sorge il cimitero era in realtà, originariamente, pochissimo abitata, trovandosi la maggior parte dei centri abitati sulle colline, ed è proprio per questo che viene individuata come ubicazione ideale per il grande camposanto che doveva soddisfare le esigenze dell’intera città. Per leggere la storia del luogo bisogna guardare, perciò, alle piccole frazioni che lo compongono, che in questa zona si sono sviluppate sulle alture della riva destra del Bisagno, meno ripide e meglio esposte. Casamavari, S.Bartolomeo, S.Pantaleo, Preli, S.Gottardo sono tutti paesi di origine medievale, sviluppatisi su direttrici viarie molto frequentate, caratterizzati nei secoli dalle attività agricole e pastorizie, e che ancora oggi conservano la presenza di case antiche dai muri di pietra e i tetti in ardesia, vecchie stalle riattate ad abitazione, antiche ville diroccate. Staglieno è il sesto dei primi comuni annessi a Genova nel 1874, ma la decisione di costruire qui il cimitero viene presa diversi decenni prima unilateralmente dall’amministrazione cittadina che esegue i contenuti del decreto regio che vieta le sepolture nelle chiese e nei centri abitati. Steso in un primo tempo dal Barabino, il progetto viene ampliato e realizzato dal suo successore Resasco e il cimitero viene inaugurato nel 1851. Estesosi nel tempo fino a occupare l’intera collina davanti a cui sorge, diventa presto luogo di autocelebrazione della ricca borghesia ottocentesca genovese, che attraverso committenze di eccezionali monumenti funebri riafferma anche nell’ultima dimora il proprio potere. È ad oggi uno dei più vasti ed importanti cimiteri monumentali d’Europa.

 

MOLASSANA

Entrata a far parte della Grande Genova nel 1926, Molassana nasce anticamente come insediamento rurale, grazie alla qualità del terreno della zona, umido e a tendenza paludosa, ma anche molto fertile. Qui infatti il Geirato confluisce nel Bisagno, creando le condizioni ideali per un intenso sfruttamento agricolo. Come sempre accade, i toponimi di origine remota portano in sé radici che indicano le caratteristiche del luogo cui danno il nome, e Molassana non fa eccezione: in epoca tardo romana è detta mollicciana con esplicito riferimento alla qualità molle del terreno. Dal periodo romano (a testimonianza della presenza umana sono i ritrovamenti in loco di resti di sculture) a tutto il Medioevo, Molassana è punto di incontro di una serie di direttrici viarie: da qui si va al passo della Scoffera e si raggiunge l’importantissima Via del Sale. La chiesa di S.Maria Assunta di Molassana viene eretta a parrocchia già nel 1268, indice certo, questo, della popolosità dell’abitato. Esso tuttavia finisce per perdere importanza dopo la peste del 1473, che produce un notevole spopolamento della zona. Dell’area di Molassana fanno parte i borghi, sviluppatisi tutti come paesi di via, di Pino Sottano e Soprano, Castello di Pino (dove un’antichissima fortificazione difendeva la mulattiera diretta alla Val Polcevera), Carpi, Geirato (omonimo ovviamente dell’affluente del Bisagno), Cartagenova.

 

STRUPPA

Fino a fine Trecento Struppa (costituita da due abitati, La Doria e Prato, i cui nomi sono da attribuirsi uno ad Antonio Doria che vi acquista un vasto fondo nel ‘700, l’altro alla natura del paesaggio che qui formava in passato una grande piana verdeggiante) e le zone ad essa adiacenti vengono indicate come “di Molassana”, dimostrazione questa di come la località più importante della zona fosse appunto Molassana.
A partire dal ‘400, in corrispondenza con la perdita di rilevanza di Molassana, Struppa diviene comune autonomo, rimanendo tale fino all’annessione del 1926. Fino ad allora, dell’orbita amministrativa di Struppa fanno parte S.Siro, S.Cosimo, S.Martino di Struppa, Aggio. Anche in questo caso si può parlare di paesi sviluppatisi in zone adatte all’agricoltura, dislocati a mezza costa per evitare le piene del torrente, situati lungo mulattiere ben frequentate e favorevolmente esposti. Per lungo tempo la fama di Struppa è infatti legata all’ottima qualità dei suoi prodotti agricoli. Della chiesa di S.Siro di Struppa e della relativa frazione si è già detto precedentemente. S.Siro appare, negli annali cinquecenteschi del Giustiniani, zona molto popolata; qui sorgono ville di campagna di patrizi genovesi come villa Doria Centurione e castello Sauli. Stessa cosa si può dire di Aggio, borgo che presenta la maggior densità abitativa di queste zone (a differenza degli altri borghi, che si connotano sempre con le caratteristiche delle villae rurali, ovvero insediamenti sparsi in cui gli edifici sono ampiamente intervallati da terreni). Tra le altre residenze nobili della zona, il palazzo di Gio Luca Pallavicino, intorno al quale si sviluppa il piccolo insediamento di Prato nel fondovalle, e la villa, nella medesima località, di Gio Batta Invrea.

 

BAVARI

Dopo essere stato per secoli comune del tutto indipendente, anche Bavari oggi rientra nei confini del Comune di Genova, in seguito all’annessione del ’26. Il crinale su cui si sviluppa separa la Val Bisagno dalla Valle dello Sturla, e per via della sua posizione è zona di passaggio obbligato, per centinaia di anni, per coloro che transitano da una valle all’altra senza dover passare da Genova. Il nome del luogo è legato al fatto che qui, poco dopo la caduta dell’impero romano, si stanzia un gruppo di barbari germanici appartenenti alla tribù dei Bavari, ma la zona pare essere abitata già in tempi decisamente più remoti dai Liguri, ben prima che i Romani estendano la loro giurisdizione sulla regione. Di Bavari fanno parte le frazioni di Montesignano, S.Eusebio, Serino, Serato, Montelungo, Fontanegli, nate lungo le vie di comunicazione e quindi luoghi di sosta per i viaggiatori. Il nucleo di Bavari si sviluppa, come per gli altri borghi della valle, intorno alla chiesa intitolata a S.Giorgio – unica fuori dalla città ad essere dedicata al santo patrono genovese – e la cui esistenza è documentata fin dal Mille (nella struttura odierna si rilevano ancora, peraltro, le tracce architettoniche romaniche); la posizione strategica del centro abitato, dal quale si ha accesso a ben due valli che conducono a Genova, fa sì che esso svolga nel tempo una rilevante funzione di controllo sia delle direttrici che giungono dall’entroterra sia di quelle che arrivano dalla costa.

 

Claudia Baghino


[1] Oggi alcune sono antichi e suggestivi edifici abbandonati, altre sono state rilevate e ristrutturate da ditte private.
[2] Qui si trova anche il piccolo borgo denominato La Presa, il cui nome è direttamente legato alla presenza dell’antico acquedotto che qui aveva appunto la sua prima presa d’acqua; l’architettura dell’acquedotto, col suo lungo percorso lungo la valle, è presente ancora oggi sebbene definitivamente dismesso negli anni ’60. Le acque dell’acquedotto antico vengono dichiarate non potabili nel 1917 ma esso continua a funzionare fino agli anni ’60 per altri usi, fino alla definitiva dismissione.
[3] Che tali boschi fossero in passato eccezionalmente fitti è indirettamente testimoniato dall’annalista Giustiniani, che racconta come negli anni venti del Trecento numerosi lupi popolassero i monti e scendessero lungo la valle facendo strage di abitanti.
[4] Da ricordare la Mostra Internazionale d’Igiene Marinara, 1914, per la quale viene realizzata addirittura un ferrovia sospesa a una rotaia, la Telfer, poi smontata al termine dell’evento.
[5] Nel 1842. Del 1777 è invece il ponte sifone sul Geirato. Il ponte sul Veilino ha il suo disegno originario in un progetto di Barabino.
[6] Durante i lavori viene rinvenuta in situ una necropoli romana.
[7] Nel 1743 viene trattenuto in quarantena anche Jean Jacques Rousseau, in viaggio a Genova.
[8] Le ville ancora oggi presenti in Valbisagno sono: Villa Imperiale e Villa Sauli-Migone a S.Fruttuoso, Villa Saredo-Parodi, Villa Centurione Musso-Piantelli e Villa Monticelli a Marassi, Villa Brignole Marassi e Villa Pallavicini Zanoletti a S.Gottardo, Villa Durazzo a Pino Sottano, Villa Doria Chiarella alla Doria, Villa Centurione Thellung, Villa Raggi e Villa Ferretti a Fontanegli.

Val Polcevera: la storia e le antiche vie di comunicazione

Pare che anche Goethe sia rimasto affascinato da quell’antica valle conosciuta  come Porcobera, così chiamata in una tavola bronzea emessa dal Senato romano nel 117 a.C.  per definire le zone di influenza dei liguri Veturi e dei “Genoati”, la stessa conca  che lo storiografo Plinio chiama Porcifera nella sua “Naturalis historia”(77d.C), divenuta nel medioevo Pulcifera ed ancora Pozzevera oPolzevera e, finalmente, nel  XIX secolo, Polcevera.

Il torrente Polcevera nasce a Pontedecimo dalla confluenza tra il Verde che forma la valle di Campomorone ed il Riccò proveniente dall’impluvio dei Giovi attraverso la valle di Mignanego. In questi torrenti versano le loro acque numerosi ruscelli che formano altrettante valli minori aperte a ventaglio nell’ampia cerchia dei monti appenninici che chiudono a nord la Val Polcevera.

Per il corso ortogonale alla costa e la possibilità di scavalcare agevolmente il crinale spartiacque attraverso numerose linee di valico,  per le caratteristiche di prolungamento naturale oltre l’Appennino nelle Valli Scrivia e Lemme, la Val Polcevera, fin dall’antichità, è considerata la più importante ed agile via di comunicazione tra Genova e la pianura padana, quindi l’Europa. Proprio per la privilegiata posizione geografica ed il carattere di naturale raccordo tra il porto antico di Genova ed il basso Piemonte, in Val Polcevera si sviluppò una fitta maglia di percorsi tra i quali la via Postumia (tracciata dal console Spurio Postumio Albino nel 148 a.c.).

Sede in epoca preistorica e poi romana di tribù liguri a lungo in discordia per il possesso dei pascoli, percorsa e saccheggiata da eserciti invasori, ha visto attestarsi sulle sue alture il più importante sistema di fortificazioni e torri di avvistamento della cintura cittadina, è stata scelta nei secoli passati dalla borghesia e dalla nobiltà genovese come luogo ideale di residenza e villeggiatura. In tempi recenti l’estendersi degli insediamenti industriali costipati entro l’abitato periferico cittadino assediato dal percorso dell’autostrada e dal degrado causato dagli impianti petroliferi ha trasformato la valle in un territorio di frontiera così descritto da Adriano Guerini “… squallida e cara/ bellezza collina scesa a morire/ tra le case le fabbriche i muri/ gli enormi tubi lungo il fiume/ gli autotreni, un orto sparuto”.

L’unica documentazione archeologica sulla preistoria dell’alta Val Polcevera proviene da alcune raccolte di superficie del secolo scorso ma i reperti andarono quasi del tutto dispersi. A Prato Leone, sopra Gallaneto, fu individuato un sito preistorico contenente manufatti litici e così nei pressi di Cascina Nespolo, sul versante meridionale di monte Tobbio. Punte di freccia in diaspro e selce del periodo eneolitico (terzo millennio a.C.) vennero trovate sulle pendici del monte Costalavezzara presso le capanne di Marcarolo.

Il Genovesato entrò nell’orbita della civiltà romana nel III secolo a.C., tuttavia in Val Polcevera le testimonianze del periodo romano non sono numerose. L’apertura nel 148 a.C. della via Postumia che collegava Genova con Libarna e Piacenza attraverso la Val Polcevera sembrò anticipare la vocazione della valle ad essere nodo stradale fino ai nostri giorni. Testimonianza famosa dei primi tempi della dominazione romana è la Tavola di Polcevera trovata da un contadino a Isosecco presso Pedemonte nel 1506. Si tratta di una sentenza del senato romano del 117 a.C. su una questione di confini sollecitata da due tribù liguri i cui territori confinavano nell’alta val Polcevera: i Viturii Langenses con centro a Langasco ed i Genoati. Il grande interesse del documento è costituito dai numerosi riferimenti toponomastici. La funzione della sentenza fu di delimitare i confini tra l’agro pubblico e quello privato del territorio oggetto di contestazione.

Nel VI secolo la Liguria entrò a far parte dei domini bizantini. Il continuo stato di guerra con i longobardi determinò la necessità di formare un limes di difesa il cui tracciato non è però ben definito.  Oscuri sono i periodi longobardo e franco: l’unico segno di vitalità ovviamente è dato da Genova. Per quanto riguarda il suo entroterra, tra il VI ed il X secolo, mancano quasi del tutto notizie e reperti archeologici.

LA STRADA DEL SALE E LE VIE DI COMUNICAZIONE

Nel XI secolo cominciò l’ascesa politica ed economica di Genova e nel XII secolo le notizie sul suo contado si fanno più numerose e precise. Con l’espansione genovese nell’oltregiogo (1121) la Val Polcevera divenne una zona di grande interesse economico e strategico e nel suo territorio prende forma la cossidetta “via del sale” con tutti i suoi tracciati.  Nel Medioevo due importanti itinerari stradali di collegamento tra Genova ed il Nord Italia attraversavano la Val Polcevera e salivano da Pontedecimo, uno in direzione delle Capanne di Marcarolo – da dove da tempi remoti si teneva ogni giorno mercato con i lombardi – l’altro di Langasco, Pietralavezzara, Cian delle Reste, Fraconalto, per proseguire in direzione di Voltaggio e Gavi. Il traffico riguardava merci di tutti i tipi ma principalmente sale, elemento così prezioso che il Senato Romano lo usava per pagare i legionari (da cui l’origine della parola “salario”), sale che i contrabbandieri  nascondevano sotto strati di acciughe (non acciughe sotto sale ma il sale sotto le acciughe), per donarne una manciata ai pellegrini, che lungo la via Francigena (Canterbury-Roma) andavano a Roma, in cambio di una preghiera da recitare in San Pietro.

Sul versante sinistro della Val Polcevera, la strada del sale saliva dal porto di Genova a Torrazza e raggiungeva la pianura padana attraverso la Valle Scrivia e la Val Borbera. Sia per il medioevo, sia per l’età moderna, venivano utilizzati anche altri itinerari e passi, come i valichi dei Giovi di Busalla, della Vittoria e della Crocetta di Orero, conosciuti anche come vie dei feudi imperiali.

Quasi tutte le aggressioni subite da Genova nel corso della sua lunga storia ebbero come teatro principale la Val Polcevera essendo essa allineata sugli itinerari di collegamento con la val padana. Piccole fortificazioni e torri di guardia sorgevano un po’ dappertutto: Langasco, Pietralvezzara, Pontedecimo, monte Figogna, Bolzaneto, Sant’Olcese, San Cipriano, Morego, Valleregia, Torrazza, Casanova e Geminiano.

Verso la fine del ‘500 con l’apertura della Bocchetta perse importanza la via delle Capanne di Marcarolo ma il flusso mercantile continuò, seppure in forma ridotta. La Bocchetta, nonostante fosse considerata la via di comunicazione più importante tra Genova ed il nord Italia, continuò ad esser usata come una mulattiera. Solo nella seconda metà del secolo XVIII la famiglia Cambiaso tentò di renderla carreggiabile con l’allargamento della sede e la costruzione di numerosi ponti. Anche nel fondovalle la viabilità antica lasciava a desiderare: tra Campomorone e Sampierdarena fino all’intervento del Doge Cambiaso nel ‘700, si viaggiava sul greto del Polcevera e quando la stagione non lo permetteva lungo itinerari di mezza costa.

Con l’inizio del XIX secolo ci fu la tendenza a sostituire il traffico someggiato col più economico uso dei carri. Né la strada della Bocchetta per la Val Polcevera, né la strada della Cannellona per il collegamento di Voltri con la Valle Stura erano però idonee, perché troppo ripide. Occorreva aprire nuove arterie. La strada dei Giovi fu progettata sotto l’impero napoleonico ma portata a termine dal governo sardo nel 1821. Il valico del Turchino, invece, nel 1872.

Nel 1854 Genova e Torino furono collegate con la ferrovia. Tra la Val Polcevera e la Valle Scrivia fu scavata la galleria dei Giovi lunga 3250 metri. Nella metà del secolo XIX lo sviluppo del porto impose la costruzione di nuovi collegamenti ferroviari come la Sampierdarena- Ovada–Acqui, attraverso la Valle Stura (1894) e la Succursale dei Giovi (1889).

Per la costruzione della ferrovia Genova – Torino fu impiantato a Sampierdarena lo stabilimento meccanico Taylor e Prandi (1846) divenuto l’Ansaldo nel 1863. Nel corso dell’Ottocento l’industrializzazione della bassa Val Polcevera fu tale che Sampierdarena fu soprannominata la Manchester d’Italia per l’alta concentrazione di industrie in rapporto al numero di abitanti.

Nel 1920 fu costruita la ferrovia a scartamento ridotto Genova-Casella che, dopo il tratto della Val Bisagno, da Torrazza a Crocetta d’Orero si affaccia sulla Val Polcevera. Nel 1935 il re Vittorio Emanuele III inaugura la “Camionabile” Sampierdarena-Serravalle.

A metà anni ‘60 la parte bassa della valle fu scavalcata dal viadotto dell’autostrada Genova – Savona e nel 1977 venne aperta l’autostrada Voltri–Alessandria, in previsione dell’entrata in attività del porto di Voltri.

LA RESISTENZA

In Val Polcevera, già dall’8 settembre 1943, ci furono i primi episodi di resistenza ai tedeschi da parte di militari italiani dell’89° fanteria nella caserma di Manesseno. Dopo gli scioperi del dicembre ’43, nell’agosto del ‘44 si formò a Bolzaneto la brigata Balilla impegnata in azioni di sabotaggio contro i tedeschi.

Particolarmente intensa fu l’attività partigiana nelle zone montuose. L’altopiano di Praglia – Capanne di Marcarolo divenne una base fondamentale, difficilmente controllabile dagli occupanti. Una grande concentrazione di uomini, per lo più renitenti alla leva, si formò alla Benedicta. Il 6 aprile 1944 i tedeschi decisero di intervenire: il rastrellamento partì da zone diverse. Furono catturati 96 uomini disarmati che vennero tutti trucidati a gruppi di cinque alla volta. L’edificio dell’antico monastero fu fatto saltare con la dinamite. Altri 16 uomini caddero in uno scontro a fuoco con i tedeschi a Mezzano, vicino ai laghi del Gorzente.

Nel marzo ’45, in seguito ad un’azione partigiana contro un gruppo di tedeschi, fu incendiato Cravasco e 18 prigionieri politici prelevati dalle carceri di Marassi furono giustiziati. Il 4 aprile 1945 per rappresaglia i partigiani fucilarono a Cravasco 39 prigionieri di guerra.

 

LA COLLINA DI CORONATA

Coronata, Val Polcevera e RivaroloLa collina fu sede di coltivazioni viticole da cui si ricavava un vino famoso sin dall’antichità: la cosiddetta “bianchetta di coronata”, a cui fa cenno il Giustiniani nel 1532 mentre, nel 1602, il Paschetti ne esamina le caratteristiche organolettiche e le qualità dietetiche. Sui terreni retrostanti la collina di Coronata c’è ancora qualche vigneto dal quale si ricava il prestigioso vino.

Il santuario di Coronata ha origini incerte ma antichissime essendo citato, già nel 1157, il primitivo luogo di culto dedicato a San Michele. La trasformazione in santuario mariano avvenne nell’XI secolo quando una statua lignea della Madonna fu trovata sulla spiaggia di Sampierdarena e con ripetuti spostamenti indicò il colle di Coronata come luogo d’elezione per il nuovo culto. Fu allora costruita la prima chiesa accanto a quella preesistente di San Michele. Nel 1486 le due chiese furono assegnate ai Canonici Regolari di San Salvatore, ordine religioso che si ispira alla vita comune di Sant’Agostino che innalzarono il convento, l’attuale basilica e trasformarono in sacrestia la primitiva chiesetta di San Michele. Sorse così il santuario in stile romanico-gotico cistercense consacrato nel 1502 al quale, all’inizio del ‘500, fu affiancato l’oratorio. Si accede alla chiesa, sopravvissuta solo in parte alle distruzioni belliche e sempre ricostruita, dal piazzale porticato, frutto anch’esso di più recenti ricostruzioni.

L’attiguo oratorio è un bellissimo esempio di barocco genovese per la ricca decorazione a stucco ed i cicli pittorici di Giovanni Raffaele Badaracco (1648-1726) e di Giuseppe Palmieri (1674-1740).

SAN NICOLÒ DEL BOSCHETTO

All’inizio di Corso Perrone in direzione Cornigliano, sul fianco della collina sopra l’attuale sede della Fondazione Ansaldo, si trovano la monumentale abbazia e la chiesa di San Nicolò del Boschetto. Il complesso, oggi di proprietà della congregazione di Don Orione, nonostante l’abbandono della chiesa è tra i più insigni della Val Polcevera per i pregi architettonici ed il valore storico. Vi si accede dalla crosa sul lato seguendo le indicazioni e si arriva dinanzi ad un grandioso portale alessiano in pietra arenaria e marmo bianco che introduce nel piccolo cortile. Su una lapide del 1311 si legge la prima testimonianza dell’antico insediamento quando per volere di Magnano Grimaldi fu eretto il primo nucleo della chiesa. Anche il campanile in cotto con cuspide centrale prova l’origine trecentesca della chiesa affidata ai Benedettini nel 1410, epoca nella quale la prima cappella venne trasformata in chiesa e circondata dal complesso conventuale. Tra 1492 e 1519 fu eretto il chiostro principale e l’abbazia conobbe momenti di grande splendore, quando ebbe lasciti dai nobili Grimaldi, Lercari, Doria, Spinola e fu da essi scelta come luogo di sepoltura, fu visitata da personaggi illustri tra i quali nel 1507 Luigi XII di Francia. In età barocca chiesa e convento subirono numerose trasformazioni secondo il nuovo gusto e nel 1748 le truppe austriache che assediavano la Val Polcevera saccheggiarono il complesso monumentale. Dopo l’abbandono dei Benedettini, dai Brignole finì nelle mani dei Delle Piane che svendettero quanto era sopravvissuto dalle devastazioni precedenti: altari, arredi, oggetti ed opere d’arte furono dispersi. Del passato splendore restano oggi gli spazi: il chiostro grande dalle forme rinascimentali, il chiostro piccolo, antico ingresso del convento sul quale si affacciavano la foresteria e l’infermeria, la chiesa a tre navate che si presenta nell’aspetto derivato dalle trasformazioni operate tra i secoli XV e XVII.

CERTOSA

Certosa deve il suo nome all’antico complesso conventuale che qui sorse grazie ad una donazione dell’area da parte del nobile Bartolomeo Dinegro, come riporta l’atto di fondazione datato  9 luglio del 1297. A quei tempi il luogo ospitava solo poche sparute case di contadini, una chiesa del 1178 e in località Borghetto, l’ospedale di San Biagio, istituito nel 1178 dai Leccavela per il ricovero di ammalati e pellegrini. In queste terre, dunque, giunse un piccolo gruppo di monaci, bianco vestiti, provenienti dalla Certosa del Casotto, nei pressi di Cuneo,  che incominciò l’opera di edificazione. Fu innalzato , per primo, un chiostro in muratura ad arcate ogivali con intorno le celle dei monaci, l’oratorio di San Bartolomeo, cui seguì la costruzione del Cenobio e la risistemazione del terreno agricolo con impianti a grano e vigne.  Fino al 1943 ( poi distrutto da una bomba), vi era nel piano sottostante la chiesa un vecchio tinaio, all’ingresso del chiostro, così come, fino alla fine del XIX secolo esisteva ancora il mulino della Pietra  che prendeva l’acqua dal Polcevera in corrispondenza di piazza dei Camalli (ora Facchini). La Chiesa, a pianta quadrata, conserva poco del nucleo originale per i pesanti rimaneggiamenti a cui è andata incontro: si soprappongono al gotico originale, lo stile toscano e il barocco, un esempio del quale si trova nella cripta sotto l’altare maggiore che ospita i resti del Doge Ambrogio Dinegro .  Si sono perse,  inoltre, le quattrocentesche cappelle gentilizie  dei Doria e degli Spinola, demolite nel XIX secolo, mentre si è salvata, in parte, quella di san Bartolomeo. All’interno si trovano pregevoli affreschi di Giovanni Carlone (XVII secolo), le due acquasantiere di suo padre, Taddeo Carlone, la  bellissima lapide tombale  a fogliami di Bartolomeo Dinegro, ora  conservata nel corridoio della sacrestia. Mirabile la cupola a tiburio ottagonale (1562), che ricorda l’architettura del Bramante.

 

Adriana Morando e Matteo Quadrone

Genova Voltri, la storia e le antiche cartiere

La Superba si annuncia a Ponente con la spiaggia di Vesima, ancor oggi un piccolo angolo di paradiso che si è salvato dagli imponenti lavori di riempimento a mare per la realizzazione del porto container di Prà. Di origine medioevale, questa piccola frazione dell’estremo ponente genovese si è sviluppata intorno all’antico convento dei Padri Cruciferi, risalente al 1155, ed ha costituito, da subito, un importante punto di avvistamento contro le incursioni dei Saraceni, vigilanza che veniva espletata dall’alto della sua torre, una roccaforte nei pressi del rio Lavandé, abbattuta nel 1915 per motivi bellici. L’orografia costrittiva del territorio ha contribuito a proteggerla  da selvagge espansioni urbanistiche ed, ancor oggi, conserva quell’impronta di borgo marinaro tanto apprezzato, nel passato, dalle nobili famiglie genovesi e, in tempi attuali, da turisti o dal famoso architetto Renzo Piano che, a Punta Nave, vi ha insediato il proprio quartier generale, continuando a mantenere l’aspetto di una piccola ridente località pur essendo a due passi dal centro di Voltri, antica capitale della tribù preromana dei Veituri e comune autonomo, prima dell’istituzione della “Grande Genova”.

GENOVA VOLTRI: LE ORIGINI

Voltri mostra al nostro tempo un volto ben diverso da quando nelle sue vie ferveva l’attività dei cartai, quando i dipinti di grandi maestri, quali l’Ansaldo, lo Strozzi, i fratelli De Ferrari o le sculture del Maragliano e del Santacroce, facevano a gara per impreziosire le belle ville, gli edifici religiosi e gli antichi palazzi, quando il lirismo bucolico della villa Duchessa di Galliera, richiamava ospiti importanti quali re ed imperatori e il suo teatro, fin dal ‘700,  era celebrato tra i più famosi dell’ambito ligure o, infine, quando le sue strade  erano il palcoscenico di atti eroici legati a vicende belliche come la “Battaglia di Voltri” tra l’esercito di Napoleone Bonaparte e gli austriaci alleati dei piemontesi e, in tempi più recenti, un suo cittadino, Goffredo Mameli dei Mannelli, regalava all’Italia l’inno nazionale.

Ma agli albori della sua storia anche questo era un piccolo borgo, chiuso tra il mare e i contrafforti del gruppo del Beigua, abitato da una popolazione, si dice, di origine celtica, isolato rispetto a Genova a cui fu collegato, solo nel 105 a.C., tramite la strada romana “via Æmilia Scauri”.  Grazie alla ricchezza delle acque portate dai due torrenti principali che attraversano il territorio, il Leiro (o Leira come viene comunemente chiamato) ed il Cerusa che si forma per la confluenza dei rii Gardonea e della Cave poco sotto il Passo del Faiallo, nel medioevo Voltri divenne sede di numerosissimi “paperifici” e prosperò enormemente tanto da diventare, tra l’ottocento e il novecento, uno dei più importanti poli industriali liguri con tanto di riconoscimento di “città” con Regio Decreto del 26 maggio 1903.

 

LE CARTIERE DI VOLTRI

Tra il cinque-seicento la carta che si produceva a Genova e dintorni era talmente pregiata da essere presente in tutto il mercato europeo e, soprattutto, alle corti reali spagnole ed inglesi, dove un decreto legislativo aveva stabilito che, per i registri di stato, fosse impiegata solo carta di fabbricazione voltrese, stesso supporto sul quale, si dice, sia stata redatta  la Magna Carta Libertatum, promulgata dal re inglese Giovanni Senzaterra, nel 1215. Le maggiori cartiere erano, dunque, quelle di Voltri e dell’immediato entroterra come Mele ed Acquasanta, che si erano sviluppate grazie all’orografia del luogo, fatta di valli ripide in cui svettano cime di roccia rossastra, in grado di incanalare grandi quantità di acqua nelle gore o “bei” fino agli “edifici per lo papero”. Il segreto della carta ligure era dovuto all’utilizzo di stracci di lino e canapa che la rendevano particolarmente resistente all’usura del tempo e alle insidie dei tarli.

Per comprendere appieno l’impatto economico di tali industrie nell’economia del territorio, basti pensare che il Senato si vide costretto a tutelarne il marchio e a promulgare una legge che impediva “l’emigrazione di paperai e dei macchinari fuori dal territorio della Repubblica. Ai trasgressori era comminata, in primis, una multa salata, poi, “tratti di corda, quindi la galea”. Ciò permise, da una parte, il rafforzarsi di tale lavorazione che, nel 1830, contava ben 100 fabbriche, dall’altra il desiderio di sottrarsi a tale restrizione per cercare ubicazioni con minor concorrenza. Uno dei tanti tentativi riusciti fu quello di tal Luigi De Franchi Sacco, il quale ottenne dal Duca di Savoia il permesso di impiantare una nuova fabbrica a Cuneo e di usurpare il marchio dei Giustiniani che operavano nella cartiera di Voltri. Ma, nonostante le defezioni e i vari decreti limitativi che ne seguirono, l’indotto continuò ad aumentare con un record che raggiunse l’apice nel periodo post-napoleonico “quando le navi genovesi cominciarono a volgere più frequentemente le prore verso l’America” e dove le nuove colonie offrivano una  grande richiesta di mercato e le transazioni risultavano estremamente lucrative.

Questa antica arte ha dovuto irrimediabilmente arrendersi all’avanzare prepotente delle grandi industrie, ma ne rimane un prezioso ricordo nel settecentesco edificio “do papé” ovvero la cartiera Piccardo (1726), in località Acquasanta, in cui è stato allestito il museo “Centro di testimonianza ed esposizione dell’arte cartaria della valle del Leira e del Cerusa” e  in cui  sono esposti i vecchi macchinari necessari per la stesura dei fogli, per la loro grammatura, per il taglio, nonché alcune preziose filigrane ed una macina in pietra per ridurre i cenci in poltiglia.

 

VILLA DUCHESSA DI GALLIERA

Villa Duchessa di Galliera, Genova VoltriA mezzacosta, circondato da 32 ettari di lussureggiante vegetazione che l’avvolge come una cornice, un angolo del passato si erge maestoso, lontano dal caotico traffico moderno: Villa Duchessa di Galliera. Un edificio che, per un attimo, riporta il visitatore nel lontano seicento, tra indaffarati artisti e sontuosi sfarzi. Una dimora che in origine era un castelletto ghibellino dei nobili Spinola, poi, trasformato in abitazione, “il Paraxo”, come viene citata nella compravendita (1675) tra il proprietario, Nicolò Mandillo, e i nobili Brignole-Sale, “villa vineativa, arborativa e in parte boschiva”, pagata 22.150 lire.

Una residenza nobiliare che, però ,viene ricordata con il nome dell’ultima proprietaria, la Duchessa Galliera, che si adoperò per portarla al massimo splendore, intorno al 1876, sotto la direzione dell’architetto Luigi Rovelli[1].

SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELLE GRAZIE

Questa pieve sul colle di san Nicolò, a cui deve il primigenio nome, pare avere origini antichissime. Sembrerebbe, infatti, risalente al 67 d.C, forse col nome di Santa Croce, e sarebbe, se così fosse, l’edificio religioso più vetusto del ponente genovese. Un’iscrizione del 1676 in cui si legge “Haec ecclesia consecrata fuit anno 345 in honore sancti Nicolai Episcpi die 25 Julii”, parrebbe spostarne, però, la datazione a quell’anno, anche se l’unico riferimento inequivocabile sulla sua esistenza è un documento del 1205 in cui si cita un religioso, tal “Rubaldo”, quale prete della Chiesa di San Nicolò di Voltri, una piccola parrocchia con annesso un ospitale, luogo di pellegrinaggio e di ricovero per gli infermi.

Dal  23 settembre 1568, la chiesa venne affidata ai frati Cappuccini che posero in opera la costruzione dell’annesso edificio conventuale. Dopo alterne vicende in cui l’eremo conobbe momenti di degrado, fu acquistato, nel 1864, dalla duchessa  Brignole Sale che ne curò la ristrutturazione, salvandolo dalle rovine del tempo e facendone, contestualmente, il Pantheon della famiglia che, ancor oggi, conserva le ceneri dell’antica protettrice.

 

Adriana Morando
[foto di Diego Arbore]


[1]  Due monumentali scale conducono all’edificio, in stile neoclassico, che è posizionato ai piedi del Colle di Castellara e la cui facciata si apre su un vasto terrazzamento. In origine, si accedeva alla proprietà attraverso una strada alberata denominata “viale delle catene” perché chiusa da un pesante sbarramento che veniva abbassato solo per il transito dei proprietari e degli ospiti. Attraverso questa via si giungeva al corpo primigenio della villa che, corrisponde, oggi, a quello centrale, su cui campeggia ancora lo scudo nobiliare degli antichi proprietari. Le ali laterali dell’edificio sono state aggiunte successivamente; in particolare, quella ad occidente, si estende  su un’area appartenuta alla nobile Anna Schiaffino Giustiniani che, si narra, in uno dei viali, avesse fatto costruire una cappellina votiva in ricordo della sua storia amorosa col Conte Camillo Benso di Cavour. L’ingresso all’edificio vero e proprio, contrariamente ai canoni abituali, non è posto centralmente ma sotto un porticato nell’ala orientale e dà adito alle vaste sale interne, famose per i preziosi affreschi  e le ricche decorazioni rococò (quasi tutti perdute), di cui restano testimonianze al pianterreno nella famosa Sala delle Conchiglie, decorata dal voltrese Giuseppe Canepa, e, al primo piano, nel teatrino, fatto realizzare da Anna Pieri, moglie di Anton Giulio III Brignole Sale, nel 1786. Ma il vero gioiello è il parco all’inglese, sviluppato secondo tre temi: il giardino all’italiana, il bosco romantico e le radure.

 

Genova Sestri Ponente, la storia e i primi insediamenti

Al riparo dai gelidi soffi della tramontana, antichi liguri posero, in quello che è oggi il quartiere di Genova Sestri Ponente, un primo insediamento. Il litorale doveva ancora affiorare dagli abissi pelagici, attraverso fenomeni di bradisismo già presenti intorno all’anno mille, e le acque marine, risalendo l’attuale torrente di Chiaravagna, dovevano ancora  raggiungere i declivi di Priano, nelle colline retrostanti, dove tra i borghi di Virgo Potens e di Pian del Forno, formavano un piccolo golfo chiamato Golfo di San Lorenzo.

La certezza della topografia del luogo è testimoniata dal ritrovamento di ancore e di anelli in ferro per l’ormeggio dei natanti oltre a carte nautiche che attestano la presenza, in questa zona, di un porticciolo ed ancora da un’antica citazione presente nella “Naturalis Historia”  dello storico latino Plinio il vecchio (I sec. d. C.). Sappiamo inoltre che, nel 1100, la protezione dell’insenatura era affidata a due fortilizzi, quello di Castiglione o “Castellione”, nei pressi dell’attuale chiesa di S. Nicola, e quello di S. Martino dove oggi si trova il Convento dei Cappuccini.

Nel XVII secolo, il mare, pur arretrando, giungeva fino all’attuale centro storico e lambiva  la Basilica di Nostra Signora Assunta che si ergeva a pochi passi dalla spiaggia con l’entrata rivolta a nord per evitare l’ingresso dei marosi in caso di tempesta.

Il primo nucleo, dunque, nato agli albori della storia, come testimonierebbe il ritrovamento dell’antico Castellaro, collocabile nell’Età del ferro, era dedito essenzialmente all’agricoltura  ma furono soprattutto le attività marinare che ne permisero un rapido sviluppo tanto che questo piccolo insediamento era già noto ai tempi dei Romani, intorno al II secolo a.C.

È proprio alla lingua latina che si dovrebbe il toponimo del luogo ubicato “nella fiorita gemina riviera di Genova… tra le falde e i lavacri  di Apennino”, ad Sextum lapis ab Urbe Janue, ovvero dove era posta la sesta pietra miliare dalla città di Genova, sulla strada romana Via Æmilia Scauri, che collegava Luni a Vada Sabatia (Vado Ligure).

Gli scambi commerciali con la Francia, la Spagna e l’Africa favorirono lo sviluppo “dell’industria” che fece di Sextum (poi tramutatosi in Sesto e, dal 1640, in Sestri) uno dei più importanti centri per la produzione di calce, ottenuta dalla locale pietra dolomia, di mattoni, di alabastro, di rame, di amianto. Da ciò, dunque, ne derivò la necessità precipua di difendere la costa dalle incursioni barbaresche attratte da facili bottini: il borgo si munì di turriti edifici di avvistamento e di baluardi difensivi come il succitato Castellione che si ergeva su uno sperone di roccia, aggettante sul mare, in una località ad est di Calcinara nota coma la “Fossa”.

Nel contempo, la diffusione del Cristianesimo aveva portato alla nascita di piccoli eremi che si erano trasformati, ben presto, in santuari, in conventi, in luoghi di ospitalità per pellegrini, in ospedali ed intorno ai quali si erano addensate le abitazioni del centro urbano che si stava delineando come attesta un dipinto, datato 1238, in cui è raffigurata una antica palazzata che si snodava, verosimilmente, lungo l’attuale via Paglia. L’edificio religioso divenne, dunque, il fulcro del potere economico e politico come si può facilmente evincere dal fatto che la parrocchia di San Giovanni Battista  era stata preposta a sede ufficiale per incontri di autorità pubbliche, per la stipulazione di atti, per la risoluzioni di controversie e, sotto le volte del porticato, si comminava la giustizia. Furono, però, tempi turbolenti in cui i diversi interessi politici ed economici contrapposero, in una guerra fratricida, i Guelfi ai Ghibellini e neppure “Sextum” ne venne escluso come ricorda un tragico scontro avvenuto il 4 febbraio 1309 proprio sulla spiaggia antistante il borgo.

LO SVILUPPO DI SEXTUM

Lasciato alle spalle il tenebroso medioevo, Sestri continuò nel suo cammino di crescita sviluppandosi su due direttive: quella lungo la costa e quella più a monte intorno al nucleo primitivo, diventando il centro più importante e popoloso tra i suoi convicini Prà, Pegli e Voltri come si riporta negli Annali (1537) del vescovo di Nebbio, Agostino Giustiniani: “Si appresenta Sesto, che sono due borghi, e fanno ottocento fuochi e qui in cerco sono miniere di calcina, in abbondanza ed in perfezione, quanto abbia qualunque altra regione in Italia”, dove per fuochi si intendono i nuclei famigliari.

Il dato è confermato da una documentazione successiva in cui si accerta che, il 22 maggio 1582, la popolazione constava di 4012 residenti, corrispondenti a 816 fuochi. Alla  fine  del ‘500, il territorio era costituito dalle rettorie di Lardara, Castiglione, Surriva e Gazzo, dipendenti dalla potente plebania di Voltri da cui fu affrancato il 1° maggio 1609 con la costituzione di una Capitaneria Sestrese a capo della quale fu messo il patrizio Andrea Spinola, di cui, tra l’altro, si ricorda la costruzione di una prigione nei pressi di palazzo Micone, edificio tutt’ora esistente.

E’ questo il secolo della “colonizzazione” dei nobili genovesi che scelgono il borgo marinaro per le loro lussuose dimore che lo renderanno un luogo ambito di villeggiatura fino all’Ottocento quando, con la costruzione del primo cantiere navale, nel 1815, prenderà l’avvio un processo di industrializzazione che inciderà profondamente sul suo habitat urbanistico ma nel contempo la renderà nota nel mondo per la costruzione di  gloriose navi come il transatlantico Rex, l’Andrea Doria, la Michelangelo, la Raffaello nonché le moderne navi da Crociera Costa. Ciò che non è cambiato è il fiero spirito dei “sestrini”  che, come nel passato,  quando amavano definirsi “amici e non servi di Genova”, oggi, pur conglobati nella realtà metropolitana, mantengono inalterato il loro spirito indipendente che traspare quando, per spostarsi  verso il centro della nostra città, continuano a dire “andiamo a Genova”, rivendicando, in tal modo, la loro differente identità storica.

GENOVA SESTRI PONENTE: CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Io Girolamo Rossi prevosto ho più volte udito l’ora fu Sac. Agostino Cevasco, per molti anni stato cappellano ed economo di questa parrocchiale, che da in memorie da esso vedute, questa chiesa è stata principiata a fabbricarsi l’anno 680, e dopo dieci anni terminata, cioè nel 690, con la spesa di 3000 scudi”. Questo ricordo storico di un parroco del 1700 parrebbe fissare la nascita dell’edificio religioso nel VII secolo anche se il primo documento che ne certifica sicuramente l’esistenza è una bolla del papa Adriano IV (1158), atto in cui la chiesa viene riconfermata  nella sua funzione di parrocchia, titolo che le era stato conferito nel 1132. Nulla si sa, dunque, di questa primigenia costruzione se non che sarebbe stata voluta da due nobili fratelli francesi provenienti dal castello Costiz, per mantenere una promessa votiva, probabilmente non più di una piccola pieve rurale che fu necessario ampliare e ricostruire nel 1161 come certifica il seguente atto di compravendita: addì 28 giugno, “I consoli di Sestri Corrado di Prato e Tomaso, per consenso ed autorità de’ comparrocchiani e de’ vicini loro, confessando che prete Alessio ha dato loro L. 5 e mezza quale  prezzo, che egli avea avuto da Martino Detta per l’agro di terra, che è in Sexto, nel luogo detto Valerio e, confessando che per ampliamento della chiesa di S. Giovanni…

Facendo un salto temporale e giungendo al XVII, sappiamo che l’edificio  religioso andò incontro ad un nuovo restauro che modificò ampiamente la chiesa il cui impianto strutturale passò da una a tre navate[1].

 

IL MONTE GAZZO, TERRA DI LUPI E ORSI

Il cono sommitale del monte Gazzo, ricoperto da antichi lecceti, da sempre si erge alle spalle di Sestri, quando ancora il mare accarezzava le garitte del fortilizio di S. Martino e le sue acque giungevano a lambire i piedi delle colline. Alto 419 metri, ha rappresentato non solo un baluardo contro i gelidi venti di tramontana, ma un’autentica risorsa grazie alla sua natura calcarea che forniva l’elemento base per la produzione della calce. Toponimi come Pian del Forno, dove vi era un’antica fornace, o  rio  Bianchetta, dove si sversavano gli scarti, devono il loro nome proprio ad attività legate a questa lavorazione che, pare, fosse praticata nel territorio sestrese fin dal 1143 [2]. Estratto da piccole cave il pietrisco veniva posto in camere di combustione, alimentate da legna raccolta nei boschi circostanti, in cui, seguendo un lungo procedimento che durava più giorni e grazie alle elevate temperature, si otteneva un composto che, a contatto con l’acqua, si trasformava in una fine polvere bianca.

Sulla sommità di questo monte si erge un piccolo santuario dalle linee architettoniche essenziali, sulla cui sommità del tetto è posta una maestosa statua della Madonna, alta 5 metri, opera (1873) dello scultore savonese Antonio Brilla. Sappiamo che, ancora nel 1645, però, qui non vi era alcun edificio, solo una grande croce in legno, di cui si sono perse le tracce, voluta dal parroco di San Giovanni Battista per porre Sestri sotto la protezione divina.

Durante la pestilenza del 1656-57, molti abitanti del borgo si salvarono dal contagio rifugiandosi nelle grotte presenti sul monte e, per ringraziamento, nel 1660 il Senato approvò la costruzione di una piccola Cappella. Quaranta anni dopo, incominciò la  vera vita spirituale del santuario con la celebrazione della prima messa ma, solo nella ricorrenza del centenario (1757), l’originale modesta struttura andò incontro a lavori di ampliamento cui seguirono quelli del 1854 che aggiunsero alla chiesa due navate, il coro, i due altari laterali oltre al rifacimento dell’altare maggiore.

Se la pace dell’eremo induce a momenti di intensa riflessione spirituale, l’attiguo Museo Speleologico mostra oggi, tra le tante curiosità, anche una tigre con i denti a sciabola… Non bisogna stupirsi, perché nella preistoria, il clima particolarmente caldo, permetteva la presenza di feroci felini per non parlare di lupi ed orsi che, ancora  nel XIX secolo, infestavano questi luoghi. La convivenza con gli abitanti non era davvero pacifica se la Regia Segreteria di Finanze, il 30 Settembre 1819, ne promuoveva l’abbattimento con delle vere e proprie taglie: “Per una Lupa pregnante lire cento. Idem non pregnante lire settantacinque. Per un Lupo adulto lire cinquanta. Per un Lupicino lire dodeci e centesimi cinquanta. Per gli Orsi i premi istessi fissati per i Lupi ordinarii. Per un Lupo cerviaro qualonque ne sia l’età ed il sesso lire cento.

LE VILLE

Su un tratto dell’antica strada romana (oggi via d’Andrade – via Vado) che percorreva la costa stretta tra l’azzurro del mare e le ultime propaggini delle colline, sorsero, in sequenza, tra il sei-settecento, quattro sontuose dimore nobiliari. Tra queste la più imponente, Villa Maria De Mari, di cui rimangono i disegni del Gauthier, è un rimaneggiamento, di un impianto seicentesco, voluto dai nobili De Mari quando la rilevarono dai precedenti proprietari nel 1700. Ceduta, nuovamente, agli Spinola nel 1771, poi ai banchieri Rossi, nel 1886, ed infine, nel 1939, ai Rollino, ha perduto oggi quasi completamente la grande area verde nella quale era incastonata. Esuberante di richiami barocchi, l’edificio si compone di due ali arretrate e da due padiglioni centrali da cui dipartono due scalee monumentali che, anticamente, davano adito ad un vasto  giardino all’italiana che giungeva fino alla spiaggia privata, ricco di aiole, fontane ed alberi da frutta. L’ingresso principale, posto lateralmente, era  il naturale trait d’union tra la parte interna, ridondante di marmi ed affreschi, con l’area esterna che, salendo verso la collina di Sant’Alberto, raggiungeva un piccolo laghetto. Qui nel cuore del parco-bosco, che occupava la parte retrostante la villa, dipartiva un caratteristico percorso formato da un camminamento a “grotta”, ormai scomparso, che riportava nuovamente all’edificio.

Consorella minore di questa antica dimora è la vicinissima Villa Spinola Pallavicino, la più giovane della quattro, essendo stata costruita nel 1700. Oggi di proprietà privata, ha perso il suo esteso parco che la cingeva a monte ma ha conservato il suo splendido giardino che, anticamente, aggettava direttamente sul mare.

Il rio Molinassi che deve il suo nome ai tanti mulini che “abitavano” le sue sponde, scendendo dal monte Contessa, divide questa nobiliare dimora da quella successiva: villa Durazzo Parodi. La struttura originale della seconda metà del ‘600 venne donata (1735) dal suo padrone, Stefano Spinola marchese di Francavilla, ai padri Gesuiti. Questi provvidero ad una drastica rivisitazione degli spazi, per adattare l’edificio al nuovo scopo, consegnando alla storia un un corpo centrale lungo e basso, ad uso rappresentanza, da cui si dipartono due strutture laterali più alte destinate alle celle. L’atrio, maestoso, si continua in un rincorrersi di colonne, fino alla cappella e al giardino che ospita, su una stele, il busto di un eroico bersagliere, il capitano Civardi, opera (1916) dello scultore sestrese Luigi Venzano.  Dopo una serie di vicende, tra cui anche l’utilizzo come ospedale durante l’assedio di Genova del 1800 e un avvicendarsi di nuovi padroni, l’edificio, oggi, è sede di una scuola  materna.

Superato l’ex-convento di San Francesco, troviamo la più nota tra le dimore nobiliari sestresi, Villa Rossi Martini, voluta dai discendenti di “Bonvassallus de Lumello” (Lomellini), nel XVII secolo, e adorna di un magnifico parco di 40.000 mq, oggi aperto al pubblico. Quattro piani seicenteschi ricchi di reminiscenze storiche come quella di essere stato la sede del quartier generale austriaco dove operava il famigerato colonnello Radetzky, nel 1800, durante l’assedio di Genova, o traboccanti di memorie legate a personaggi illustri come quando, nel 1893, diede ospitalità alla moglie ammalata dell’imperatore Francesco Giuseppe ovvero  la “Principessa Sissi”, o ricordati per fatti eclatanti, basti pensare che, nel 1885, la marchesa Ginevra Grimaldi Spinola perse la villa in una sola notte al tavolo da gioco. Acquistata al pubblico incanto dal cavalier del regno d’Italia Antonio Rossi, padre del Senatore Conte Gerolamo Rossi Martini, la nobile famiglia vi abitò fino al 1931, anno in cui fu ceduta al Comune dal conte Alberto Rossi,  con l’esborso, da parte del Podestà, di due milioni di lire (deliberazione del 10/2/1931). Adibita a scuola elementare fino al 2000, il suo parco, che denuncia i segni di un lento degrado, è aperto al pubblico.

 

Adriana Morando


[1] I lavori si erano resi necessari poiché ben due fulmini si erano abbattuti sullo stabile determinando il primo, nel 1606, il crollo del campanile gotico del X secolo, il cedimento del tetto del coro e quello della sacrestia ed il secondo, nel 1608, che incise rovinosamente sulle volte dell’altare maggiore. Nata, pare, su progetto dell’architetto Andrea Ceresola detto il Vannone, l’attuale chiesa  presenta una facciata dalle linee architettoniche e decorative di gusto barocco, che aggetta su un ampio sagrato la cui parte centrale è impreziosita dal gioco dei colori di un acciottolato a figure geometriche. All’interno, in un susseguirsi di stucchi e marmi, che ricoprono per intero  le pareti fino a raggiungere le volte a botte, tante opere artistiche di scuola genovese del XVII e XVIII secolo oltre ad un’ immagine della Madonna, risalente al 1542,  cui è legato un evento miracoloso. Si narra, infatti, che in prossimità del porto di Sestri, la nave su cui era trasportato il quadro fu investita da una terribile tempesta. Dalla spiaggia assisteva impotente la Confraternita a cui l’immagine era destinata che invocò con accorate preghiere l’intervento divino  al fine scongiurare l’imminente naufragio. L’approdo felicemente riuscito fu, dunque, salutato come un miracolo  e il ricordo tramandato fino ai giorni nostri.

[2] L’arte di cuocere la ghiaia calcarea, del resto, era nota fin dai tempi di Plinio che scrive “calcarea forna in qua calx coquitur” (forni calcarei nei quali è cotta la calce) e lo stesso Vitruvio, nella sua opera De Architectura, ne descrive la produzione a partire da “pietre bianche cotte in appositi forni dove perdono peso” (perdita dell’anidride carbonica). La presenza di questa attività sul territorio è comprovata da documenti come l’atto, datato 17 gennaio 1265, in una spartizione di beni tra fratelli, in cui si legge “le calcinare che hanno in Sexto, in monte Gazii” o come la promessa di vendita in cui “Lanfranco de Vivo da Sestri promette a Giovanni Cintraco che per il primo d’aprile gli porterà in Rapallo presso la sua casa, posta al Pozzo, 15 moggia di calce di Sestri per il prezzo di soldi 18 al moggio” ed ancora “al luogo detto Panigaro e alle falde del monte Gazzo, vi sono le calcinaie di Giò Orazio Leveratto, dove si fa la migliore calcina di questi contorni di Genova” citato, nel 1827, da tal Carlo Tagliavacche.

 

La collina di Albaro: San Francesco e San Fruttuoso

San Fruttuoso e San Francesco di Albaro, oggi quartieri residenziali denominati semplicemente Albaro e San Fruttuoso, sono rimasti comuni autonomi sino al 1874 quando rientrarono nella prima fase di annessione a Genova dei comuni limitrofi ad opera del nuovo potere Sabaudo (la seconda avvenne nel 1926 voluta dal regime e portò all’istituzione della “Grande Genova“).

S.FRUTTUOSO D’ALBARO

L’esistenza di un nucleo abitativo in questa zona è testimoniato dalla presenza fin dal 1130 della chiesa e del convento omonimi, ormai perduti (fino al Cinquecento il luogo è detto Terralba, toponimo che oggi ne indica invece una porzione minore), ed è un “paese di via”, il motivo del suo sviluppo cioè è legato strettamente alla presenza di una trafficata via di comunicazione che porta da Genova a Luni e che comprende il medievale Ponte di S.Agata, che attraversa il Bisagno con le sue ventotto arcate sempre presenti nelle tante vedute d’epoca. Il ponte è il più antico tra quelli costruiti sul torrente e compare già in documenti del XII secolo. Anche in questo caso il nome è dovuto alla presenza di una omonima chiesa con relativo monastero. Danneggiato dalle piene e rimaneggiato più volte nel corso del tempo, il ponte perde progressivamente importanza, le arcate vengono ridotte di numero coi lavori urbanistici ottocenteschi, per finire ad essere sei; l’alluvione del 1970 ha abbattuto parte del ponte che da allora è rimasto monco e definitivamente inagibile, ma ancora visibile, parzialmente ricoperto di vegetazione, con le sue tre arcate superstiti accanto al suo sostituto moderno, ponte Castelfidardo. Legata al nome della santa è anche la celebre Fiera di S.Agata le cui prime testimonianze risalgono addirittura al Medioevo: già allora qui si riunivano mercanti di ogni tipo nella giornata del 5 febbraio.

Il borgo diviene comune autonomo nel 1818 e rimane tale fino al 1874, anno dell’annessione a Genova e trasformazione in semplice quartiere. La selvaggia urbanizzazione del dopoguerra ne ha alterato per sempre l’aspetto originario, di cui rimane antica testimonianza nella sopravvissuta Chiesa di S.Agata, edificio di impianto medievale di cui si hanno testimonianze a partire dal 1191, e nel cui convento sono sopravvissute, inglobate nelle mura, due delle arcate dell’antico ponte; a Terralba sono presenti inoltre antiche dimore di villeggiatura della nobiltà genovese: Villa Imperiale Cattaneo, sede di biblioteca, e Villa Migone, sede della storica firma dell’atto di resa dei tedeschi alle brigate partigiane nel 1945. Non distante si trova la piazza principale di Terralba, intitolata al marchese Martinez, che insieme ad altri benefattori fondò l’opera pia che porta il suo nome, per l’aiuto a persone precipitate nell’indigenza. Tangente la piazza, dove oggi si trova la Chiesa del Corpus Domini (il cui edificio originario del VII secolo non esiste più), passava un tempo la via che dalla Porta di S.Vincenzo immetteva nel tracciato antico dell’Aurelia.

Sopra S.Fruttuoso, oggi facenti parte del quartiere ma un tempo borghi a sé stanti in zona collinare, sono il Monte e Camaldoli. Il primo, dove anticamente doveva sorgere probabilmente un posto di guardia in virtù della posizione favorevolissima aperta su tutta la vallata, si trova lungo la via di cresta del rilievo, deve il suo nome all’ovvia conformazione orografica e ospita l’antico monastero di Nostra Signora del Monte la cui origine risale anche in questo caso al XII secolo. Il secondo si trova sul colle di S.Tecla ed è legato al monastero dei Camaldolesi che qui si stabiliscono nel ‘600.

 

SAN FRANCESCO D’ALBARO

Oggi quartiere residenziale  non distante dal centro cittadino, un tempo la collina di San Francesco d’Albaro era luogo di villeggiatura delle nobili famiglie genovesi. Le sue romantiche creuze chiamate “strade della solitudine” sono state cantate e percorse da personalità artistiche del calibro di Byron, Dickens, Nietzsche, Corazzini, Gozzano, De Andrè e Firpo.

Ville e “ospiti illustri”

Lord Byron con una vecchia carrozza a quattro cavalli, proveniente da Sestri Levante, giunse ad Albaro, verso la fine di settembre del 1822. Prese in affitto Casa Saluzzo, mentre la vedova di Shelley, il poeta scomparso in mare a Lerici, e suo grande amico, (che lo accompagnava) prese una stanza nella vicina Casa Negrotto. Lì, alla confluenza con via Pozzo sorge villa Bombrini, dove soggiornava la famiglia De Andrè nei mesi estivi e dove Fabrizio compose le prime canzoni. Percorrendo verso il mare l’antica creuza San Nazaro, incontriamo, tra le altre, villa Bagnarello conosciuta come la “prigione rossa” dove soggiornò Charles Dickens che poco dopo raccontò… “Genova è tutta un contrasto; è la città più sporca e più pittoresca, più volgare e magnifica, repulsiva e più deliziosa che esista [...] Fui deposto in un piazzale d’aspetto triste, ingombro di erbacce, il quale apparteneva ad una casa rosa, che pareva una prigione, e mi fu detto che io abitavo lì.

Le antiche strade

Le tre strade che solcavano il territorio erano quelle di San Martino, San Nazaro e Albaro. Via Albaro era l’arteria principale del vecchio comune di S.Francesco, da lì partivano le creuze che scendevano a mare. Ancora oggi ricche di fascino se percorse a piedi, queste antichissime strade erano dominate da ville e palazzi splendidi, immersi nel verde, fra orti e giardini. San Nazaro è la creuza più antica (se ne parla in un manoscritto del 1345), scendeva sino alla zona dove ancora oggi sorge l’Abbazia di San Giuliano costruita nel 1282. In fondo a San Nazaro si nasconde fra le fronde la leggendaria “Torre dell’Amore”, affacciata su corso Italia. Una delle primissime costruzioni di Albaro, oggi appena visibile fra le fronde, era utilizzata come guardia a difesa degli attacchi dal mare dei Saraceni. Intorno alla Torre venne costruita nel medioevo l’antica chiesa dei santi Nazario e Celso, demolita in occasione della costruzione di Corso Italia. Questa zona di Albaro, fino ai primi anni del secolo scorso, era famosa in tutta la città per “La Marinetta”, un ristorante-albergo situato in fondo all’attuale via Quarnaro dove il poeta Guido Gozzano si ritrovava con gli amici genovesi. Era conosciuta come “l’ostaia dei poeti”.

Un’altra delle crueze d’Albaro è via Parini che al tempo delle ville portava fino al mare passando nei pressi di San Giuliano ed era un centro di vita mondana. Ma Albaro non era solo luogo di lusso e agiatezza, uno spettacolo differente si poteva ammirare nella piana dell’abbeveratoio, poco lontano dall’attuale piazza Tommaseo. I muli e i contadini, che ogni giorno portavano dagli orti di Albaro frutta e verdura sui banchi della Foce e lungo il Bisagno, sostavano sulla piana e placavano la sete prima di avventurarsi lungo le strette strade. Scritti del VI secolo raccontano di “rozzi canti” che nelle ore più calde animavano la piana.

Ma nell’Albaro di oggi, il luogo che più di ogni altro rivela il contrasto fra presente e passato, è l’area compresa fra la chiesa di San Francesco e quella di Santa Maria del Prato in piazza Leopardi. Sin dal XVII secolo il grande prato che ha dato il nome alla chiesa e che copriva l’intero slargo, era scenario di folcloristiche partite di pallone che attiravano ai bordi del prato tutta la gente del comune, come accade oggi per le partite di calcio.

Le due chiese, costrette nel nuovo assetto urbano, restituiscono alla piazza l’eco di quel lontano passato. Vicino alla chiesa di San Francesco esisteva un piccolo teatro (chiamato appunto “San Francesco”), epicentro della vita culturale albarina sino al 1797, anni in cui venne dato alle fiamme dai patrioti della Guardia Nazionale del generale francese Duphot al quale era stata affidata la difesa di Genova in seguito alla sommossa che i contadini di Albaro tentarono il 4 settembre dello stesso anno contro la Repubblica Democratica Ligure filofrancese. Ricostruito nel 1810, venne chiuso definitivamente nel 1890.

Claudia Baghino e Gabriele Serpe

Genova Quarto, la via romana e i Mille di Garibaldi

Il quartiere di Genova Quarto, comune autonomo fino al 1926, fu compreso nelle annessioni che portarono alla creazione della Grande Genova voluta dal regime. Anticamente denominato Quarto al Mare, il centro cambiò nome in Quarto dei Mille dopo la Spedizione dei Mille del 1860, in ricordo dell’impresa. A celebrazione di questa è il monumento realizzato dallo scultore Eugenio Baroni e inaugurato da Gabriele D’Annunzio nel 1915 sullo scoglio di Quarto; la posizione del monumento fu scelta in base alle caratteristiche ideali di spazio e imponenza della propaggine di roccia su cui si erge, ma il vero scoglio di Quarto, da cui i volontari partirono nella notte del 5 maggio al seguito di Garibaldi, si trova a breve distanza ed è molto più modesto e meno visibile. Una scaletta scende dal piano stradale fino allo scoglio, dove una lapide commemorativa segnala il punto esatto della partenza. Nella stessa toponomastica circostante si riscontrano nomi che ricordano lo storico evento (via dei Mille, via 5 Maggio). Nei dintorni (via Sartorio) si trova anche Villa Spinola, in cui Garibaldi soggiornò prima della partenza. ​

Oggi il quartiere ha caratteristiche residenziali, ma fino a tutto l’Ottocento Quarto – come d’altronde Sturla e Quinto – conservava per lo più l’aspetto antico: ville con parco, piccoli borghi, chiese, vaste zone coltivate ad orto. L’urbanizzazione, specie quella del secondo dopoguerra, ha fuso i singoli insediamenti in un tessuto costruito senza soluzione di continuità. La parte collinare del quartiere, a nord di Corso Europa e anticamente disabitata, è stata completamente alterata dalla speculazione edilizia che ha realizzato gli insediamenti oggi denominati Quarto Alto. Tra le altre cose Quarto ospitava l’imponente struttura dell’ospedale psichiatrico cittadino, oggi ormai ex e in via di riconversione.​​

È possibile riconoscere testimonianze antiche nei singoli edifici o nelle vie che hanno mantenuto nel nome tracce del passato. Tra le frazioni antiche ci sono Pontevecchio, Castagna e Priaruggia.

 

PONTEVECCHIO

Il toponimo si riferisce al ponte antico che attraversa lo Sturla, al confine tra S.Martino e Quarto, ed è oggi conservato nella via omonima, nei pressi della quale si vedono ancora edifici piccoli e stretti appartenenti all’antico borgo, così come nella vicina via delle Casette: questa rimanda alla presenza delle Casette di Sanità, sorta di punto di controllo sanitario non distante da Piazza S.Rocco (oggi nel cuore di Borgoratti) antico crocevia. Il borgo si estendeva fino a via Romana di Quarto, dove ancora sorge l’Ospitale di S.Giacomo: un edificio ormai inglobato da costruzioni successive, in cui però si riconoscono gli elementi originari, dalla medievale bifora a sesto acuto all’affresco di S.Giacomo in facciata. Luogo di sosta per i viaggiatori, dipendeva dalla chiesa parrocchiale di S.G.Battista ed era dotato di cappella cui fu poi aggiunto un campanile; smessa la sua funzione a fine ‘700, i locali furono adibiti ad abitazione mentre la cappella ospitò nella seconda metà dell’Ottocento un pastificio.

QUARTO CASTAGNA E PRIARUGGIA

Entrambi i borghi si trovavano nei pressi dell’antica via di passaggio verso levante.​ Il toponimo “castagna” è ripreso nell’intitolazione della via detta Romana della Castagna: è legato alla famiglia Castagna, che nel XII secolo aveva qui vasti possedimenti, ma può essere che la famiglia aggiungesse al proprio cognome il nome del luogo dove viveva, come spesso accadeva, e quindi che il nome del luogo fosse già Castagna prima dell’insediamento di tale famiglia; Priaruggia invece significa “pietra dove scorre acqua”. Questi sono anche i nomi dei torrenti che scorrono in zona, scendendo – quasi paralleli tra loro – dalle pendici del monte Fasce fino al mare, attraversando l’antica strada “romana” intorno a cui si concentravano le case e creando due strette vallette. Mentre a nord della strada è molto difficile ricostruire il tracciato delle antiche mulattiere, spazzate via dall’urbanizzazione, a sud sono rimasti gruppi di case e questo rende le cose più semplici. Priaruggia nacque come scalo in un’ansa di mare protetta da due propaggini di costa, dove l’approdo quindi era sicuro, e divenne borgo di pescatori (ancora oggi vi sono circoli sportivi legati alle attività marinare). La via che ne porta il nome è costeggiata nel tratto più alto da vecchi muretti di pietra delimitanti le proprietà nobiliari (Villa Quartara). Il naturale accesso alla riva è invece stato interrotto dal passaggio della strada a mare.

VIA ROMANA DI QUARTO, L’ANTICA VIABILITÀ

La viabilità del levante nei secoli passati risultava concentrata sulla Via Romana; bisogna aspettare il periodo napoleonico per vedere un piano stradale che potenzi la comunicazione centro-levante: la via costiera infatti venne realizzata in quel contesto. Per ultima si è aggiunta, negli anni sessanta, la Pedemontana, meglio conosciuta come Corso Europa, grossa arteria moderna che oggi sostiene tutto il traffico che dal centro si muove verso Nervi e viceversa. Il progressivo miglioramento delle vie di comunicazione è andato di pari passo con l’urbanizzazione del levante, che ha conosciuto un’impennata a partire dagli anni cinquanta, come d’altra parte è successo per molti altri quartieri (le palazzate moderne hanno stravolto l’equilibrio originario del luogo: gli orti sono spariti, parte dei parchi delle ville patrizie è stata mutilata dagli interventi urbanistici).

Il tratto di strada antica che dalla città volgeva a levante passava non lungo la costa ma più all’interno (l’integrità della strada è andata persa con l’apertura di Corso Europa che la taglia più volte), e nella zona di Quarto se ne riscontra oggi una parte nel tracciato corrispondente a via Romana di Quarto e via Romana della Castagna (il percorso procede poi nel quartiere successivo prendendo il nome di via Antica Romana di Quinto). Sebbene l’interpretazione più comune degli studiosi sia che il tracciato della Via Aurelia romana attraversasse tutta Liguria, compresa Genova, giungendo in Francia fino ad Arles, studi più recenti affermano, sulla base di diverse osservazioni (mancanza di ritrovamenti di tratti viari e reperti, errori nelle traduzioni dall’antico, mancanza di documenti scritti d’epoca romana quando per la Aemilia Scauri e la Julia Augusta, rispettivamente nella riviera di ponente e in quella di levante, tali testimonianze abbondano), che nel tratto tra Luni e Vado non esistesse una direttrice di fattura romana, venendo invece preferita la via del mare, e che le strade presenti fossero di origine locale, aperte per necessità da chi vi abitava, con la larghezza tipica delle mulattiere e non delle ampie strade romane adatte al passaggio di un esercito quali erano le strade militari consolari. Secondo tale interpretazione, la denominazione “romana” che individua tratti di antiche vie indica semplicemente la direzione della strada (orientata verso Roma), oppure risale al Medioevo, quando tale aggettivo significava “romanico”. Altra motivazione addotta da questa lettura riguarda il toponimo di Quarto: se l’Aurelia avesse raggiunto Genova la numerazione delle miglia sarebbe dovuta partire da Roma e non viceversa, e Quarto (stesso vale per Quinto) non si trova ad quartum milium dalla capitale, bensì da Genova.

Via Romana di Quarto ha conservato tracce della sua antichità in tratti di muri che la percorrono, antichi recinti di cinquecentesche ville aristocratiche, e in peculiari elementi architettonici che ancora spuntano nei paramenti murari degli edifici più vecchi, affiancati dall’edilizia moderna. Sulla via si incontrano la cinquecentesca Villa De Albertis, Villa Marana, Villa Carrara con l’ampio parco; la chiesa di S.G.Battista, attestata nei documenti dal 1148, e il già citato Ospitale di S.Giacomo. ​

Via Romana della Castagna denuncia ancora più chiaramente la sua lontana origine: più stretta della via precedente, è una vera e propria creuza, che per un lungo tratto mantiene ancora il selciato centrale in mattoni rossi ed è percorsa su entrambi i lati da vecchi muri di pietra, un tempo a secco, sui quali si aprono costruzioni in pietra altrettanto antiche. Sulla via insistono edifici storici di primaria importanza come Villa Doria Spinola, la Chiesa di S.Maria della Castagna, di cui si hanno notizie fin dall’XI secolo, l’Oratorio di S.Rocco, il parco di Villa Spinola Quartara, esteso fino al mare.​

 

Claudia Baghino

Genova Prà, la storia e gli antichi casali

Fino agli anni 50-70 del Novecento, prima dell’avvento del terminal-container, passare le domeniche  tra i numerosi stabilimenti balneari che si affacciavano sulle spiagge praesi era una consuetudine imperdibile non solo per i genovesi ma anche per i bagnanti provenienti dalla Lombardia e dal basso Piemonte, richiamati dal clima mite e salubre. Infatti, grazie ad una particolarissima conformazione oro-geografica, i venti freddi di tramontana, scendendo dal Monte Penello, subiscono una compressione adiabatica che li rende meno umidi e più tiepidi. Sarà per questo che ivi sorse l’antico insediamento preromano di Prata Veiturionum (per contrazione Prà) o prati dei Veiturii, arcaica tribù ligure che abitava nel territorio compreso tra Sestri Ponente ed Arenzano. Il borgo si era sviluppato intorno all’Astu, vero nucleo della vita civica, religiosa ed economica del territorio, un luogo dove il popolo si radunava per discutere dei problemi amministrativi e giudiziari e il cui nome deriva dall’asta che si conficcava nel terreno e a cui venivano appesi elmi e scudi a significare che lì non erano ammesse risse o contese.

Quando, Prà era ancora una distesa verdeggiante punteggiata da pochi casolari agresti, qui sorse una piccola pieve, la Pieve di Palmaro. Costruita alcuni secoli prima del 1000, assunse il ruolo di chiesa plebana (al centro di una circoscrizione territoriale) ed includeva un ospizio che accoglieva i pellegrini  reduci dalla Terra Santa i quali, per ringraziamento,  avevano l’abitudine di lasciare un ramo di palma portato dalla Palestina, usanza a cui si deve il toponimo di “Palmaro”. Non tutti concordano, però, con questa interpretazione facendo derivare l’etimologia da “Palmarium” (capolavoro, opera degna della palma), riferita all’intero complesso religioso e alla grande influenza che esercitava sulla sua giurisdizione che, storicamente, era  costituita da cinque sestieri: Prà, Palmaro, Torre, Sapello e Palmaro Carbone.

Grazie alla bellezza del suo litorale, il borgo di Prà divenne ben presto, tra la fine del XVI e la prima metta del XVII secolo, una meta ambita per le nobili famiglie genovesi che qui costruirono grandi dimore gentilizie come Villa Negrone (1601), Villa Podestà (1625), ora divenuta sede del Museo del basilico e del pesto, Villa De Mari (1580),  Villa Adorno Piccardo, Villa Grimaldi Doria D’ Angri, sede distaccata della Municipalità VII Ponente, e Villa Laura.

Tra il 1800 e il 1880, il litorale di Prà divenne sede di cantieri navali specializzati nella costruzione di eleganti brigantini che sfidavano le acque di tutti gli oceani.

Lontani ricordi perché, negli anni ’70 del secolo scorso, sono state riversate in mare montagne di sabbia, ghiaia, massi e materiale di risulta da attività edili, per far posto al nuovo porto mercantile (erroneamente indicato come porto di Voltri anche se costruito interamente sul litorale di Prà) che ne ha cancellato definitivamente la bella spiaggia. Sorte simile per la zona collinare, negli stessi anni la zona di San Pietro diventa il quartiere delle “Lavatrici”, nomignolo irrisorio attribuitogli dalla popolazione per le costruzioni di edilizia popolare arroccate su uno sperone di roccia che guardano a valle attraverso grandi aperture circolari come tanti oblò dei nostri comuni elettrodomestici.

 

GLI ANTICHI CASALI

Prà fu orgoglioso borgo marinaro indipendente fino a quando, nel 1926, venne inglobato nella “Grande Genova”. In una pubblicazione, di autore ignoto, si ipotizza che il primitivo nucleo, nato intorno alla chiesa parrocchiale, venisse designato col nome di Borghetto e solo, successivamente, assunse l’appellativo di Palmaro, grazie alla chiesa plebana che, oggi, occupa quella porzione di territorio racchiusa tra il rio Branega e il Rio delle Madonnette. Come anticipato, il borgo era anticamente costituito da cinque Casali (quartieri) che ne individuavano altrettante parti del suo territorio.

Intorno alla chiesa romanica di San Pietro si era sviluppato il casale del  Fossato o di Prà, l’attuale Borgo Foce, che nell’antico nome evoca le arcaiche origini veituriane (prati dei Veituri). Questo rione che attualmente si estende da Piazza Bignami a Piazza Borgo Sciesa, divenne il vero cuore pulsante delle attività economiche e politiche del borgo grazie alle sue industrie e, soprattutto, ai  cantieri che qui, per primi, diedero i natali ai “pinchi”, velieri mercantili seicenteschi  a tre alberi o ai veloci brigantini dell’Ottocento o, persino, come qualcuno ipotizza, alle galee che servirono a Giulio Cesare nella sua conquista della Gallia.

Tra il rio Branega, lungo l’antica via Comunale (oggi via Sapello), e Piazza Bignami, crebbe, invece, il quartiere del Sapello, il cui toponimo viene fatto risalire ai Sabelli, primitive tribù che abitavano questo territorio o, secondo altre versioni, alla presenza di un “sacellum”, piccolo  luogo di culto o, ancora, alla presenza di numerose dimore dei “sapellin” (scalpellini), umili operai “senza arte”, impiegati  per la lavorazione stradale.

Al confine con Voltri, tra il piccolo corso d’acqua delle Madonnette e il rio San Giuliano, troviamo il rione di Cà Nuova (oggi meglio conosciuto come C.E.P., Case Edilizia Popolare) la cui denominazione deriverebbe da “Casa Canneva”, un edificio di rilevanza storica. Il suo nome originario, però, era quello di  Palmaro Carbone da attribuirsi, forse, alle numerose fornaci presenti sul territorio od originato dal ricordo di un famoso capopopolo, tale Giovanni Carbone, che si era particolarmente distinto nella lotta contro gli Austriaci.

Il quarto casale, ovvero l’area territoriale situata all’estremo levante in un tratto compreso tra il Castelluccio (fortificazione del XV secolo) e Piazza Sciesa, secondo il cartografo Vinzoni (1690 –1773) era chiamata Longarello o Ungarello ed era ubicata in un tratto “lungo l’arena” che correva rettilineo, interrotto solo dalla foce del rio San Michele. La zona, originariamente, faceva parte del casale della Torre e solo in tempi più recenti si è potuta fregiare del titolo di borgata. Da qui, infatti, si dipartiva il quinto casale che, inerpicandosi sulle alture, raggiungeva un’antica villa turrita degli Spinola, poi passata ai Cambiaso (Torre Cambiaso, oggi di pertinenza di Pegli) a cui si deve il toponimo del sestiere.

Con la selvaggia urbanizzazione della zona a monte, innescata  tra 1980 e il 1985, si è delineato, sulla collina attigua al fortilizio medievale,  un nuovo nucleo abitativo, quello di San Pietro, detto anche delle “Lavatrici”, per le aperture “architettoniche” di cui sono corredati i quattro edifici paralleli che aggettano sull’autostrada dei fiori. Questi veri mostri di cemento hanno modificato irrimediabilmente il panorama di Prà ma non hanno intaccato la compattezza dei praesi (i residenti) e dei praini, come vogliono essere chiamati i nativi, che lungi da essere divisi da rivalità, sono molto risoluti nel rivendicare le loro origini a tal punto che, uniti sotto un unico gonfalone, hanno coniato un proprio inno, scritto dal cantautore “Sapellino” Nino Durante, la cui strofa iniziale “Solo a Prà me sento in casa e posso respiâ” porta con se tutto l’orgoglio di questo antico borgo.

 

PIEVE DI NOSTRA SIGNORA DELL’ASSUNTA

Via alla Chiesa di Prà conduce a quella che è stata la principale chiesa del borgo, dedicata a Santa Maria Assunta, edifico religioso edificato molto prima del mille ma di cui si ha documentazione  certa solo in due scritti del  1158. Impegnata attivamente contro il paganesimo dei Veituri, assunse presto una tale importanza politica-amministrativa da potersi  fregiare, fin dal 1150 del titolo di Pieve (dal latino Plebs), cioè una chiesa matrice o plebana, dotata di battistero, posta al centro di una circoscrizione e, successivamente, nel 1175, divenire sede del Collegio Canonicale. Originariamente aveva una struttura in stile romanico, a tre navate, che fu ampiamente rimaneggiata dopo l’incendio operato dai pirati barbareschi nel 1587 e i saccheggi perpetrati dalle soldatesche austriache nel 1747 e francesi nel 1800. Si trattava in realtà di un complesso religioso che oltre al vicino cimitero, di cui si hanno testimonianze scritte in documenti datati XII secolo, comprendeva un oratorio (XII secolo) tutt’ora esistente, un ricovero per i pellegrini, una biblioteca e poteva vantare, vera rarità perché unica in Italia, nel 1272, una scuola pubblica.  Lasciata l’Aurelia ed imboccando via Murtola, subito sulla destra, preceduta da uno stretto e lungo sagrato, si presenta  all’osservatore, oggi, come un edificio  a singola volumetria in cui lo spazio si distribuisce nelle sei cappelle lungo le pareti laterali e nel presbiterio centrale che è l’unica parte rimasta, insieme al coro, della chiesa primigenia. Conserva numerosi tesori tra cui si ricordano le tele del Fiasella, di Carlone, di De Ferrari e una cassa processionaria dell’Assunta attribuibile al Maragliano.

 

Adriana Morando

Sampierdarena: l’antico comune e l’industrializzazione

San Pê d’ænn-a ovvero San Pier d’Arena, che, dopo una riforma toponomastica (1936), divenne ufficialmente Sampierdarena, prende il nome dalla chiesa di San Pietro dell’Arena, oggi nominata Santa Maria della Cella. La denominazione del quartiere deve la sua origine ad una leggenda legata ad un improbabile soggiorno di San Pietro nella nostra città. Si narra che finita la predicazione giornaliera, il santo andò a riposare su quella spiaggia che aveva avuto l’occasione di ammirare al suo approdo a Genova. Svegliatosi da un profondo sonno, scorse alcuni uomini intenti a ritirare le reti. Fu naturale per lui unirsi ed aiutare quei ex colleghi (anche lui prima di essere Apostolo era stato un pescatore) e, in memoria di questo incontro, il luogo venne nominato, appunto, San Pier (Pietro) d’ Arena (sabbia).

Può stupire parlare di spiaggia pensando alla “barriera” di cemento che la separa, oggi, dal mare ma, intorno al 1000, questo era un borgo di agricoltori e marinai formatosi a partire dalla “Coscia” e dal “Canto”, due piccoli nuclei di case favorite da una insenatura rocciosa, prominenti sul mare, a fare da bacino. In particolare, il piccolo promontorio della Coscia, alla foce del rio Belvedere, era ideale per l’attracco e le operazioni di carico e scarico delle merci, una cosiddetta “cella maris” come venivano chiamati questi angoli riparati, etimologia da cui nasce un’altra ipotesi per il toponimo del luogo e del monastero.
Il costituendo borgo, a partire dal XII secolo, conobbe un periodo di grande ricchezza: la spiaggia in sabbia fine, caso raro nel litorale genovese, e la vicinanza con la Superba (dal 1128 la costa era dominata ad est dal “grande faro” di Genova) favorì, infatti, il piccolo comune che fino al Settecento venne considerato ambitissima residenza estiva per nobili e signori dell’alta società.

Fu dalla seconda metà dell’Ottocento che Sampierdarena si impose come uno dei maggiori centri industriali italiani, mentre il suo lido “moriva” definitivamente nel 1927 per fare spazio alle nuove banchine del porto.
Quando il mare era ancora il signore incontrastato di questi luoghi, il piccolo villaggio si stringeva attorno ad un semplice sacrario dedicato a Sant’Agostino (che la distruzione del chiostro di Santa Maria della Cella durante un bombardamento del 1880 ha riportato alla luce). L’antico nucleo, come detto raccolto intorno al primitivo complesso religioso, si accrebbe fino a diventare, il 2 febbraio 1131, Comune autonomo con l’elezione dei primi tre consoli, Oberto da Bosolo, Bongio della Sala e Pietro della Plada, anche se continuava ad essere assoggettato alla potente Genova.
L’incremento della popolazione aveva interessato zone sempre più estese di territorio delineando veri e propri quartieri come quello della Coscia, che andava dalla chiesa di Santa Maria della Cella fino ai piedi del colle di San Benigno, sovrapponibile alle odierne via Chiesa e via di Francia; l’area intorno alla chiesa di san Martino era, invece, chiamata il Campaccio (odierno Campasso, da nord-ovest di Certosa al confine con Rivarolo e da Belvedere al Polcevera), così come, sul litorale, poco distante, si estendeva il Canto detto anche “Sciummæa” per il “bulesumme” (agitarsi delle acque) che si creava alla foce del Polcevera, mentre il Mercato (o Ponte o Loggia) andava dal ponte di Cornigliano alla villa Centurione-Carpaneto di piazza Montano e s’inerpicava sino al Belvedere. A questi se ne aggiunsero altri come Palmetta, Castello, San Bartolomeo, Fiumara etc., ad eccezione di Promontorio che veniva considerato pertinenza di Genova poiché il suo territorio arrivava oltre Granarolo.

L’amministrazione della “res publica” era, come detto, affidata ai consoli a cui si affiancavano i “Massari” in qualità di consiglieri e un Cancelliere, deputato alla stesura delle delibere, le stesse che un Cintraco “sbandierava” per la città, il giorno dopo, preceduto da squilli di tromba. Per non sfatare, poi, il mito dell’attenzione che i liguri pongono su tutto ciò che è denaro, due Censori vigilavano sulle attività commerciali, verificando pesi e misure, ed avevano, altresì, l’incarico di controllare che gli osti versassero l’oneroso contributo, richiesto per ospitare stranieri in transito. La giustizia, infine, era comminata dal Podestà di Polcevera che provvedeva a fare rispettare sia i divieti, quali quello di schiamazzare in prossimità delle chiese, di giocare d’azzardo o di “taroccare” le merci, sia i doveri come quello di pulire le strade in vicinanza della propria dimora.

 

LE ANTICHE TORRI DI GUARDIA

Ai tempi in cui “la rena” si estendeva da Capo di Faro fino alla Foce del Polcevera, era necessario difendere il borgo e la spiaggia dalle incursioni dei pirati barbareschi e, quindi, lungo la costa sorsero numerose torri, qualcuna ancora esistente. Accanto a quelle private, infatti, se ne contavano diverse “pubbliche”, avulse dalle dimore nobiliari, a distanza di circa 300 passi l’una dall’altra, commissionate dalla Repubblica di Genova con finalità difensive. Per l’avvistamento, invece, erano più consone le alture del colle di San Benigno, ai cui abitanti era stato affidato tale compito come attesterebbe un decreto “per la guardia della città” del 1128, in cui si ordina testualmente: “agli uomini di San Pier d’Arena che già prestano servizio di guardia devono continuare ad attendervi”.

Le torri pubbliche, anche se l’ipotesi non è confortata da documentazioni sicure, dovrebbero essere state edificate intorno al duecento ma già nel XV secolo, come si intuisce da un dipinto di Cristoforo De Grassi, avevano perso il loro compito precipuo, assegnato a strutture a monte di via Sampierdarena. Attraverso la tradizione orale ed alcune immagini che sono giunte fino a noi, se ne può ripercorrere la storia cercando, mimetizzate nel contesto urbano, le poche tracce residue.

Quella più a levante, come si evince solo da vecchie stampe (1490), svettava su Capo di Faro, nelle vicinanze della Chiesa della Cella, ed era caratterizzata dalla merlatura all’interno del profilo del muro per cui è possibile datarla anteriormente a quelle a cosiddetta “merlatura aggettante”, tipiche del tardo-medioevo; la radicale riorganizzazione dell’area ne ha cancellato ogni altro ricordo. Analoga sorte è toccata a quella a levante di villa Pallavicino-Gardini (stabile anch’esso perso) che era ubicata così prossima alla dimora nobiliare da mettere in dubbio la sua appartenenza alle torri pubbliche ed inducendo a pensare ad un manufatto coevo (XVI secolo) della stessa villa. L’architettura del tetto, a forma piramidale, che è possibile valutare in immagini ottocentesche, la ricollocherebbe, però, tra le “guardie” anti-barbaresche.
Poco distante, s’innalzava la Torre del Labirinto, curioso toponimo da imputare al “disordine urbanistico” degli edifici di questo rione che faceva parte del quartiere della Coscia. Un “acervo di strade” come lo definisce Giuseppe Revere nel 1858, “ove vanno a perdersi a volte certi marinai, i quali scampati alle burrasche del mare, per gli spalancati favori di certe femmine, lasciano qui sotto il timone, e malconce le altre parti della loro povera nave”. La torre, una delle poche ancora esistenti, è accessibile, da via Pietro Chiesa, superando un archivolto dotato di cancello e, seppur nascosta tra le case, è visibile da Piazza Barabino.

Tra l’antica Crosa Larga (via palazzo della Fortezza-via Prasio) e vico Raffetto, resiste allo scorrere del tempo la Torre dei Frati. Incastrata tra gli edifici, ed inglobata nel cortile del civico 17 di via Sampierdarena. In via Sampierdarena, dove è ubicato l’attuale Municipio, si ergeva un’altra costruzione: la Torre del Comune. Umida e poco confortevole, perché posta su un piccolo promontorio prospicente il mare, non era normalmente presidiata ma, comunque, dotata di cannoni. Trasformata nel ‘500 in una struttura più solida a pianta quadrata denominata “il Castello”, due secoli dopo era nuovamente fatiscente tanto che fu necessario dotarla di una casetta in mattoni sulla sommità, per ospitare le guardie della Sanità. Da ciò si deduce che la sua funzione difensiva sia stata, sempre, marginale e persa già da tempo quando, nel 1852 ne venne decretato l’abbattimento definitivo per la costruzione della sede comunale. Dell’antico edificio rimane la fronte bassa sul lato a mare, resa praticamente invisibile da una struttura sovrastante e solo, in pochi punti, si intravedono le antiche pietre che affiorano sotto l’intonaco scrostato [1].
Accanto agli attuali uffici dell’Arpal di via Bombrini, stretta tra due edifici, resiste, invece, la Torre del Canto, anche se poco rimane della struttura primigenia poiché, abbandonata ad una totale incuria, fu completamente svuotata per farvi passare il montacarichi di un vicino edificio. Si trovava originariamente nei pressi di villa Cattaneo (demolita) e portava il nome dell’omonimo quartiere.

 

LE TORRI PRIVATE DEI NOBILI

Non compresa nella poderosa cinta muraria della Superba, Sampierdarena e i suoi abitanti erano più esposti, come quelli dei paesi limitrofi, alle incursioni dei pirati per cui quando, dal XVI secolo, i ricchi patrizi pensarono di edificare qui le loro dimore, fu naturale corredarle di un baluardo difensivo dove rinchiudersi in caso di pericolo. E’ il caso della torre di villa Principe di Francavicini (Via Botteri) che si presenta come un massiccio baluardo cinquecentesco con basamento a scarpa e terrazza sommitale a sbalzo, priva di merlature. La mancanza della villa originale (distrutta nel 1911) non ha potuto chiarire i dubbi sulla sua reale appartenenza. Si è ipotizzato, infatti, che la Torre dell’Ospedale, come viene attualmente indicata, essendo, dal lato ponente, molto vicino al parco di Villa Imperiale Scassi, sia stata erroneamente attribuita a quest’ultima e che sia, in realtà, da ascrivere alla dimora nobiliare perduta.

Similmente è ancora possibile ammirare la grande torre (Via C. Rolando, 12) della “fu” Villa Domenico Spinola, abbattuta nel 1963: soffocata dai moderni edifici e conglobata negli stessi per fini abitativi, conserva poco dell’originario aspetto.
Da ricordare, anche, la curiosa Torre dei Balin (pallini), un alto pinnacolo ad uso industriale, oggi ridotto ad un mozzicone malfermo (è stata ridimensionata in altezza). La sua non è una storia di nobili lustrini, ma di duro lavoro; nell’Ottocento qui veniva lavorato il piombo. Resistono al tempo, invece, la bella torre ottagonale con archetti pensili di villa Negroni-Carpeneto-Moro o il maschio quadrato di villa Spinola di San Pietro ed ancora la torre di villa Serra-Doria- Monticelli (via Dante 34), quella a sei piani di Villa Doria (Via D’Aste, 9) o quella cinquecentesca di Villa Centurione-Tubino–Carpeneto (Piazza Montano, 4).

 

IL PROMONTORIO DI SAN BENIGNO

La collina di San Benigno era uno sperone roccioso che terminava a picco sul mare con un promontorio su cui si ergeva (e si erge tutto’oggi) la Lanterna (rimandiamo al testo sul sestiere di San Teodoro). Verso la fine del 1930, dopo l’annessione alla “Grande Genova” secondo il progetto mussoliniano, si diede avvio ad imponenti opere per la sua definitiva demolizione al fine di dare continuità alla città verso ponente.
Qui, dove macilenti muli percorrevano erte salite col loro carico di sale, dove viandanti e pellegrini consumavano il loro faticoso andare, dove la cinta daziaria segnava il confine con la città Superba, oggi si estende un’area moderna (antico quartiere della Coscia) racchiusa tra via de Marini, via di Francia, piazza N. Barabino, lungomare Canepa ivi compresa l’area portuale che ricorda solo nel nome, San Benigno, l’antico promontorio.
Tra uno svettare di torreggianti grattacieli e nuovi moderni edifici, di fronte alla scalinata di accesso alla Lanterna, ancor oggi, è possibile scorgere una scultura in marmo, che si dice, essere un cimelio dell’antica abbazia, unico ricordo sopravvissuto a memoria del remoto baluardo e della sua storia.

 

SAN BARTOLOMEO DEL FOSSATO

Qui dove s’innalza l’attuale chiesa che porta lo stesso nome, sorgeva già dal 1054, “extra muros Ianuae”, un’antica abbazia dal grande valore storico. In questa piccola valle impervia, il Fossato, compresa tra il colle di San Benigno e quello di Promontorio (Granarolo), attraversata dal torrente a cui deve il toponimo, giunsero da Firenze 5 monaci Vallombrosani mandati a Genova, pare, dallo stesso fondatore S. Giovanni Gualberto, per dare vita a questo complesso religioso che si scelse di costruire, solitario, sotto le falde del colle. Un impervio sentiero, reso carrozzabile solo nel 1870, si inerpicava fino ad una zona chiamata basali o basuli o basà dove sorgeva il convento che era stato voluto dai nobili del luogo per contrastare il dilagare della simonia.
Quando, nel 1632, i padri Vallombrosani abbandonano il convento e la struttura torna al clero secolare, di fatto inizia un lento decadimento che ha il suo culmine tra il 1847 e i primi del ‘900 quando l’edificio viene adibito a pastificio e il suo campanile a fienile.
Nel 1922 iniziarono i lavori di restauro e la chiesa fu riaperta al culto fino al 4 giugno 1944, giorno in cui fu praticamente rasa al suolo dai bombardamenti ed in seguito completamente demolita. Sulla stessa area è sorta una nuova chiesa (1960), su progetto dell’architetto Erio Panarari, che tuttora conserva l’antico titolo di abbazia, titolo che le fu riconosciuto dopo una famosa “causa” e relativa sentenza del 1 marzo 1900. Tra le poche testimonianze rimaste dell’antico monastero, oltre ad uno stemma cardinalizio e alle dieci colonnine che sostengono l’altare, è da ricordare il pregevole Polittico di San Bartolomeo, databile 1380, opera di Barnaba da Modena (l’originale è conservato nel museo Diocesano), eseguito su incarico dell’arcivescovo Lanfranco Sacco.

 

SAN BARTOLOMEO DI PROMONTORIO

Salendo lungo l’omonima via (via Promontorio), fino a dove terminano le propaggini dell’antica cinta muraria (Mura degli Angeli) si giunge ad una struttura religiosa collocabile nella seconda metà dell’XI secolo. Quando i monaci Vallombroniani si stabilirono in questa parte del territorio ligure, dopo circa un ventennio dalla costruzione del convento a valle, decisero di edificare un luogo di culto alla cima del colle. La struttura religiosa, come detto, si fa risalire alla seconda metà del 1000 ma il primo documento certo è del 1311, relativo ad una donazione testamentaria di 20 soldi ad un tal “Pasquale”, monaco del convento. Sorta in ambiente prettamente agricolo, suburbano rispetto all’abitato sottostante, si presume che, all’inizio, la chiesa non fosse più di una pieve campestre in pietra scura per l’uso di conci provenienti dalle cave locali.
Oggi l’edificio religioso ha un orientamento ovest-est, si apre su un sagrato in risseu (ciottoli) e mostra una facciata ottocentesca a capanna con la parte centrale lievemente aggettante.

 

IL BELVEDERE DI SAMPIERDARENA

Scendendo dal Promontorio, superato il Cimitero della Castagna e risalendo alla destra di Via Martinetti, si raggiunge una località che anticamente veniva chiamata lo “Belovidere” (Belvedere), una zona ridente di ville e giardini che accompagnava nobili e cittadini durante le loro amene passeggiate, poco lontano da Croxetta de Bervei (Crocetta di Belvedere) che, come dice il nome, era il punto di incontro tra la strada che si inerpicava da Sampierdarena per dirigersi verso la Val Polcevera e quella che da San Teodoro, attraversando il Campasso, si perdeva a Ponente. Ma non bisogna farsi ingannare: la pace di questo colle, che ospitava un crocevia così importante, fu spesso turbata da sanguinosi scontri a partire da quelli tra Guelfi e Ghibellini, o teatro di eroiche resistenze come quella di Leonardo Monteacuto contro i francesi o ancora si erse a baluardo difensivo con il suo forte ottocentesco (Forte Belvedere) di cui rimangono, oggi, pochi ruderi.
Qui, però, quando “Berta filava”, in un’atmosfera di bucolica serenità, sorgeva il piccolo monastero di Santa Maria di Belvedere. Le prime testimonianze che citano l’edificio religioso le troviamo in un atto del 1285 in cui si legge che una certa Marietta, figlia di Giovanni Ascherio, disponeva una donazione per “lo Monasterio Sancte Marie de Bervei De Janua”, una modestissima chiesa databile tra il 900 e la fine del 1200, con annesso un piccolo convento di suore agostiniane che annoveravano, tra loro, fanciulle appartenenti alle famiglie più aristocratiche della città [2].
Il piccolo eremo attirò presto uno stuolo sempre maggiore di fedeli a tal punto che, nel 1563, il Papa Pio V concesse, a chi visitasse il santuario l’8 di settembre (ricorrenza della Natività e del Nome di Maria), “dai primi Vespri fino al tramontar del sole”, una amplissima indulgenza perpetua[3].

Nel 1665, venne decisa la demolizione della vecchia chiesuola del 1300, ad esclusione del chiostro, e ne venne costruita una più grande, in un terreno attiguo. Nel 1819, con l’avvento del Regno Sabaudo, il monastero ormai vuoto dopo le ordinanze napoleoniche, rischiò un nuovo smantellamento, decisione che suscitò una veemente reazione popolare, tale che, nel 1821, fu riaperto al culto sotto la custodia di preti diocesani. Al rifacimento della chiesa è sopravvissuto l’antico chiostro conventuale del XIII secolo: un piccolo gioiello quadrato di gusto lombardo, con una fontanella centrale.

 

VILLA SCASSI

Tra i gioielli che hanno impreziosito Sampierdarena nei secoli non si può dimenticare il capolavoro della scuola alessiana (Galeazzo Alessi, 1512-1572): Villa Scassi. Nata come Villa Imperiale dal nome del principe Vincenzo Imperiale che, nel 1560, ne aveva disposto la costruzione affidando la direzione dei lavori ai fratelli Domenico e Giovanni Ponzello, era un edificio che si ergeva di fronte al mare, circondato da un immenso parco che, attraverso sentieri, viali e grotte, si spingeva su per il retrostante colle di Promontorio. Per l’imponenza, la ricercatezza delle forme, la ricchezza e lo splendore degli ambienti interni, era indicata come “La Bellezza” in contrapposizione a Villa Grimaldi, detta “La Fortezza” e Villa Sauli-Lercari, “La Semplicità”. La facciata, che si presenta tripartita e impreziosita da esedre corinzie, da timpani ricurvi sopra le finestre e da ricchi stucchi sui cornicioni, ricorda un’altra dimora patrizia, Villa Giustiniani Cambiaso ad Albaro, anch’essa dell’Alessi (1548), che divenne modello per molte altre case nobiliari genovesi. Mirabile era soprattutto l’enorme giardino all’italiana che circondava l’edificio, ritenuto uno dei più belli d’Italia, che, come si può evincere dalle planimetrie di M.P. Gauthier, era un susseguirsi di aiuole, prati erbosi, antri artificiali ed ampie terrazze a cui si accedeva per diversi sentieri, delineati da muri a secco o da ripide scalinate in mattoni rossi, il tutto impreziosito da fontanelle e da statue a soggetto mitologico per creare un’atmosfera di magico incanto. In alto, superato un ombroso boschetto, il parco terminava con un laghetto artificiale e una grande voliera. Con l’apertura di via Cantore (1936), la parte in prossimità dell’edificio è andata perduta e, attualmente, la sua sommità ospita l’Ospedale Scassi ma, ancor oggi, è possibile ammirare quella zona retrostante la villa che ospita un grande ninfeo a tre fornici, adorno di lesene e telamoni e che fa da cornice alla bella fontana di Nettuno. Da qui dipartono due grandi rampe simmetriche che portano ad un’ampia terrazza da cui si snoda un lungo viale, un tempo, fiancheggiato da numerose statue marmoree di cui rimangono pochi esemplari. In corrispondenza di Corso Onofrio Scassi è, poi, possibile ammirare un grande portale e la torre seicentesca, residuato dell’antica cinta muraria ormai scomparsa.
Residenza degli Imperiali fino al 1757, la villa fu adibita, per un breve periodo, a caserma e poi trasformata in ospedale finché, nei primi decenni dell’Ottocento, fu ceduta ad Onofrio Scassi che la riportò agli antichi splendori affidando i lavori di ristrutturazione al pittore Nicolò Barabino e agli architetti Michele Canzio e Gaetano Centenaro. Oggi è diventata proprietà del Comune.

 

VILLA GRIMALDI

In parte su Salita Belvedere e in parte sul versante retrostante di Corso Martinetti, si erge un severo e massiccio edificio che per questo suo habitus possente si meritò l’appellativo di “Fortezza”. Fu costruita sull’antica “creuza larga” (oggi via Palazzo della Fortezza), una strada particolarmente ampia per l’epoca che portava direttamente alla spiaggia, commissionata dal nobile Battista Grimaldi, mercante, banchiere, uno degli uomini più ricchi della città. Incerta è la data di realizzazione, da posizionare tra il 1551 e il 1565, così come l’anno di ultimazione dei lavori collocabile tra il 1565 e il 1580. Ha anch’essa un’impostazione architettonica alessiana su progetto dell’architetto Bernardo Spazio, stretto collaboratore del grande artista, che ne curò la “fabbrica” mentre le parti decorative sono da attribuirsi a Giovanni Battista Castello.
Dell’ampio giardino che si estendeva fino al mare nulla è rimasto se non il piazzale sopraelevato antistante l’ingresso. L’edificio, nel corso della sua vita, è andato incontro ad alterne vicende da quando nel 1607 si onorò di ospitare il Duca di Mantova, al cui seguito vi era anche Pietro Paolo Rubens, a quando, nel XIX secolo, fu acquistata da Agostino Scassi che la trasformo in una fabbrica di conserve. Oggi fa parte del patrimonio comunale.

 

VILLA SAULI LERCARI

La “Semplicità” o Villa Lercari, si meritò questo appellativo per la modestia delle sue forme e per i freschi e splendidi giardini che scivolavano verso il mare. Di dubbia paternità, per alcuni attribuita al volere di Giovanni Battista Lercari per altri a Franco Lercari, fu costruita per la nobile famiglia nel XVI secolo. L’ingresso è orientato a ponente e la villa risulta simmetrico ed opposto a quello di Villa Grimaldi in modo da formare, quando la mancanza di altri edifici non frapponeva ostacoli, la base di un’area triangolare che vedeva il suo vertice nell’adito di Villa Imperiale, una specie “isola” nel cuore stesso del borgo. La facciata principale, invece, sita a levante, si offre all’osservatore mostrando gli snelli colonnati che delineano l’originale loggiato pervio, (quello nella facciata opposta è andato perduto durante l’ultima guerra), un occhio aperto, oggi, sulla soffocante edificazione che è cresciuta tutt’intorno, privando questa antica dimora del suo bel giardino che, stretto e lungo, chiuso da un alto muro a secco, si snodava fino al mare.
Qui venne ospitata Margherita d’Austria che, quattordicenne, visitò Genova nel suo viaggio verso la Spagna (1599) e che, si dice, fu l’indiretta causa della prematura ”dipartita” del Doge Lazzaro Grimaldi. Si narra, infatti, che, in suo onore, fosse stato organizzato un sontuoso ricevimento presso la villa dei Doria, in Fassolo: qui, al momento del pranzo, si determinò un increscioso incidente “diplomatico”. L’etichetta, secondo l’uso, recitava che dovesse essere il Doge ad accompagnare al desco l’Imperatrice, madre della fanciulla, ma, nell’ “oneroso” compito, fu anticipato dal connestabile di Castiglia, governatore di Milano. Accusato di non aver reagito adeguatamente all’insulto e di non essere degno di reggere le sorti della Repubblica, il povero Grimaldi tanto se ne ebbe che, colto da un improvviso malore, pochi giorni dopo, morì.

 

L’INDUSTRIALIZZAZIONE

Come detto in apertura, già dalla seconda metà dell’Ottocento Sampierdarena si imponeva come uno dei maggiori centri industriali italiani, fino a meritarsi nel 1865 il grado di “Città del Regno d’Italia”. Nel 1832 venne fondata nella zona della Fiumara la Fonderia dei Fratelli Belleydier, successivamente Taylor&Prandi, per la realizzazione delle reti ferroviarie Torino – Genova (1853) e Genova – Voltri (1856). Fu proprio a cavallo di queste due opere pubbliche che l’azienda, mal gestita e in condizioni economiche precarie, venne rilevata da un brillante ingegnere genovese, Giovanni Ansaldo.

Grazie a preziose conoscenze nel mondo politico, anche a livello europeo, Ansaldo riuscì da subito ad ottenere importanti commesse all’interno della “neonata” industria metalmeccanica. Fu proprio negli stabilimenti della Fiumara che venne costruita la prima locomotiva italiana (collaudata in incognito dallo stesso Ansaldo) chiamata appunto “Sampierdarena”. Successivamente il neonato Regno affidò ad Ansaldo buona parte delle commesse per la rete ferroviaria italiana, per la costruzione di caldaie marine e, successivamente, materiale bellico e motori a scoppio, sino ad arrivare alla produzione navale a cavallo del ‘900, quando l’azienda poteva già contare su oltre 10000 dipendenti e ben sette stabilimenti.
Gli edifici del moderno centro multifunzionale “Fiumara”, sono stati progettati proprio con l’intento di ricalcare l’antica struttura dei capannoni dove venivano assemblate le locomotive.

 

 

Adriana Morando


 

[1] Tra i “fantasmi” di cui si presume l’esistenza, viene annoverata anche una torre, in mattoni, in corrispondenza del lato di ponente del piccolo sagrato della Chiesa di Santa Maria della Cella. L’ipotesi sarebbe suffragata dalla necessità di vigilare su un punto di approdo esistente presso la proprietà dei Doria, testimoniato, fino a poco tempo fa, dalla presenza, tra le vestigia di un’antica costruzione, di vetusti anelli per l’attracco delle imbarcazioni. Un’altra presunta consorella, si dice essere stata la torre della Crosa del Buoi (piazza Vittorio Veneto) che, in una miniatura del ‘500, svetta dietro i palazzi e di cui rimangono dubbiosi reperti venuti alla luce durante la ristrutturazione di un edificio, alle spalle di via Sampierdarena. E’ incerta, anche, l’origine del toponimo del luogo legato, forse, al passaggio frequente dei carri trainati da questi animali o alla presenza di una stalla o, ancora, alla ubicazione di un mattatoio.

[2] Le monache, però, furono costrette ad andarsene proprio per le continue lotte fratricide e il sito fu ceduto, nel 1351, al nobile Leonardo Cattaneo che lo abbellì con nuovi arredi sacri e lo diede in donazione, con atto del notaio Gilberto Carpena, ai frati dello stesso ordine con la clausola obbligatoria di celebrarvi una messa quotidiana e l’interdizione ad una eventuale cessione, pena il passaggio del complesso all’arcivescovado. Gli agostiniani vi rimasero, salvo un’interruzione dal 1409 al 1472, fino alla promulgazione delle leggi napoleoniche del 1800 che ne decretarono la soppressione.

[3] Nel 1814, il periodo per beneficiare di tale grazia venne prolungato, da Pio VII, fino alla domenica successiva e Pio IX, nel 1847, lo estese a tutta la settimana in cui cade la festività.
Tra le annotazioni curiose c’è da rimarcare che anche le autorità pubbliche si adeguarono ovvero si impegnarono ad accordare un regolare salvacondotto, per potere accedere al santuario, a quei rei che avessero voluto mettere a posto i conti, se non con la giustizia, almeno con la propria anima. Un editto del 1696 concesse, addirittura, un permesso quinquennale per espletare tale pratica della durata di “tre giorni inanti e tre dopo immediati”.

Pegli, le ville e le colonie nel Mediterraneo

Dalle argomentazioni contenute nei documenti, si presume che i primi abitanti di quello che oggi è il vasto quartiere ponentino di Pegli fossero dediti all’agricoltura e alla pastorizia e occupassero le zone più a monte, servite dalla via Aurelia, il cui percorso si snodava lontano dalla costa. Ben presto, però, gli abitanti di un territorio avaro di risorse volgono la loro attenzione al mare e, in breve tempo, si sviluppa sul litorale un primitivo nucleo che, da una cartina del Vinzoni, datata 1773, dovrebbe identificarsi con l’antica Rettoria del Porticciolo. La necessità di agevolare le attività commerciali portò alla nascita di tre direzioni viarie, perpendicolari alla costa: una strada che si snodava lungo il torrente Rexello, chiamata il Fossato, una che dal mare saliva fino alla chiesa di S. Martino, detta della Crosa (vico Condino) e una terza che raggiungeva l’attuale Municipio, il cosiddetto Carruggio (vico Sinope).

Sul mare si affaccia la “palazzata” storica, in cui le colorate case dei pescatori si intercalano a resti di edificazioni medievali e di eleganti costruzioni ottocentesche. Grazie ai suoi abitanti che seppero coniugare abilmente la perizia marinaresca all’innata natura commerciale dei liguri, il primitivo piccolo borgo si espanse fino ad inglobare la Rettoria di Terrarossa, sotto la giurisdizione della Parrocchia di San Martino. A questa fu annessa, in un secondo momento, anche la rettoria Laviosa, posta all’estremo ponente del territorio, quando la sua parrocchia venne declassata a chiesa rurale. Ad est vi era, invece, la Rettoria di Multedo che, anch’essa in tempi brevi, divenne a tutti gli effetti parte integrante del paese. La difesa del territorio era assicurata, ad ovest, dal Castelluccio, sito in una zona conosciuta come il Galello, ad est dalla Torre di Pian di Lucco (oggi abbattuta) e, sul molo occidentale, da una fortificazione, oggi sede di un albergo, posta a guardia di quel porto in cui approdavano, nel Medioevo, le galee dei Centurione, dei Vivaldi, dei Doria e dei Lomellini. Questi ultimi, nel 1540, ottennero dall’imperatore Carlo V, in concessione, l’isola di Tabarca ove vi fondarono una colonia dalla quale importavano pepe, orzo, ma soprattutto corallo, incrementando ancor più sia l’attività commerciale del borgo sia l’espandersi dell’urbanizzazione. In realtà, recenti studi hanno messo in dubbio, visto la limitatezza dello scalo, che qui potessero attraccare grandi imbarcazioni per cui, normalmente, si ricorreva al “bucio”, un natante a vela di ridotte dimensioni che, solitamente, era acquistato in società.

 

LE COLONIE PEGLIESI DA TABARCA A CARLOFORTE

Nel 1540 l’isola di Tabarca, in Tunisia, prospiciente la città omonima, venne data dal bey di Tunisi in concessione alla famiglia genovese dei Lomellini, come riscatto per la liberazione del corsaro Dragut, catturato dai Doria quello stesso anno. Poco dopo, attirati dal miraggio di facili e proficui guadagni, un gruppo di commercianti pegliesi decise di raggiungere quel lembo di terra che rimarrà la loro patria per due secoli, dedicandosi, soprattutto, alla pesca del corallo che esportavano a Genova al prezzo di 4,50 lire/libbra e che rivendevano per 9,10 lire/libbra a tutta Europa.

Nel 1736, Carlo Emanuele III, volendo valorizzare la Sardegna, al fine di fondare una nuova colonia, mise a disposizione l’isola di San Pietro, piccolo fazzoletto di terra facente parte dell’arcipelago del Sulcis; così 462 emigranti, di cui 379 tabarchini e 83 direttamente dalla Liguria, con a capo Agostino Tagliafico, decisero di salpare alla volta di quella nuova patria che raggiunsero il 17 aprile 1738, fondandovi l’attuale Carloforte, così chiamata in onore del sovrano. Pochi anni dopo, nel 1741, un evento drammatico colpì gli abitanti di Tabarca: il bey di Tunisi fece occupare, a tradimento, l’isola e ridusse in schiavitù i 900 residenti che non erano riusciti a fuggire. Solo dieci anni più tardi fu possibile riscattarli: parte di essi si unirono ai loro compatrioti carlofortini, altri andarono a costituire la colonia di Calasetta, nell’isola di Sant’Antioco (Sardegna), altri ancora fondarono Nueva Tabarca nell’isola di San Pablo di Alicante, in Spagna. Tutt’oggi Carloforte mantiene stretti contatti con la terra di origine; condivide con Pegli il dialetto, l’architettura, la cultura e i costumi.

 

LA CHIESA DI SAN MARTINO DI PEGLI

Lungo l ’antica “Creuza de San Martin”, che dal mare saliva verso i monti, oggi Via Beato Martino da Pegli, si ergeva l’antica omonima chiesa, la cui prima edificazione è databile intorno al 1140 e di cui si ha certezza in documenti del 1144. Nata come monastero, dipendeva dai Benedettini di San Siro di Genova, religiosi che ne curarono la reggenza fino al 1530, anno in cui venne elevata al rango di parrocchia. Piccolo eremo un po’ discosto dalla costa, in cui fervevano le attività economiche, ebbe un ruolo secondario nello sviluppo del borgo indirizzando i propri interessi prevalentemente verso la vallata a monte. Accanto alla cura delle anime, infatti, i monaci annoveravano, tra i loro compiti più “temporali”, quello di raccogliere le prebende dei mulini della Val Varenna che gravitavano sotto la giurisdizione della chiesa. Quando, nel 1544, l’edificio religioso passò sotto la guida dei Benedettini di S. Nicolo del Boschetto, il cui governo si protrasse fino al 1807, la struttura era talmente fatiscente che fu necessaria una vera ricostruzione che, pur rispettando l’impianto romanico primitivo, ne rivoluzionò completamente l’architettura[1].

 

VILLA DURAZZO PALLAVICINI

Pegli, Villa PallaviciniUn imponente complesso che comprende un palazzo gentilizio, l’antistante orto botanico e alle spalle la zona collinare, un tempo ricoperta da riarsi vigneti, oggi ha ceduto la scena ad un parco celebrato per la rarità e la bellezza delle sue piante, per la genialità dei suoi giochi d’acqua e per il laghetto sotterraneo dal quale si arrivava direttamente al mare.
L’ispiratrice di tale meraviglia fu la Marchesa Clelia Durazzo, moglie di Giuseppe Grimaldi, esperta botanica che rese il giardino una vera raccolta di piante rare ed esotiche. Fu, però, suo nipote, il Marchese Ignazio Alessandro Pallavicini, che, tra il 1836 e il 1846, affidò a Michele Canzio, scenografo del Carlo Felice, la ristrutturazione dell’edificio e delle sue pertinenze naturalistiche. Fu così che le aree verdi assunsero il ruolo di una grande rappresentazione a cielo aperto, sul modello dei ridondanti spettacoli operistici dell’Ottocento.
Un ombroso viale di lecci conduce all’imponente palazzo nobiliare di villa Durazzo Pallavicini , sede, oggi, del Museo Civico di Archeologia Ligure in cui sono custoditi reperti storici che coprono un periodo che va dal Paleolitico fino al Tardo antico (III-IV-V sec. d.C.). La collezione vide la luce nel 1936 (fu portata all’Abbazia di Tiglieto per la guerra e riaperta nel 1953) ed è un autentico viaggio nella storia o meglio nella protostoria della Liguria.

VILLA CENTURIONE DORIA

La villa rinascimentale Doria Centurione (XVI secolo) è citata dal cartografo Vinzoni (1773), il quale definisce Pegli “borgo delizioso in riva al mare, tanto per i palazzi quanto per li vaghi giardini tra i quali tengono il primo posto quei del Principe Doria, con giochi d’acqua e boschi”. Fatta costruire da Adamo Centurione, ricco banchiere genovese, passò, nel 1584, a suo nipote Giovanni Andrea Doria, casata che ne vantò la proprietà fino al 1908. Non si conosce l’esatta data di costruzione che si presume poco prima della metà del ‘500 come farebbe fede l’opera del Vasari, “Vite”(1550), in cui viene descritto il contributo dell’Alessi sull’ideazione di un lago artificiale, oggi interrato, “copiosissimo di acque e fontane fatte in diversi modi belli e capricciosi”. L’ edificio originale era costituito da un corpo principale e due ali aggettanti in avanti rispetto all’asse centrale. Con la ristrutturazione del 1592, su progetto di Andrea di Ceresola, detto il Vannone, il complesso si arricchì dei due corpi laterali anteriori e della torre di avvistamento anti-pirateria, a pianta quadrata, separata dall’edificio, ma collegata al contesto circostante da un ponticello di mattoni. Intorno un’estesa area verde che giungeva fino al mare ed ospitava uno dei più vasti e importanti giardini all’italiana del ponente genovese. Le sale della dimora, riccamente decorate con affreschi romano-manieristi del tardo ‘500, ospitano dal 1929 il Museo Navale della Navigazione.

 

 

Adriana Morando
[foto di Daniele Orlandi]


 

[1] A metà strada tra villa Durazzo-Pallavicini e la chiesa di San Martino, si trova l’Oratorio di San Martino. Già sul finire del XIII secolo, la “Casaccia” di San Martino di Pegli era un’ importante realtà ed aveva sede, come indicherebbe l’etimologia del nome, in una struttura molto semplice sostituita, intorno al 1400, da una fabbrica (edificio specificamente dedicato al culto religioso) e dal vicino presbiterio. Fu solo nel ‘700 che raggiunse il suo massimo splendore quando, in occasione di una radicale ristrutturazione, l’edificio venne impreziosito da decorazioni barocche e preziosi affreschi. Tra i reperti di maggior pregio si annoverano un crocefisso del Maragliano e una statua lignea, dello steso autore, dedicata a Santa Rosalia, Patrona di Pegli, senza contare i tabarrini (corto mantello), le cappe pastorali, le Casse e Cristi processionali, i böffi (cappucci triangolari), i crocchi (parte dell’imbragature in cuoio ove poggia la croce), tutti elementi indispensabili nelle annuali commemorazioni celebrative in cui si esibiscono i portòu da Cristo (portatore di Crocefisso), gli stramuòu (coloro che trasferiscono la croce da un portatore all’altro) e i brasezòu (portatore del Crocefisso appoggiato alla spalla).

San Vincenzo, il sestiere e l’antico borgo

S.Vincenzo rappresenta uno dei sei rioni antichi di Genova, e se si guarda ai suoi antichi confini storici si nota che era il più esteso insieme all’altro grande sestiere di ponente, S.Teodoro. Essendo più esterni rispetto al nucleo cittadino centrale, entrambi rimasero a lungo fuori le mura e vennero incorporati nel tessuto urbano con l’erezione dell’ultima grande cinta fortificata seicentesca. Per capire i confini originari del sestiere di S.Vincenzo bisogna tenere presente che Castelletto inteso come quartiere non esisteva, e la zona era suddivisa tra S.Vincenzo e S.Teodoro, che confinavano sulle colline. A partire dalla fine dell’Ottocento l’espansione urbana, le progressive annessioni di comuni limitrofi, i grandi interventi urbanistici mutarono profondamente la situazione preesistente ridefinendo mano a mano i confini e le pertinenze delle varie zone; con gli adeguamenti moderni nell’organizzazione amministrativa cittadina si giunse negli anni sessanta del Novecento ad avere nella zona collinare suddetta una circoscrizione comprendente le unità urbanistiche di Castelletto, Manin e S.Nicola, mentre Lagaccio e Oregina (dapprima sul confine S.Vincenzo-S.Teodoro) costituivano circoscrizione a sé e S.Vincenzo diveniva unità urbanistica della circoscrizione di Portoria, insieme a Carignano. Alla fine degli anni novanta sono stati operati nuovi accorpamenti per snellire l’apparato amministrativo e S.Vincenzo è stata fatta rientrare nella grande circoscrizione Centro Est: di fatto, oggi il rione non esiste più dal punto di vista amministrativo.

L’ANTICO SESTIERE DI SAN VINCENZO

Anticamente l’area pianeggiante del sestiere confinava con Portoria e comprendeva quindi gli abitati a nord e a sud di via della Consolazione (oggi parte bassa di via XX Settembre) cioè l’area individuabile nel tratto tra il Ponte Monumentale, dove un tempo era la Porta dell’Arco appartenente alle mura cinquecentesche, e Porta Pila, che si apriva invece verso levante lungo la cinta seicentesca, in corrispondenza dell’odierno incrocio di via XX Settembre su via Brigata Liguria-via Fiume. Spostandosi verso i rilievi collinari i limiti del sestiere coincidevano ad est con le mura seicentesche nel tratto di Montesano e dello Zerbino, sul lato opposto invece i confini con la città vecchia erano rappresentati dal tracciato delle mura cinquecentesche: S.Vincenzo si trovava dunque a confinare con i sestieri della Maddalena e di Pré a sud, e a ovest, come già detto, con S.Teodoro.

Prima dell’inclusione nell’ultima cerchia di mura la zona della Consolazione (che prese nome dall’omonima chiesa seicentesca officiata dagli Agostiniani) era aperta campagna fatta di prati e campi coltivati ad orti, frutteti e vigneti; non vi erano qui strade importanti eccetto la direttrice che da ponente, attraversata la città, portava verso levante passando dal borgo di S.Vincenzo (via S.Vincenzo è un tratto di tale direttrice) e uscendo da Porta Romana. Il tessuto urbano del borgo si era sviluppato linearmente sulla direttrice viaria che poi proseguiva verso il Bisagno, e sostanzialmente non presentava interruzioni nell’abitato fino al ponte di S.Agata (Borgo Incrociati)[1]. Quella che sarebbe diventata via Giulia-via della Consolazione (oggi XX Settembre) era un percorso di scarso rilievo e non aveva nemmeno un nome proprio. Nel Seicento invalse l’uso di chiamare la zona “dinta e porte” cioè dentro le porte, per via del suo essere inserita tra i due circuiti murari e attraversata dalla nuova strada (aperta nel 1628 su iniziativa del patrizio Giulio Della Torre) che si snodava – all’epoca seguendo la morfologia del terreno – attraverso le due porte già citate[2]. Ancora meno urbanizzata si presentava la zona collinare, caratterizzata esclusivamente dalla presenza di ville patrizie e monasteri solitamente circondati da ampi terreni delimitati da muri di recinzione.

L’area che si estende tra Brignole, piazza della Vittoria, mura di S.Chiara e Ponte Monumentale fu interessata dai grandi interventi urbanistici otto e novecenteschi, ciò significa che abbandonò completamente l’aspetto originario in favore di un disegno edilizio moderno, con edifici di grandi dimensioni e linee viarie tracciate secondo reticoli ortogonali. Il risultato più evidente di tale ammodernamento è il rinnovamento di via Giulia e via della Consolazione, che nel 1897, per volere del sindaco Andrea Podestà, vennero unite nella più ampia e dritta via XX Settembre, atta a sopportare il crescente traffico urbano e costeggiata su entrambi i lati da nuovi e magnificenti palazzi pensati per svolgere al meglio il ruolo rappresentativo tipico di una strada centrale, vicina ai poli direzionali e via principale del nuovo centro cittadino (rimandiamo al testo sul sestiere di Portoria). Nella trasformazione andarono perse antiche vie di cui rimane oggi soltanto il ricordo.

Del nucleo originario del sestiere, cioè del borgo di S.Vincenzo, resta un piccolo gruppo di case antiche lungo la via omonima oggi pedonalizzata. Qui bisogna cercare le radici prime dell’insediamento il cui nome è legato all’antica cappella eretta in loco nel X secolo (era questa zona di proprietà del vescovo di Genova) e dedicata al santo martire. Le prime testimonianze scritte riguardanti la chiesa di S.Vincenzo sono datate 1059; nel XII secolo l’arcivescovo Siro II fece costruire in luogo della cappella un oratorio, a sua volta soppiantato da una chiesa più ampia nel Seicento; divenuta troppo piccola per accogliere tutti i fedeli del borgo che andava sempre più ingrandendosi, perse il titolo parrocchiale in favore della vicina e più grande chiesa di N.S. della Consolazione; fu infine soppressa nel 1825 in concomitanza con gli interventi urbanistici. La sua proprietà fu trasferita al demanio e i suoi interni completamente riprogettati dall’architetto G.B.Resasco, successore del Barabino, per la nuova destinazione d’uso (caserma del Genio militare dal 1830 e poi sede del Tribunale Militare). Oggi l’edificio ospita il Circolo Unificato dell’Esercito. La vicina chiesa della Consolazione invece vide l’inizio dei lavori per la sua erezione nel 1681 quando i padri Agostiniani ottennero dalla Repubblica la concessione dell’area dopo che il loro monastero originario in zona Zerbino era stato demolito per esigenze di strategia difensiva; quando nel 1813 ottenne il titolo parrocchiale prese anche l’intitolazione della vecchia chiesa di S.Vincenzo Martire, intitolazione che infatti conserva ancora adesso. È qui inoltre particolarmente venerata S.Rita da Cascia, al punto che la chiesa è volgarmente conosciuta anche con tale nome. In via della Consolazione, prima che divenisse via XX Settembre, ebbe il suo studio Edoardo Maragliano (1849-1940), medico inventore del primo vaccino contro la tubercolosi.

Altra chiesa sconsacrata è quella di S.Spirito, al civico 53 di via S.Vincenzo: documentata dal XII secolo, fu colpita dalle soppressioni napoleoniche e i suoi spazi destinati prima a sede scolastica e poi ad attività commerciali. È ancora possibile riconoscere, stretto tra i palazzi circostanti, l’impianto dell’edificio religioso, con tanto di abside e campanile mozzato.

In via XX Settembre, adiacente la chiesa della Consolazione, merita una menzione il cosiddetto Mercato Orientale, tuttora mercato cittadino per antonomasia: con una pianta di 6000 mq a cerchi concentrici, dotato di magazzini sotterranei, esso fu eretto a fine Ottocento sul chiostro del convento degli Agostiniani e porta ancora l’impronta dello stile liberty di moda all’epoca. Quasi di fronte ad esso si trovava, inaugurato nel 1855, il Teatro Andrea Doria, poi divenuto Politeama Regina Margherita: attivissimo fino alla seconda guerra, presso il teatro si esibirono Eleonora Duse in drammi di Gabriele D’Annunzio e altri celebri attori e direttori d’orchestra; distrutto dai bombardamenti fu ricostruito e rimase in attività fino al 1993, quando fu chiuso e nei suoi locali si stabilì il punto vendita, presente tuttora, di una nota catena di grandi magazzini. Un altro teatro rinomato nella zona era l’Eden di via Frugoni, poi scomparso.

A breve distanza dalla chiesa della Consolazione è il Ponte Monumentale sorto in luogo della Porta dell’Arco (rimandiamo al testo sul sestiere di Portoria): via degli Archi e via a Porta degli Archi portano nel nome il ricordo dell’architettura preesistente e del fatto che originariamente conducevano a tale porta nelle mura. Sono scomparse invece diverse vie e piazze legate alla presenza delle altre due porte, Pila e Romana: via e piazza di Porta Pila, via e piazzetta di Porta Romana. Da via S.Vincenzo prendeva le mosse via dell’Edera, lunga strada oggi sopravvissuta soltanto in parte nella moderna via Fiume (continuava dove è piazza Verdi, davanti alla stazione Brignole): dove ora si trova il Palazzo degli Uffici Finanziari, costruzione risalente agli interventi urbanistici operati durante il regime (1931), era un tempo il mattatoio pubblico. La via originaria si snodava tra case alte e strette da un lato e le mura dall’altro, su cui abbondava il rampicante da cui prendeva il nome. Essa scomparve contestualmente alla demolizione – sul finire dell’Ottocento – delle colossali Fronti Basse sul Bisagno, che costituivano il tratto di mura in cui si apriva Porta Pila. Era questo un tratto particolarmente importante, estremamente fortificato poiché doveva proteggere la città da eventuali attacchi da levante, dove la spianata del Bisagno non offriva protezioni naturali. Le fronti avevano uno spessore notevole e occupavano tutta l’odierna area da piazza della Vittoria a piazza Verdi, avevano due grandi bastioni fortificati e diversi fossati oltre quello di cinta; si congiungevano a sud alle mura del Prato, a nord alle mura dello Zerbino. Quando venne meno la funzione difensiva delle mura cominciarono le varie demolizioni: le Fronti furono abbattute a fine Ottocento e lasciarono il posto alla modernizzazione urbana che portò progressivamente all’impianto visibile oggi.

Nell’area adiacente le sopravvissute mura di Santa Chiara, lungo l’ultimo tratto di via Banderali è piazza del Cavalletto: fino a metà ‘800 la zona era tutta uliveti e vigneti ed era attraversata dalle mura, che qui prendevano la forma detta in gergo militare “cavalletto”, da cui il toponimo.

Poco distante è la breve via della Pace: il toponimo si riferisce in questo caso a una chiesa non più esistente, sorta nel XIII secolo e intitolata a S.Martino. Ristrutturata e ampliata nel ‘500, fu dedicata a S.Maria della Pace, e diede il nome alla stretta creuza che conduceva sotto le mura di S.Chiara, poi sostituita dalla moderna e più larga via Maragliano, mentre contemporaneamente la chiesa e il convento pertinente venivano demoliti con l’apertura di Via XX Settembre. La strada che oggi porta il nome della Pace non è quella originaria, ma un tratto di collegamento tra via Maragliano e via Frugoni, cui fu imposta tale intitolazione in ricordo dell’antico edificio di culto che doveva trovarsi proprio in tale punto.

Nella zona dell’attuale via Cesarea era il manicomio cittadino: il complesso – realizzato a partire dal 1834 su progetto dell’architetto civico Carlo Barabino e degli architetti Domenico Cervetto e Celestino Foppiani che portò a compimento i lavori dopo l’abbandono dei primi due – fu il primo ospedale psichiatrico della città (fino ad allora infatti i malati di mente venivano ricoverati al Pammatone nel reparto degli Incurabili) e cominciò ad operare nel 1841[3]; una cinquantina d’anni più tardi, trovandosi nel mezzo dell’area destinata all’espansione residenziale, veniva già sostituito dal manicomio di Quarto e nel 1914 si procedette alla sua demolizione, mentre l’area oggi chiamata “quadrilatero”, compresa tra le mura di S.Chiara, via XX Settembre, via Brigata Liguria, si trasformava definitivamente in zona commerciale e residenziale di lusso, con edifici analoghi a quelli di via XX e vie ampie ed eleganti. Qui si trovano il civico Museo di Storia Naturale G.Doria, realizzato nel 1912, e il Teatro della Gioventù (via Cesarea) realizzato in pieno regime fascista e nato come sede genovese dell’Opera Nazionale Balilla; utilizzato come teatro fino agli anni settanta e poi progressivamente abbandonato, è stato recuperato nel 2004 dalla Regione Liguria e da allora ha pienamente ripreso l’attività.

Sempre in zona quadrilatero via Brera ricorda le origini campestri del luogo: brera, braida, brea sono forme diverse dello stesso vocabolo medievale che significa campo, terreno incolto, qual era tale località fino alla sua inclusione all’interno delle mura, che determinò l’inizio dell’urbanizzazione e della coltivazione ad orti.

Sul lato opposto al “quadrilatero”, attraversata via XX Settembre, si trovano via S.Vincenzo e altre due strade ancora risalenti all’impianto originario: salita della Misericordia e salita della Tosse, che sono rimaste com’erano anticamente, ripide creuze col fondo stradale fatto di pietre e mattoni e i lati percorsi da alti muri. Come si può facilmente constatare nelle cartine e nelle immagini d’epoca, fino agli interventi ottocenteschi la zona aveva mantenuto una grande quantità di campi coltivati. Salita della Misericordia – l’antico percorso si immette in via Carcassi costeggiando i muraglioni dell’Acquasola e sbocca in via SS.Giacomo e Filippo – porta nel nome il ricordo dell’ospedale di Pammatone cui si giungeva attraverso di essa, e più precisamente dell’edicola votiva con la Madonna della Misericordia posta all’incrocio con via S.Vincenzo, la quale rimandava alla Compagnia della Misericordia che assisteva i condannati a morte, che con alterne vicende svolse il suo compito fino all’ultima condanna capitale pronunciata a Genova, nel 1855[4]. Salita della Tosse invece deve il nome a un antico Oratorio scomparso intitolato alla Madonna della Tosse, alla quale i genitori raccomandavano i bambini affetti da malattie respiratorie. La salita fu anche prima sede del Teatro della Tosse, teatro genovese fondato nel 1975[5].

Aspetto di campagna avevano anche i terreni ove il restyling ottocentesco diede vita all’esedra di piazza Colombo contornata da quattro grandi nuovi edifici simmetrici tra loro. Nell’area della piazza si tenevano anticamente le esercitazioni dei balestrieri e altri soldati della Repubblica; fu nel Cinquecento che il luogo cominciò ad assumere carattere residenziale, essendo scelto da diverse famiglie nobili per costruirvi le loro residenze di villeggiatura: Pinelli, Grimaldi, Sauli. Si deve immaginare che all’epoca il sito era appena fuori le mura, ideale per l’otium, con la sua campagna silenziosa, gli alberi secolari e il panorama aperto sulla piana del Bisagno, le colline di Albaro e il mare a poca distanza. Se nei progetti del Barabino la zona di piazza Colombo e adiacenze doveva avere destinazione residenziale popolare, esattamente come il “quadrilatero”, nei fatti si verificò proprio l’opposto, e sotto la guida del Resasco anche quest’area prese i connotati di quartiere residenziale di lusso, subito occupato dalla borghesia mercantile e commerciale. La fontana che orna il centro della piazza proveniva dal Ponte Reale ed era in origine prospiciente palazzo S.Giorgio, fonte d’acqua per le attività del molo: venuta meno la sua funzione con lo sviluppo dei servizi idrici del porto, si decise di destinarla a piazza Colombo, dove prese a funzionare nel dicembre 1861 arricchita delle vasche ai quattro lati. Fu ancora utile per molto tempo, visto che veniva usata per l’abbeveraggio delle bestie da soma utilizzatissime fino a tutti gli anni venti del Novecento: nella piazza sostavano infatti i carri dei besagnini, che rifornivano dei loro prodotti il vicino Mercato Orientale, e le carrozze delle linee di tramvai a cavallo che collegavano il centro con la Val Bisagno, Albaro, Bogliasco, Sori.

Con accesso sia da via Colombo sia da via S.Vincenzo esiste ancora la splendida villa dei Sauli[6], ricchissima famiglia nobile che qui aveva fatto erigere una propria dimora nel Cinquecento su progetto dell’architetto Galeazzo Alessi: intorno ad essa era un ampio parco di pertinenza, delimitato da recinzioni, conosciuto come Orti Sauli. La villa era conosciuta anche come “la Vigna” per la facciata decorata a tralcio di vite; nell’Ottocento perse i giardini e si trovò nel mezzo delle trasformazioni dovute all’esecuzione del piano urbanistico e all’apertura delle nuove strade, perdendo molto del suo splendore originario, e finendo prima ridotta a magazzino, poi divisa in appartamenti privati: divenuta di proprietà del Comune a fine ‘800  venne recuperata. Oggi la si vede svettare purtroppo sacrificata tra i nuovi palazzi, e ad essa è riferita la toponomastica di viale Sauli, da cui si accedeva al parco della villa e dove hanno ora sede due noti licei cittadini[7].

La direttrice viaria che costeggia il borgo di S.Vincenzo a nord è quella che collega Corvetto e Brignole tramite le vie SS.Giacomo e Filippo – Serra – De Amicis. La prima di queste deve il nome alla chiesa duecentesca dedicata a tali santi, poi divenuta sede della Corte d’Assise di Genova e infine distrutta dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Via Serra fu realizzata dal Resasco nel 1838, finanziata dalla famiglia nobile omonima[8] che diede quindi il nome alla strada. Fino ad allora al suo posto vi era una creuza stretta e tortuosa in luogo della quale il marchese Gian Carlo Serra fece aprire l’ampia arteria che è ancora adesso, facendo demolire vecchi edifici e disboscando: nelle intenzioni del benefattore dovevano sorgere qui case popolari, al contrario di ciò che poi avvenne. La stradina precedente conduceva anch’essa verso piazza Brignole (già piazza di N.S. del Rifugio), dove si trovava lo scomparso Conservatorio o Convento delle Brignole: quest’opera assistenziale era nata dall’iniziativa della benefattrice nobildonna Virginia Centurione Bracelli, che accoglieva nella propria dimora giovani povere senza casa. Poiché il loro numero andava aumentando sempre più, prese in affitto diversi edifici tra cui un convento per ricoverarle; nel 1641 le ospiti erano ben 400 e fu allora che Virginia chiese al Senato della Repubblica la nomina di tre protettori tra cui fu scelto Emanuele Brignole. Con il loro aiuto acquistò in piazza di N.S. del Rifugio una struttura con giardini – cui fu affiancata una chiesa intitolata a N.S. del Rifugio, da cui il primo nome della piazza – che divenne la casa delle ormai oltre 500 ragazze salvate dalla strada, la cui maggioranza aveva preso i voti e si dedicava all’assistenza dei malati negli ospedali, nel lazzaretto e all’Albergo dei Poveri. La generosità con cui il Brignole si dedicò alla causa originò il nome delle suore: figlie del Brignole, Brignoline, o semplicemente le Brignole. Nel 1868 il Conservatorio fu demolito per la costruzione della primitiva stazione ferroviaria di levante, che ne prese il nome[9], e le suore trasferite a Marassi, nel convento di Viale Virginia Centurione Bracelli.

Esiste ancora oggi invece, tra via Serra e via Peschiera, il Collegio S.G.Battista, nato come orfanotrofio nel 1538, oggi centro di servizi sociali e residenza studentesca.

Quasi al termine di via S.Vincenzo, angolo via Fiume, si trova il moderno grattacielo S.Vincenzo, progettato in stile razionalista negli anni sessanta dall’architetto Piero Gambacciani: coi suoi 105 metri d’altezza è il terzo grattacielo della città dopo il Matitone e il grattacielo di piazza Dante di Piacentini.

Per l’area del sestiere di S.Vincenzo che con i rinnovamenti urbanistici e amministrativi è finita per dare vita al quartiere di Castelletto si rimanda al testo relativo a tale quartiere.

 

Claudia Baghino


 

[1] La continuità si creò nel tempo con l’unione di tre borghi che si erano sviluppati lungo la direttrice ovest-est intorno ad altrettante chiese: S.Vincenzo, S.Spirito e chiesa dei Crociferi.

[2] Le due porte furono rimosse a fine ‘800 per la realizzazione di via XX Settembre e ricollocate altrove: porta dell’Arco sulle mura del Prato, in via Banderali, porta Pila in via Montesano.

[3] L’ospedale era costituito da una struttura circolare centrale da cui si dipartivano radialmente sei corpi di fabbrica per altrettanti reparti, e rappresentava quanto di più evoluto si potesse concepire all’epoca per una struttura ospedaliera, con soluzioni ottimali per funzionalità e criteri igienico-sanitari.

[4] La compagnia prendeva in consegna il condannato il giorno prima dell’esecuzione e in una struttura chiamata confortatorio lo preparava spiritualmente, lo accompagnava poi al patibolo e curava la sepoltura dopo l’esecuzione.

[5] Oggi collocato nel centro storico in zona Sant’Agostino.

[6] L’architetto francese M.P.Gauthier (1790-1855) in viaggio a Genova ebbe modo di vedere la villa ancora nel suo aspetto originario e la descrisse come uno degli edifici più belli d’Italia, per la qualità delle decorazioni e la magnificenza delle architetture. La parte più curiosa e sontuosa era il bagno, in cui era stata realizzata una vasca-laghetto che poteva ospitare una decina di persone e l’acqua sgorgava da sculture a forma di rana e animali fantastici.

[7] La famiglia Sauli aveva proprietà anche nel sestiere del Molo dove si trovava la Loggia dei Sauli; aveva dato vita ad un Albergo di Origine Popolare, contava tra i suoi esponenti moltissimi uomini illustri e aveva finanziato la costruzione del celebre Ponte di Carignano.

[8] Originaria di Serra Riccò, Valpolcevera, la famiglia Serra compare fin dall’XI secolo e ha dunque origini antichissime. Un ramo di essa era trapiantato in Sardegna.

[9] In tale occasione andarono perse anche molte delle opere d’arte con cui il Brignole aveva arricchito il luogo.